Da Nigrizia di giugno 2012: chi dopo Afwerki?
Per giorni si sono rincorse voci sulla morte del presidente. Smentite da una sua apparizione televisiva. Ma si sa che il dittatore sta male e che è in corso una lotta di potere per succedergli. Dalla disputa in atto tra i vertici militari e i capi del partito uscirà la “nuova” Eritrea. Anche se l’Etiopia vuole avere voce in capitolo. Nel frattempo, il popolo soffre.

Si è presentato nella grande sala della presidenza di Asmara, per l’appuntamento con la telecamera, con una camicia a quadretti, che gli stava larga. Con i suoi soliti sandali ai piedi. Truccato pesantemente. Era il 28 aprile. Quel viso dimagrito, che la televisione di stato Eri-Tv ha trasmesso in tutte le case del paese, aveva il compito di prosciugare il fiume di illazioni, scritte e dette, nelle settimane in cui era improvvisamente scomparso. «La mia malattia è solo nelle menti di coloro che vogliono spaventare il nostro popolo. È propaganda denigratoria».

 

Isaias Afwerki, il 67enne eroe dell’indipendenza di questo piccolo paese appollaiato sulla cima del Corno d’Africa, ha mostrato il suo corpo per zittire chi lo dava per morto in un ospedale del Golfo Persico. Voci che si sono rincorse affannosamente per quasi un mese. Il mese nel quale di Isaias non si è saputo nulla. Una cosa anomala, vista la sua bulimia presenzialistica, sorretta da un’informazione di regime che ha sempre raccontato, quotidianamente, ogni gesto del presidente eritreo.

 

L’ultima sua apparizione pubblica, prima della comparsata in Tv, risaliva al 28 marzo, per la cerimonia di presentazione delle credenziali dell’ambasciatore del Sudafrica. Poi si era eclissato. Rinunciando anche ad appuntamenti istituzionali. Inevitabile il diffondersi di voci incontrollate sul suo stato di salute. Da anni si sa che il dittatore è malato al fegato. Soffre di cirrosi epatica. Colpa anche della sua passione per l’alcol. Da almeno 4 anni è ospite, con un certa regolarità, di un ospedale di Doha (Qatar) per terapie. In un cablogramma del 20 ottobre del 2009, pubblicato da Wikileaks, la stessa ambasciata Usa ad Asmara scriveva che, a una cena presso la sede diplomatica cinese, «Afwerki era visibilmente ubriaco, dopo aver bevuto da solo un’intera bottiglia di Moutai».

 

Il suo precario stato di salute avrebbe ispirato anche voci su possibili e imminenti colpi di stato nel paese. Si è iniziato a parlare di arresti di generali e di un comitato di transizione che avrebbe retto l’Eritrea. Tutte notizie frammentate e poco verificabili, perché nel paese-caserma del Corno d’Africa è dal 2001 che la stampa indipendente è stata messa fuori legge e oggi gode del poco invidiabile primato mondiale di nazione dove è più censurata la stampa, secondo il Rapporto del Comitato per la protezione dei giornalisti, diffuso lo scorso 2 maggio.

 

Il clima nato da quel silenzio prolungato ha allarmato pure i suoi scagnozzi. Tanto che il suo fidato ministro dell’informazione, Ali Abdu, si è dovuto fare intervistare dalla Voice of America, il 25 aprile, per affermare: «Il presidente gode di ottima salute».

 

Il tentativo di drenare gli umori negativi sul conto del regime non è riuscito a far emergere un frammento di verità: il dittatore è stato temporaneamente nell’incapacità di assumere la direzione del paese. E in quei giorni si è aperta una lotta di potere, soprattutto tra i 5 generali (Gherezghiher Andemariam “Wuchu”, Philippos W. Yohannes, Tekle Kifle “Manjus”, Teklai Habteselasie e Omar Hassen Tawil) che da anni sono impegnati nella corsa per la successione. Gli altri uomini forti del regime sono Yemane Ghebreab, detto “Scimmia”, consigliere del presidente e responsabile dell’unico partito legale, il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (Fpdg); Yemane Ghebremeskel, detto “Charlie”, direttore dell’ufficio del presidente e suo portavoce; Hagos Ghebrehiwot, detto “Kisha”, responsabile economico del Fpdg; Abraha Kassa, capo della sicurezza nazionale, e Sebhat Ephrem, ministro della difesa.

 

È nell’equilibrio degli interessi di queste figure che circondano Afwerki il segreto della dittatura.

 

La versione di Awate

Il sito di opposizione Awate.com, di solito ben informato, ha fornito una spiegazione alquanto plausibile di quel che può essere successo nel mese di black out del presidente. A metà marzo, dopo che le forze etiopiche si sono spinte per circa 15 km in territorio eritreo – incursioni giustificate da Addis Abeba come tentativo di neutralizzare le basi difensive di gruppi armati, colpevoli di alcune operazioni oltre confine -, il presidente eritreo ha reagito violentemente. Avrebbe voluto un’immediata controffensiva su larga scala. Alla quale non si sono mostrati favorevoli alcuni vertici militari. Si racconta di un burrascoso incontro con i 5 generali, il cui esito è stato l’accantonamento provvisorio di ogni reazione militare. Una decisione che avrebbe prostrato Afwerki, caduto in uno stato depressivo, al quale avrebbe tentato di rimediare aumentando l’assunzione di alcol. Una situazione che avrebbe aggravato la sua cirrosi, provocandogli una crisi che ha richiesto un ricovero d’urgenza.

