Il sottotitolo di copertina è fuorviante. In questo libro, che assomiglia a una lunga, quasi informale chiacchierata, di razzismo si parla poco o niente. Il tema è invece il colonialismo, e più in particolare quello italiano nel Corno d’Africa, raccontato da una visuale originale e coraggiosa: quella di una scrittrice italiana di origine somala, nipote di un uomo che ha lavorato a lungo con il regime coloniale e con quello fascista, facendo il traduttore.

Igiaba Scego studia il colonialismo e le sue ricadute esistenziali prima ancora che storiche da diversi anni. E in varie occasioni ha fatto menzione di questo nonno, conosciuto solo attraverso i racconti famigliari, e della sua controversa posizione. Nel libro l’autrice immagina che il nonno venga a trovarla in sogno e le racconti, notte dopo notte, come sono andate le cose, dal suo punto di vista. E nel racconto si intrecciano ammissioni di responsabilità, espressioni di rimorso e condanne per il regime.

Il nonno parla con Igiaba e lei riferisce ai giovani lettori destinatari del volume, arricchendo la narrazione con informazioni storiche che vanno dalla propaganda fascista declinata a fumetti in occasione della guerra d’Etiopia alla recente vicenda del mausoleo eretto ad Affile alla memoria di Rodolfo Graziani, dalla battaglia di Dogali alla strage di Addis Abeba, dal furto dell’obelisco di Axum alla sua restituzione. Ogni capitolo riporta questa triangolazione tra passato coloniale del nonno, presente romano di Igiaba e il futuro dei giovani lettori destinatari della narrazione.

Il colonialismo è un grande rimosso nella storia dell’Italia. Da questo dato di fatto è partita l’autrice. A poco a poco, ma in realtà più per iniziativa di singoli docenti più che per effetto di un’indicazione istituzionale, questo argomento tabù ha iniziato a fare la sua comparsa in varie aule scolastiche. Ma continua complessivamente a sapersene troppo poco.

Scego, che non è una storica e non si spaccia come tale, ha pensato che fosse arrivato il momento di fare la sua “parte”, rivolgendosi ai più giovani e dando loro uno strumento in grado di aiutarli a mettere in relazione passato e presente, responsabilità italiane del secolo scorso e scenari migratori contemporanei.

Uno strumento in linea con il suo approccio narrativo e che, attraverso l’espediente letterario del nonno che compare in sogno, permettesse anche di mostrare come la linea che distingue il bene e il male, i buoni e i cattivi, non è mai netta. Anche se, a posteriori, sembra tutto chiaro e facile da distinguere.

Il nonno, parlando della sua ambigua ubicazione, ha parole molto dure verso il colonialismo e il fascismo e, in fondo, anche verso sé stesso, riconoscendosi però l’attenuante di essere stato spinto dal bisogno e di non aver compreso, in quella complessa situazione, che cosa stesse davvero accadendo attorno a lui.

Una condizione questa, che ha accompagnato vari africani sotto il regime coloniale ma non solo loro. Figli dello stesso cielo – una volta conosciuto il contenuto del libro anche il titolo diventa più chiaro – vuole essere un assaggio, una lettura iniziatica, che apre il varco a successivi approfondimenti. Ed è proprio nelle ultime pagine che Scego tira le somme e mette in chiaro le sue intenzioni.

Questo libro, scrive, non è un processo al passato o all’Italia. È un tentativo di illuminare questo passato per non ripeterlo: «Mi raccomando, chiuso questo libro non smettete di ricercare la memoria. Sarete voi nel futuro a fare la differenza».

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