Da Nigrizia di giugno 2012: aspetti poco valorizzati
La crisi alimentare sembra non aver colpito il paese, grazie anche alla forte centralizzazione statale, che favorisce il ciclo produttivo e lo spostamento nel paese delle derrate alimentari. Il paese non è da demonizzare. Ma gli eritrei devono smetterla di vedere nell’altro solo un nemico da combattere.

Da più di un anno una crisi alimentare senza precedenti sta colpendo il Corno d’Africa, con milioni di persone a rischio di morte e costrette a spostarsi verso aree di soccorso o zone più favorevoli. Le cause, come sempre, sono molteplici e legate a situazioni ambientali e politiche, che si mischiano e si supportano a vicenda, moltiplicando gli effetti devastanti sulla popolazione.

 

L’Eritrea, che fa parte di questa macroregione, sembra essere passata indenne attraverso questa crisi. Per molti, sostenere che il paese abbia rappresentato un’eccezione equivale a credere scioccamente alla propaganda del regime di Isaias Afwerki, al potere ad Asmara dal 1993, che nasconde al mondo la verità sulla reale situazione. Eppure, quando le cose sono viste dal di dentro, bisogna riconoscere che l’affermazione è vera.

 

La curiosità, allora, diventa grande, soprattutto per gli addetti ai lavori. È vero che gli effetti della crisi in Eritrea sono stati diversi da quelli che il mondo intero ha visto in televisione circa la Somalia, il Kenya e l’Etiopia. La domanda è d’obbligo: che cosa ha determinato questa differenza?

 

Certo, la prima risposta, sicuramente la più superficiale, è spiegare la presunta diversità con la mancanza di cifre ufficiali. Un paese che si rifiuta da anni di fornire dati essenziali – come il numero degli abitanti, il tasso del loro accesso ai servizi sanitari e all’acqua potabile, lo stato nutrizionale della popolazione – e non permette a nessun organismo internazionale di verificare in loco la situazione, non sembra essere molto credibile. Pertanto, quando il suo presidente afferma: «Nel nostro paese non ci sono persone che soffrono la fame», e poi si fa forte di questa situazione per criticare i paesi vicini e il modello occidentale degli aiuti, dicendo: «Vedete cosa capita con il liberismo sfrenato?», verrebbe spontaneo arricciare il naso. Eppure, è da 30 anni che Etiopia, Somalia e Kenya ricevono regolarmente milioni di tonnellate di cibo e milioni di euro in aiuti, ma il risultato è che il numero di persone che soffrono la fame è passato dal mezzo milione degli anni ’80 ai 13 milioni del 2011. Da che parte sta la credibilità?

 

I motivi della mancata crisi

C’è, comunque, del vero quando si dice che la crisi non ha colpito l’Eritrea. Vari i motivi. Il primo è che la mancanza di piogge ha riguardato la costa lungo il Mar Rosso. Quest’area, però, benché molto arida, sfrutta per le coltivazioni soprattutto le piogge dell’altopiano, con sistemi che deviano i corsi d’acqua su vaste estensioni, che vengono sommerse e poi coltivate. Queste zone, quindi, non dipendono solo dalle piogge in loco, ma anche da quelle sull’altopiano. Per questo, è basso l’impatto che le piogge locali hanno in questa zona. Le piogge cadute sull’altopiano e sulle pianure a ovest sono state, invece, nella norma negli ultimi due anni, e ciò ha consentito una produzione agricola soddisfacente.

 

Un secondo elemento da considerare è il forte deficit della bilancia agroalimentare. Mediamente, l’Eritrea importa il 50% dei propri consumi, e questo da diversi decenni. Il sistema di acquisto, stoccaggio e distribuzione di grandi quantitativi di derrate alimentari è una pratica comune. Pertanto, una riduzione della produzione interna può essere facilmente coperta con l’importazione.

 

Un terzo elemento che va preso in considerazione è la forte centralizzazione statale. Lo stato gestisce il sistema dell’acquisto, dello stoccaggio e poi della distribuzione, limitando molto le azioni speculative. Al limite, perfino la situazione di repressione vigente nel paese, che impedisce qualsiasi opposizione politica, permette di avere una stabilità (almeno nel breve periodo) che favorisce il ciclo produttivo e lo spostamento nel paese delle derrate alimentari (elemento, questo, molto critico per la Somalia).

 

Tutti questi fattori sembrano, quindi, aver evitato quel disastro umanitario ancora in corso nel Corno d’Africa, ma non possono, di per sé, assicurare nel tempo una situazione alimentare soddisfacente. Va ricordato che, anche se non ufficiali, i dati parlano comunque di un 60% di bambini malnutriti, e che il prezzo dei prodotti alimentari, in crescita negli ultimi anni, non sono tranquillizzanti per un paese che importa il 50% del proprio fabbisogno.

 

Diventa, quindi, importante cercare di capire quale sia la strategia politica di questo paese per il futuro e cosa si stia facendo per lo sviluppo.

 

Il concetto alla base dei 30 anni di lotta armata che hanno portato all’indipendenza dell’Eritrea è self-reliance. Tradotto in parole povere significa: “Non ho bisogno dell’aiuto di nessuno”. Dietro c’è il senso di autosufficienza molto forte negli eritrei, che di per sé non è né positivo né negativo: dipende da come quest’orgoglio influenza le relazioni con gli altri e come condiziona lo sviluppo.