 

Questa la ricostruzione dei fatti raccontata dal sito dell’opposizione. Di certo, ciò che sta accadendo nel paese sta terremotando i fragili equilibri che reggono l’Eritrea. Che sta vivendo un periodo di transizione, al quale guarda con estrema attenzione il vicino-nemico etiopico, che vuole giocare un ruolo da prim’attore nell’eventuale processo di sostituzione del dittatore. Attenzione mostrano pure gli Stati Uniti, che in questi anni hanno denunciato i possibili legami tra il presidente eritreo e il gruppo terroristico islamico somalo Al-Shabaab. Ma gli americani sono rimasti alla finestra. Non hanno voluto forzare la mano, lasciando inutilizzati i droni armati Reaper, in dotazione al campo d’aviazione statunitense di Arba Minch, nel sud dell’Etiopia.

 

Autarchia fallita

Anche il popolo, dopo 21 anni di dittatura, è stremato. Il presidente ha blindato il paese, chiudendolo all’interno e rendendolo impermeabile alle informazioni che potrebbero arrivare dall’esterno. Ha sterminato qualsiasi dissenso interno. La gente scompare, viene torturata, uccisa, incarcerata senza processo. Nel silenzio del mondo. L’Eritrea è una prigione a cielo aperto. Secondo Amnesty International, il paese ha proporzionalmente il maggior numero (314) di prigioni e di prigionieri al mondo. Secondo Human Rights Watch, nelle carceri eritree sarebbero rinchiuse tra le 5 e le 10mila persone. Almeno 32 giornalisti (secondo Reporters senza frontiere) sono detenuti senza ragione e senza processo. Alcuni da più di 10 anni.

 

L’ufficio immigrazione non concede passaporti e visti d’uscita a uomini sotto i 50 anni e alle donne sotto i 45. Non è impossibile per gli altri uscire. Ma, ovviamente, lo fanno in numero controllato e solo su garanzia di chi rimane.

 

Gli eritrei della diaspora, calcolati in un milione e 200mila, sono costretti a versare, presso il consolato eritreo del paese in cui si trovano, il 2% del proprio reddito. Altrimenti il governo pone un sacco di bastoni nelle ruote: da intoppi burocratici nella concessione dei visti, a mancate licenze in patria, a proprietà sequestrate… Questa “tassa-pizzo” è una delle principali fonti di entrata del regime, controllata direttamente da Hagos Ghebrehiwot. Dal partito, quindi. Una fonte di reddito preziosa, perché in valuta straniera. Secondo un rapporto Onu dell’agosto 2011, quel flusso di denaro transiterebbe nei conti di alcune banche di Dubai, per poi finire in istituti di credito di Nairobi. Il regime pescherebbe da lì i soldi necessari per finanziare i movimenti terroristici nelle aree confinanti, Somalia in primis.

 

Nel paese-caserma il servizio militare sembra non finire mai. Migliaia di giovani tentano di scappare attraversando i confini con il Sudan e l’Etiopia. Traffico di esseri umani – e commercio illegale, in genere – controllato dai vertici militari. Secondo l’Acnur, l’agenzia Onu per i rifugiati, l’ex colonia italiana ha il più alto numero di richiedenti asilo nel mondo: più di 200mila.

 

Lo stipendio medio di un maestro è di circa 1.000 nakfa, quando un chilogrammo di pasta costa 130-140 nakfa. L’aspirazione dell’Eritrea all’autosufficienza la sta portando al tracollo. Eppure, il regime rifiuta ogni offerta di assistenza. Proibito, nel paese, usare termini come “aiuti” o “cooperazione”; meglio parlare di “partnership“, “investimenti”, “prestiti”. Sono stati chiusi gli uffici della Banca mondiale, di tutte le organizzazioni non governative internazionali e, dall’inizio del 2012, anche di quelle locali. «La beneficenza non funziona», il verbo di Isaias. Che dopo la visita del 7 novembre scorso ad Asmara del responsabile politico dell’Unione europea per l’Africa, Nicholas Westcott, ha deciso di stoppare il finanziamento di 122 milioni di euro che Bruxelles aveva garantito ad Asmara. Il responsabile Ue si era semplicemente “permesso” di criticare alcune scelte di Afwerki.

 

Tra i pochi “alleati” internazionali dell’Eritrea troviamo il Qatar, l’Oman e l’Iran. «Avere alleati è segno di debolezza », ha sempre dichiarato il presidente. Che ha costruito rapporti amichevoli con l’Italia, in particolare con Silvio Berlusconi. In passato, secondo le ricostruzioni dell’Espresso, Afwerki e i suoi ministri facevano spesso la tratta Roma-Caserta alla ricerca di affari. Anche con i casalesi. Alcuni anni fa, aveva destato scandalo il progetto di un intero quartiere progettato dell’Italcantieri a Massawa. Affare gestito da uomini vicini a Paolo Berlusconi.

 

Oggi, anche gli uomini d’affari sono con il fiato sospeso. In attesa di capire quando finirà il regime di Afwerki.

 

Eritrea, senza carestia

 


 



Acquista l’intera rivista in versione digitale