Missionari / Le ricerche di Roberto Pazzi
Raccogliendo fonti orali e confrontandole con documenti d’archivio che risalgono al XV secolo, in 50 anni di lavoro il sacerdote-cercatore ha ricostruito le vicende storico-culturali dei popoli di Ajatado: un’area della costa del Golfo di Guinea tra Accra e Lagos. Un lavoro prezioso anche per la storia delle missioni.

Un viaggio appassionante a ritroso nel tempo per scoprire le proprie radici storiche e culturali, e il diffondersi nello spazio di un’area culturale che l’autore definisce Ajatado. Un lavoro scientifico di notevole spessore, dedicato appunto ai popoli di Ajatado, quelli compresi tra Accra (capitale del Ghana) e Lagos (capitale economica della Nigeria). A questa “laboriosa ricerca” «hanno partecipato un certo numero di persone, soprattutto autoctone – scrive l’autore nella introduzione al 1° volume ?. Esse sono rimaste in maggioranza anonime, perché sarebbero forse diventate diffidenti se avessi annotato il loro nome».

Non saremo mai grati abbastanza a Pazzi per questo lavoro. «Ho ritenuto utile – scrive ? mettere in ordine la massa di informazioni che mi è stato dato di raccogliere e di analizzare da quando, giovane prete di origini italiane giunto in Togo nel gennaio 1965, ho subito cominciato a interessarmi al patrimonio culturale autoctono. Introdotto nel campo della lingua, ho potuto progressivamente familiarizzarmi con i suoi diversi dialetti, in parte grazie al compito particolare, ricevuto nel 1970-72, di raccogliere le tradizioni ancestrali nei diversi gruppi etnici di tutta l’area».

È così che Pazzi aveva cominciato a percorrere in lungo e in largo il territorio, di villaggio in villaggio, per fermarsi in quelli che gli apparivano più significativi. Raccogliendo le fonti orali, gli xotutu e i du?o?o, Pazzi ha profittato di tanti incontri informali, senza mai registrare nulla o scrivere di fronte ai suoi informatori, salvo poi far ritorno sui luoghi per controllare e completare quanto aveva ritenuto. Né storico né antropologo né linguista in partenza, Pazzi si è rivelato un ricercatore eccezionale.

Il lavoro qui presentato, iniziato già dai primi anni del suo vivere in Togo – tramite l’osservazione e la riflessione sul popolo che lo accoglieva, lasciandosene poco a poco inculturare –, ha preso corpo con i viaggi esplorativi compiuti nei villaggi e nell’area per incontrarvi capi-villaggio e testimoni. Il lavoro è basato sui documenti lasciati dagli occidentali che per primi hanno toccato le terre dell’area oggetto dello studio e le tradizioni orali dei popoli che di quella “storia” sono il risultato.

Pazzi difende con forza il valore dei miti e delle tradizioni orali che, secondo lui, non sarebbero poi così distanti dalla concezione della storia che avevano gli antichi romani: «Per i popoli di cultura aja, la storia è essenzialmente il cordone ombelicale che congiunge agli antenati fondatori, una realtà dunque viva e che, come tale, evolve». E se è vero che ogni generazione si è appropriata di quella “storia” aggiungendovi del suo prima di trasmetterla ? e che quindi un’analisi critica si impone «perché la verità storica rispunti sotto le aggiunte che ne confondono le circostanze d’origine» ? «l’articolazione tra il documentario e il leggendario non ne interrompe per questo la continuità di una trasmissione orale che, nella sua globalità, è l’arteria che congiunge il lignaggio al suo fondatore, o la città al suo focolare primitivo». 