 

Questione di orgoglio

Questa assoluta “fiducia in sé” condiziona in maniera forte l’isolamento internazionale in cui si trova oggi l’Eritrea, contro cui sono state decise sanzioni: l’embargo sul commercio di ogni tipo di armamento, sia verso che dall’Eritrea; il congelamento delle risorse finanziarie riconducibili al governo eritreo o a suoi esponenti di rilievo (queste seconde sono entrate in vigore con la risoluzione dell’Onu dello scorso dicembre); l’impedimento ai viaggi all’estero di esponenti del governo eritreo… Queste sanzioni stanno negativamente influenzando le possibilità di sviluppo del paese.

 

Forse l’orgoglio nazionale spiega, in buona parte, anche molte decisioni di Asmara: l’uscita dall’Igad, cioè l’organizzazione regionale che raggruppa i principali paesi dell’Africa Orientale (anche se ha già chiesto di rientrare); la chiusura degli uffici della Banca mondiale; l’espulsione di tutte le organizzazioni non governative internazionali e la chiusura di tutte quelle locali; il rifiuto di 122 milioni di euro dell’Unione europea per progetti di sviluppo già concordati e sottoscritti; la limitazione di ogni movimento degli stranieri nel paese (servono permessi specifici per ogni viaggio che preveda di uscire da Asmara); la recente richiesta di chiudere la scuola italiana della capitale… Ci sono poi tanti altri piccoli gesti quotidiani che lasciano lo straniero smarrito, perché fuori da una logica comune.

 

Il principio del self-reliance viene implementato con una coerenza (da noi italiani spesso interpretata come mancanza di flessibilità) maniacale. Per cui poco importa quali siano le conseguenze di queste scelte: le conseguenze si pagano, e basta.

 

Purtroppo, tutto questo sta facendo pagare alla popolazione un conto molto salato. Se, da un lato, la sobrietà di vita degli eritrei e la grande solidarietà che esiste all’interno della società ne fanno un punto di forza nell’affrontare situazioni di crisi, dall’altro la mancanza di libertà sta facendo fuggire i giovani, che se ne vanno con tutti i mezzi e a ogni costo.

 

L’inferno del fuggitivo

Sempre più forti si alzano le grida di chi, cercando la libertà, viene messo in schiavitù, violentato, privato dei suoi organi per pagare coloro che li aiutano ad attraversare il confine. La vita del fuggitivo può essere infernale. Spesso, superato il confine, s’imbarca su un barcone che svanisce nel mare. Oppure, raggiunta l’altra sponda, viene catturato, identificato ed espulso. Se non addirittura ucciso, perché non riesce a pagare la somma richiesta. Il noto ritornello è: “Un paese che non investe nei giovani non ha futuro”. Purtroppo, l’Eritrea sta perdendo generazioni di giovani che, per ironia della sorte e della self-riliance nazionale, aiutano lo sviluppo dei paesi che li ospitano.

 

Il fatto che il rifiuto degli aiuti venga giustificato dal regime di Afwerki con la ricerca di un rapporto paritario con i paesi disposti a collaborare, è in linea con la Dichiarazione di Parigi del marzo 2005 sull’efficacia della cooperazione allo sviluppo. Questo documento vuole stimolare la ricerca di un nuovo modo di fare cooperazione e invita al superamento di una cooperazione che, in cambio di qualche soldo, esige un allineamento politico oppure l’autorizzazione al business sporco in altri settori.

 

La “fiducia in sé” è certamente da apprezzare. Lascia, però, perplessi quando si propone come alternativa a una cooperazione poco chiara la fornitura di prestiti (non di aiuti), gli investimenti privati e il commercio: tutte attività che necessitano soltanto di un quadro normativo e non hanno di per sé bisogno di soldi da parte dei governi. Ma ciò non avviene perché, evidentemente, il ritorno economico e il rischio non lo giustificano.

 

La Free Trade Zone Declaration (che prevede aree di libero scambio, dove investitori possono investire a condizioni vantaggiose per l’esenzione delle tasse) è del 2001. Oggi, dopo più di dieci anni, non è ancora stata rilasciata alcuna licenza da parte del governo. Le richieste presentate sono state solo 12. Fanno eccezione le concessioni minerarie, che stanno portando soldi nelle casse dello stato e potrebbero rappresentare un’opportunità molto importante. Ma, come diversi paesi insegnano, non sono le risorse che fanno lo sviluppo di un paese, bensì la sua capacità di sfruttarle.

 

Due cose sono chiare: le condizioni per “superare” la cooperazione e andare verso un rapporto di commercio e investimenti privati non sembrano esistere; la cooperazione dovrebbe coprire sia il buco temporale, sia le carenze infrastrutturali e sociali, in modo da permettere alla popolazione locale di sfruttare al meglio questa opportunità. L’Eritrea va riscoperta e capita, valorizzando gli aspetti di contrasto nei confronti dell’Occidente con atteggiamento di umiltà e disponibilità, sperando che anche gli eritrei scoprano il valore di fare le cose insieme, e non continuino a vedere nell’altro solo un nemico da combattere.

 


 



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