Da Nigrizia di luglio-agosto 2010: gli interessi del paese dopo il voto di maggio
Dalle elezioni è uscito un parlamento monocolore, con l’Frdpe di Meles che ha conquistato tutti i seggi, tranne due. Una manna per il premier, che ora avrà mani ancora più libere per trattare con Cina, India e Medio Oriente. Il controllo della terra resta l’arma vincente del regime.

Domenica 23 maggio l’Etiopia ha votato per il rinnovo del parlamento federale: 32 milioni di elettori, 60 partiti, 42mila seggi e 547 posti in ballo. Due giorni dopo, il premier Meles Zenawi, tigrino, al comando del Fronte rivoluzionario per la democrazia del popolo etiopico (Frdpe) e del paese da quasi 20 anni, organizza una grande manifestazione nella Piazza Meskel e annuncia la vittoria a valanga. Il partito di governo ha conquistato il 99% dei seggi. Tutti meno due: uno al Medrek (Forum), la principale coalizione di opposizione; l’altro a un candidato indipendente. Nella conta dei voti due estremi danno l’idea: nella cosmopolita Addis Abeba l’Frdpe è al 56%; nella capitale del Tigray, Mekallè, all’88%. L’Frdpe aveva già una larga maggioranza in parlamento (quasi due terzi dei seggi), ma questa vittoria significa un parlamento monocolore e la ritirata della democrazia rappresentativa.

 

L’opposizione rifiuta il risultato. Parla di elezioni truccate e chiede che si voti nuovamente. Un rapporto degli osservatori dell’Unione europea dice che il terreno di gioco non era uguale per tutti. Si torna a parlare di trasmissioni scomode oscurate, di intimidazioni, di alcune morti ancora in cerca d’autore. Sulle polemiche Meles stende miele insipido e manna populista. All’Occidente fa sapere che gli aiuti alimentari non sono uno strumento di controllo. Nel caso, gli etiopici ringrazieranno per quanto è stato fatto, ma hanno la forza per farne a meno. Al paese fa sapere che anche con un parlamento monocolore le forze di opposizione saranno interpellate nelle scelte che contano. A tutti dice che i risultati dimostrano come l’Frdpe abbia imparato la lezione e che si andrà avanti sulla strada cominciata. La lezione imparata ha a che fare con la gestione del potere.

 

 

Interessi stranieri

Sulle elezioni pesava un macigno: i 200 morti delle elezioni 2005. Forse è stato digerito. Più probabile che sia stato solo ingoiato. Allora l’Frdpe sottovalutò l’avversario, il Kenegit. Quando si accorse che i taxisti, una lobby potente ad Addis Abeba, e gli studenti si salutavano con il simbolo dell’opposizione – indice e medio nel segno della vittoria – era troppo tardi. Per le strade scorreva energia e l’immobilismo sembrava essere finito. L’annuncio della vittoria dell’Frdpe fu una doccia fredda. L’opposizione rifiutò il verdetto, scoppiarono disordini, l’esercito sparò. Nelle elezioni 2010, il segno di vittoria è scomparso: il simbolo del Medrek era una mano aperta; quello dell’Frdpe, invece, un’ape. La Commissione elettorale nazionale ha distribuito il denaro pubblico per la campagna elettorale e l’Frdpe se ne è preso quasi la metà. Tutto secondo la legge.

 

Ma la gestione del potere ha radici più profonde: una miscela di controllo del territorio, di crescita economica, di posti di lavoro, di sviluppo guidato da un governo presente ovunque. Negli ultimi 5 anni il governo ha lavorato sodo. E la direzione sarà ancora la stessa. Il pil cresce e, a volte, a due cifre. Strade nuove avvicinano i lembi di una terra che va dal deserto della Dancalia alle zone umide del fiume Baro, dai sassi del Tigray al verde del Sidamo. Scuole, ospedali e l’elettrificazione dei villaggi sono veri. Il premier etiopico ha prenotato gli investimenti cinesi. Nella periferia di Addis Abeba nascerà il più grande distretto industriale made in China del Corno d’Africa. Quattro grandi centrali idroelettriche penseranno all’energia. E ce ne sarà anche per l’esportazione. L’industria dei fiori fiorisce. Milioni di ettari di terra potrebbero essere convertiti al biofuel; già ora il 5% di quel che finisce nel serbatoio delle auto è etanolo. Tre milioni di ettari di terra buona è il limite che il governo mette all’agrobusiness targato investitori stranieri. Indiani e arabi hanno già messo su chilometri di steccati.

 

Crescita economica significa posti di lavoro. Si dice che, senza tessera del partito, non si lavori e non si compri casa. Bisognerebbe chiedere alle 10mila persone che ogni giorno puliscono la capitale. Alle migliaia di giovani scalpellini che ne rifaranno i vicoli. Alle migliaia di portatori di secchi per le betoniere. A elettricisti e carpentieri. Sono tutti nuovi posti di lavoro. Loro hanno le risposte. Ma ci si accorgerà che la gente non parla troppo volentieri di queste cose. Ai tempi di Hailé Selassié c’erano orecchie ovunque: spioni che proteggevano la piramide dei privilegi. Sotto il Derg di Menghistu non fu meglio.

 

Oggi il controllo vero è sulla terra e sulla possibilità di coltivarla. La proprietà privata della terra non esiste. La costituzione la vieta, mentre ne garantisce l’uso alle famiglie. Fu una riforma di Menghistu, e il presente governo non l’ha seppellita. L’Etiopia è un paese di contadini, nonostante industria e servizi mangino punti percentuali. Ma la crescita della popolazione, l’uso della terra e la desertificazione restringono i confini degli appezzamenti. La media è un ettaro a famiglia. Siamo ancora a un’agricoltura di sussistenza. È l’apparato burocratico delle amministrazioni locali che pensa all’assegnazione della terra, agli aiuti per le sementi e i fertilizzanti. Un potere enorme. Ma prima o poi, l’Etiopia dovrà lavorare sulla liberalizzazione della terra. Con oltre 80 milioni di abitanti e tanti bambini che nascono, il paese non avrà scelta. Troppa pressione nelle campagne e poca resa: ci si dovrà aprire al libero mercato, alla meccanizzazione, a una intensificazione della resa. L’industria dovrà fare la sua, assorbendo la manodopera liberata.

 

Le elezioni, comunque, non hanno cancellato i problemi sul tavolo: dalla miopia ambientale al lavoro salariato, che rischia di essere di sussistenza; dai grattacieli con piedi d’argilla, visto il debito pubblico, ai grandi investimenti guidati solo dal governo; fino alla qualità del sistema educativo, che scende mentre crescono le costruzioni delle nuove scuole.

 

Un giornale locale ha cominciato a parlare di “melesismo”. E non a torto. Quando Meles fu scelto per rappresentare l’Africa al vertice di Copenaghen sul clima, ha avuto un palcoscenico d’eccezione e ha giocato il ruolo di un politico con la mano tesa, ma non per chiedere soldi ai paesi ricchi, bensì per pretenderli. Anche se poi le cose non sono andate come previsto.

 

Oggi Meles è già al centro di una nuova trama: la revisione del trattato sullo sfruttamento del Nilo e del suo bacino. A suo avviso, «l’idea che il Nilo appartiene solo all’Egitto è vecchia. Abbiamo tutto il diritto di costruire dighe e fare progetti idrici nel nostro territorio». Una minaccia che spaventa Il Cairo.

 




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