1472

Sono 12 i documenti d’archivio della marina portoghese del XV secolo che oggi possono illuminare in maniera fondamentale la storia dei popoli usciti da Ajatado. (Tado, la città ancestrale e regale situata alla frontiera Togo-Benin, 100 km dalla costa, è oggi praticamente in rovina e dimenticata. Il che non impedisce che ogni anno, a settembre, vi si svolga una festa particolare, quasi un pellegrinaggio, in memoria del re-fondatore Togbui-Anyi). Ma questi documenti non rivelano l’enigma della loro toponimia che alla luce della tradizione orale degli autoctoni (vedi il volume 2) che hanno deposto nella memoria collettiva le immagini del loro primo incontro con i navigatori europei, sbarcati tra Accra (Ghana) e Lagos (Nigeria) nel 1472.

Il 1° volume, partendo dal prezioso roteiro (mappa di itinerario marittimo) del 1482, ricostituisce, identificandoli, i toponimi dell’intero littorale aja, e segue cronologicamente la progressiva scoperta (da ovest verso est) effettuata dalle “caravelle di Dio” su tutto il Golfo di Guinea. In spedizioni successive, a partire dal 1469, nel 1472 i portoghesi raggiungono Cabo de S. Paulo il 25 gennaio e tre mesi più tardi celebrano il rito dell’elevazione della croce e della consegna della bandiera sulla spiaggia di Agbanakεn.

L’autore ci porta per mano – a volte obbligato a fare delle acrobazie che permettano di legare tra loro avvenimenti che le fonti orali o scritte ritengono in forma frammentaria ? a datare al XII secolo la nascita della città regale di Ajatado, frutto dell’incontro tra gli aborigeni alu, metallurgisti del ferro, e una dinastia, i dzanu, che due o tre secoli prima aveva lasciato la regione di Djenné (Mali), la Kwara della tradizione, abbandonando ai musulmani il commercio dell’oro di cui erano stati i monopolisti alla fine del primo millennio, per dirigersi a sud.

Era l’epoca in cui l’Europa cristiana organizzava le crociate per strappare all’islam la città santa di Gerusalemme. «Per un gioco curioso della storia – scrive l’autore ? sono proprio gli eredi diretti dei crociati respinti da Gerusalemme che, riuniti in Portogallo nell’Ordine supremo del Cristo, inizieranno la circumnavigazione dell’Africa e, toccando l’estuario del Mono nella primavera del 1472, incontrano i discendenti di coloro che l’espansione islamica aveva allontanato dal Niger. I portoghesi progettano allora di allearsi con questo popolo per risalire il fiume nella speranza di raggiungere la Nubia cristiana da dove ritengono possibile aprire una breccia nell’impero islamico per strappargli finalmente Gerusalemme». Questa grandiosa utopia, ben presto abbandonata, «è però soggiacente all’impresa di esplorazione della costa Accra-Lagos i cui documenti, divenuti accessibili, procurano oggi alla storia di Ajatado il suo più antico ancoraggio cronologico».

Con emozione, direi, l’autore descrive, all’inizio del 2° volume, il primo incontro ufficiale tra gli autoctoni e gli “uomini rossi” (i portoghesi, guidati da Pero de Sintra) sbarcati appunto nel 1472 (data-chiave della ricerca) sulla spiaggia di ƒlagbεk?, punto geografico iniziale della fondazione di Agbanakεn, e che scoprono essere non spiriti, come da sempre ritenevano fossero quelli di là dal mare, ma viventi in carne e ossa. E “rossi” cioè persone del nord, secondo la loro tradizione, benché venuti da sud. Da questo autentico e proprio “choc psicologico” provocato da quello sbarco è nata la celebrazione che gli ?ƒla ripetono annualmente da cinque secoli di un sacrificio al mare, non più chiamato ?xù, ma agb?-t?, fiume di vita. La cerimonia perpetua anche le xotutu che riguarda l’installazione sulla costa dei primi cittadini venuti d’Ajatado, fondatori di Agbanakεn, rassicurati dall’oracolo consultato dal bok? che prediceva che un giorno uomini dal colore del fuoco sarebbero arrivati sulle acque portando la ricchezza al paese.

