Armi e polemiche
In Piemonte, dove si assemblano gli aerei più costosi della storia, i vescovi hanno espresso tutta la loro contrarietà all’operazione. Ma i bilanci del gruppo armiero italiano, che non soffre la crisi, s’ingrassano con quelle entrate. Continuano le vendite di armi a paesi belligeranti.

In terra novarese è un nervo scoperto che lacera anche il tessuto della comunità diocesana. Stiamo parlando dell’assemblaggio dell’ F35, l’aereo più costoso della storia. L’Italia si è impegnata a comprarne 131 esemplari, per un importo di 15 miliardi di euro. Il loro assemblaggio avviene a Cameri, in provincia di Novara.

Un argomento che spacca il mondo cattolico. Il vescovo di Novara, mons. mons. Renato Corti, ha ribadito la sua contrarietà. Tra l’altro già espressa, in precedenza, anche da mons. Fernando Charrier vescovo di Alessandria. La Commissione diocesana “Giustizia e pace” di Novara il 1° gennaio del 2007 – come ci ricorda in una lettera, ricevuta da Nigrizia, don Mario Bandera della locale Commissione “Giustizia e pace” – aveva stilato una nota in cui, partendo dalle affermazioni del magistero, esprimeva la propria contrarietà al progetto della costruzione degli F35, che prevede un enorme sperpero di soldi pubblici, sottratti alle spese sociali, alla sanità e all’istruzione, settori certamente più bisognosi di finanziamenti. Successivamente, a livello regionale, la Commissione per la pastorale del lavoro, presieduta da mons. Charrier, e che ingloba le varie commissioni “Giustizia e pace” del Piemonte, ha diramato un comunicato, firmato anche da mons. Tommaso Valentinetti, presidente nazionale di Pax Christi, che ribadiva il “no” all’intera faccenda.

Mons. Corti, riprendendo quel comunicato, l’ha integralmente citato, affermando come pastore della comunità novarese, «la necessità di opporsi alla produzione e alla commercializzazione degli strumenti concepiti per la guerra». Ha poi proseguito: «Abbiamo la speranza che si arrivi a un ripensamento, che permetta una riflessione più allargata e approfondita, capace di incidere nella mentalità delle persone e delle istituzioni».

Ma difficile pensare a un cambio di strategia. I bilanci di Finmeccanica vivono anche di quelle entrate. Il fatturato dei primi nove mesi del 2010 del gruppo armiero italiano, sfiora i 13 miliardi di euro, con un leggera crescita, mentre l’utile netto è sceso da 364 milioni a 321. Gli ordini, pari a 13,5 miliardi sono analoghi a quelli dello stesso periodo 2009.

Fra di essi sono da evidenziare la fornitura di 12 elicotteri AW 101 all’India, la terza tranches del caccia europeo Eurofighter, l’ammodernamento di dieci elicotteri inglesi, la fornitura di trenta elicotteri ad un cliente dell’area sud del Mediterraneo, non meglio precisato, forse la Libia, una serie di sistemi elettronici per le forze armate statunitensi, l’ammodernamento degli aerei da trasporto G 222 destinati agli USA e poi trasferiti all’aviazione afgana, la fornitura di altri otto aerei da trasporto C27J agli Stati Uniti.

Degno di nota è anche il contratto per il controllo elettronico dei confini meridionali della Libia, per contrastare il flusso d’immigrazione clandestina verso l’Europa, che si tradurrà in maggiori sofferenze per tanti disperati in fuga dai paesi della guerra e della fame.

L’elenco dei principali clienti è particolarmente preoccupante, tutto il contrario di quanto sancisce la legge 185 del 1990 che disciplina il commercio delle armi italiane, che vieta le esportazioni ai paesi belligeranti e responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali sui diritti umani. Proprio per evitare questi divieti il governo sta procedendo in parlamento al suo stravolgimento.

Anche l’analisi della distribuzione del personale del gruppo sottolinea la scelta di incrementare la presenza nei paesi in cui la spesa per le armi è maggiore, come negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Francia. Non a caso su un totale di 76.000 dipendenti, 12.000 sono occupati in Nord America, 10.000 in Inghilterra e 3.700 in Francia. Del resto, Finmeccanica ha comprato DRS Technologies un importante fornitore americano del Pentagono, a dimostrazione della volontà di accaparrarsi una parte significativa dell’enorme budget militare di Washington.

Un’altra criticità rilevabile dai dati di bilancio è costituita dalle spese per ricerca e sviluppo. Finmeccanica ha investito nel settore, nei primi nove mesi 2010,1,3 miliardi di euro, circa il dieci per cento del fatturato ed è una delle società italiane che più spende a tali fini. La spesa si è concentrata soprattutto sull’elettronica per la difesa (38% del totale), elicotteri (21%) ed aeronautica (18%). Come si vede con una netta prevalenza nel comparto militare.

Risorse umane particolarmente qualificate sono utilizzate per inventare nuovi ordigni o perfezionare quelli esistenti. Tutto questo lavoro si tradurrà in lutti e rovine invece di migliorare la qualità della vita. È ora che la comunità degli scienziati reagisca per imporre una sorta di riconversione della ricerca dai fini bellici a quelli civili.

In prima fila fra chi cerca di cambiare la situazione c’è l’oncologo e senatore PD Veronesi che mediante la propria fondazione ha evidenziato la necessità di ridurre le spese per la difesa per liberare le risorse necessarie ad aumentare quelle sociali, ad esempio per la lotta ai tumori.

I tempi di crisi sono i migliori per ripensare il nostro modello di sviluppo, è ora quindi di ripensare un’economia che vede opportunità dove ci sono tensioni o conflitti. Il ministero dell’economia, azionista di riferimento di Finmeccanica, deve spingere il gruppo ad attuare il principio della riconversione produttiva dal militare al civile, peraltro già sancito dalla 185