Terzo vertice UE-UA
Il terzo vertice Unione europea – Unione africana si è concluso senza accordi concreti. Il tema dei cambiamenti climatici è stato al centro delle discordanze. I due blocchi hanno, tuttavia, firmato un piano d’azione per i prossimi tre anni, e una dichiarazione congiunta.

Il terzo summit tra l’Unione europea e l’Unione africana, iniziato lo scorso lunedì e concluso ieri a Tripoli, in Libia, non ha portato venti di novità nelle relazioni tra i due continenti.

 

Come già nel precedente summit di Lisbona del 2007 – marcato dal fallimento dell’accordo sul libero scambio proposto dall’Unione europea (EPA) – i capi di Stato e i responsabili di istituzioni africani ed europei non sono riusciti a concludere nemmeno un accordo.

 

Le divergenze di vedute, circa la visione sull’immigrazione e sul ruolo degli investimenti nei rapporti tra Europa e Africa, hanno diviso i due blocchi.

 

A far saltare le speranze di un “oltre Lisbona” è stato il rifiuto, da parte dei paesi africani, di firmare una dichiarazione congiunta sul clima adottata già nel 2008, in seguito al vertice di Lisbona. Un rifiuto che arriva in concomitanza alla 16° Conferenza sui cambiamenti climatici in corso a Cancum (Messico).

 

Per alcuni diplomatici africani il documento – che prevede la riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto sera dei paesi europei entro il 2020 e una presa di posizione comune delle due parti durante le negoziazioni sui cambiamenti climatici – non riflette le priorità del continente in merito alle questioni climatiche.

 

L’incontro libico si è tuttavia concluso con l’adozione di due documenti: la “dichiarazione di Tripoli” e il “piano d’azione strategico” per i prossimi tre anni.

 

Nella dichiarazione congiunta, i leader dei paesi africani ed europei hanno deciso di rafforzare la cooperazione, per quanto riguarda alcuni settori importanti, tra cui quello della pace, la sicurezza e l’immigrazione.

 

Come al consueto, le promesse non sono mancate. Nella dichiarazione finale, l’Ue ha riaffermato il suo impegno a consacrare, entro il 2015, lo 50 miliardi di euro per i paesi in via di sviluppo.