12 cappuccini

È questa datazione del primo sbarco portoghese, in virtù delle loro mappe di navigazione, che diventa il punto di ancoraggio sicuro a partire dal quale è diventato possibile all’autore risalire, grazie alle tradizioni orali, ai percorsi delle etnie di Ajatado nei tre secoli precedenti, fino a giungere a fissare la fondazione della città al XII secolo.

Gli ?ƒla e i portoghesi presero degli accordi, compreso quello di… ritornare. Un secondo sbarco portoghese è infatti riportato sia avvenuto all’estuario del M?n?. I portoghesi portano con loro molti doni: stoffe, strumenti per l’aratura, sementi di ogni specie di piante. Raccomandano di coltivarle, promettendo di far ritorno per comperarne i prodotti…

Dopo i portoghesi, il litorale vedrà sbarcare, a partire dal 1600, gli olandesi, seguiti da altre nazioni ancora, ciascuna con la propria fisionomia. Gli abitanti del paese si adattarono ai vari inquilini dei loro commerci. Ma i rapporti degli autoctoni con gli europei non furono solo commerciali.

Un altro intervento che ha segnato la storia di quell’angolo d’Africa, è stato quello che si è prodotto nel 1660 con l’arrivo nel regno di Allada dei missionari (cappuccini) che il re aveva chiesto alla Spagna. Tutto il cap. 6 del 3° volume (a nostro parere uno dei più accattivanti dell’opera) è dedicato allo studio minuzioso di quell’avventura missionaria che vede «sei dei dodici morire in pochi giorni, e gli altri rimanere gravemente malati e addirittura morenti per più di un anno, finché si dovette ripartire, cacciati e strappati con violenza a questo regno»», come leggiamo nel prologo di Espejo Mystico di padre José de Najara, uno di quei missionari, che racconta quella spedizione missionaria. E Pazzi conclude: «È la missione cristiana, il cui apparente fallimento del 1660 e altri passi falsi nel suo impiantarsi successivo non ha arrestato l’opera di evangelizzazione, che contribuisce oggi, a livello culturale profondo della sensibilità religiosa, a guarire le ferite del passato tramite un rinnovamento interiore rivolto all’avvenire».

5 secoli di oblio

L’impareggiabile lavoro dell’autore è stato quello di sottrarre all’oblio quei documenti ? fonti scritte rimaste mute per ben cinque secoli ? e di confrontarli con i dati paralleli della tradizione orale conservata viva nelle generazioni successive. Un lavoro che ha spesso richiesto uno studio minuzioso e complesso, senza possibilità di appoggiarsi a pubblicazioni anteriori esaustive. L’autore è cosciente di offrire interpretazioni inusuali. Per esempio, il lettore non potrà non rimanere perplesso, abituato com’è a identificare il nome Kwara delle tradizioni orali con il fiume Niger (perché effettivamente questo è il nome che porta presso alcuni popoli del litorale) scoprire che Pazzi attribuisce il toponimo in questione alla città-madre di Djenné che le ricerche archeologiche hanno fatto uscire dalle sabbie negli anni Settanta del secolo scorso. Non è infatti il fiume, ma la sua antica città regale che ha portato questo toponimo fino all’XI secolo.

Chi scrive deve molto al ricercatore-autore e se ne considera amico. Sorride quindi, conoscendone la serietà di ricercatore, sentirlo riconoscere volentieri che il suo testo «non possiede tutte le sfumature che convengono a questo genere di ricerche né il rigore critico dello storico serio». Eppure l’autore ha profittato dei suoi tre viaggi che dal Togo lo riportavano verso l’Europa via terra, per percorrere le piste delle antiche carovaniere transahariane. E poi, a cominciare da Londra nell’estate 1979 e quindi a Parigi e altre città nel 1985, «consultare – scrive ? negli archivi gli originali degli antichi documenti e carte».

Al termine di questo periodo di spostamenti e ricerche, «l’ultima tappa della mia vita – scrive l’autore ? sarà stata di fissarmi in un luogo relativamente stretto del territorio e di continuarvi e interiorizzare la ricerca. In questo eremo, una parte del mio tempo è consacrata a esplorare più in profondità questo patrimonio, aiutato volentieri quando capita da collaboratori antichi e nuovi, tutti affezionati al paese e alla sua cultura».

Il frutto di questa presenza amante e orante sono i tre volumi che qui presentiamo (e i due che saranno pubblicati in un prossimo futuro) e che mirano anche, nel pensiero dell’autore, ad aiutare il lettore autoctono «a ritrovare, a monte dell’insegnamento scolastico portato dalla colonizzazione europea, il cammino della storia antica del suo popolo, elemento fondamentale per la formazione culturale del ragazzo di oggi, perché la sua personalità deve potersi fondare su un patrimonio ancestrale autentico e integrale».

Nella foto in alto un litorale ghaneano. Nella foto sopra la dimora-studio di Roberto Pazzi a Vogan (Togo).

 

Missionario eremita

Se andate a trovarlo nella sua capanna, non lontano da Vogan, vi verrà incontro un uomo anziano il cui sorriso esprime la luce che abita il suo sguardo. Vi saluta in waci, la lingua locale. È un missionario italiano di origini milanesi (è nato a Milano 80 anni fa) che all’età di 29 anni, all’inizio del 1965, raggiungeva il gruppo dei primi 8 comboniani, sbarcati sulle coste dell’Africa occidentale (a Lomé – Togo) il 19 gennaio dell’anno precedente. Da subito ha avuto un occhio particolare per la lingua, la storia e le tradizioni del popolo che lo accoglieva, senza dimenticarne, evidentemente, la religione. Ne sono una prova gli articoli pubblicati su Nigrizia nella seconda metà degli anni Sessanta, ancora così attuali.

La sua presenza di missionario la voleva semplice e povera, tra la gente, quasi un’immersione totale, dando più importanza alla contemplazione che all’azione. Un po’ ispirandosi al modello del piccolo fratello Charles de Foucauld. Uno stile di vita che non era stato facilmente accettato da tutti i confratelli.

A partire dal 1973 si installa a Logowome, villaggio a 4 km da Afagnan, nel sudest del Togo, dove non vi era comunità cristiana, per lasciarsi purificare da una certa “solitudine” e per imparare nella vita comune con i fratelli autoctoni la loro lingua, sensibilità e civilizzazione. In quel villaggio, occupando una capanna che niente distingueva da quella della gente, è rimasto nella preghiera e nel lavoro (ricerca compresa), coltivando rapporti di amicizia con le famiglie che lo accoglievano e preparando pazientemente la nascita della Chiesa. A lui si unirà ? per condividerne la scelta di vita ed «esprimere in germe il popolo nuovo in cui ci si ama come Gesù ci ha amati» ? la francese suor Marie-Jeanne Ménoret che Pazzi aveva conosciuto nei suoi passaggi a Azové (Benin).

All’inizio del 1988 Pazzi lascia Logowome per installarsi a Atigbe-Dzogbepeme, sulle pendici del monte Agou, a un centinaio di km a nord di Lomé, a occidente. Ma già alla fine del 1990 è di nuovo nell’area culturale a lui più confacente, e precisamente a Vogan, cittadina del sudest a 45 km da Lomé, non lontano da dove i navigatori portoghesi piantarono la prima croce sul suolo togolese, nel 1472. Vive ritirato in quello che lui stesso ha battezzato Eremo della croce gloriosa (Ermitage Atsisoga Yayrat?a), dove ha intensificato il suo lavoro negli ultimi 25 anni. Il frutto di questo lavoro sono i tre volumi qui segnalati e i due che usciranno a breve.

Incardinatosi alcuni anni fa nella diocesi di Aneho, che comprende la parrocchia di Vogan, Pazzi continua nello studio e la preghiera la sua vita di missionario eremita.

Indirizzo: Vogan (Togo) s/c Paroisse catholique, BP 74. (E.B.)