Celebrazione in memoria del genocidio in Namibia

Ha suscitato reazioni contrastanti il recente Accordo per la ricostruzione e la riconciliazione con il quale il governo della Germania, che ha riconosciuto di essere responsabile del genocidio delle popolazioni herero e nama nel 1904-1908, si è impegnato a stanziare aiuti per oltre 1,1 miliardi di euro alla Namibia.

La storia di un genocidio

Il memoriale in ricordo della vittime del genocidio

Il genocidio in Namibia, occupata dai tedeschi dal 1884 al 1915, iniziò nel 1904 in seguito alla ribellione degli herero e dei nama derubati della loro terra e del loro bestiame. Come reazione, il capo dell’amministrazione militare locale, il generale Lothar von Trotha, ordinò lo sterminio della popolazione.

I sopravvissuti tra la popolazione herero e nama furono costretti a vivere nel deserto e successivamente portati in campi di concentramento sottoposti a lavori forzati. Molti di loro morirono di malattie, stanchezza e fame, mentre altri furono soggetti a sfruttamento sessuale e sottoposti a sperimentazione medica. Si stima che circa l’80% delle popolazioni indigene sia morto durante il genocidio.

La rabbia dei discendenti

Mentre il governo dell’ex colonia tedesca ha accolto con favore il gesto, i discendenti dei superstiti del genocidio hanno apertamente rifiutato l’iniziativa di Berlino. I fondi che verranno stanziati nell’arco di 30 anni per la realizzazione di infrastrutture, assistenza sanitaria e programmi di formazione a beneficio delle comunità colpite «non sono sufficienti per ripagare delle sofferenze inflitte e non sono un vero e proprio risarcimento», hanno fatto sapere i rappresentanti delle principali organizzazioni herero e nama.

In maniera più esplicita, Laidlaw Peringanda, attivista herero e presidente della Namibian Genocide Association, ha dichiarato: «Non accettiamo questa offerta perché la nostra gente ha perso terre, la propria cultura e molti di loro furono costretti a fuggire in Botswana, Sudafrica e altri poi sono stati trasferiti in Togo e Camerun». La Germania – secondo Peringanda – dovrebbe riacquistare le terre ancestrali attualmente nelle mani della comunità di lingua tedesca, che costituisce meno dell’1% della popolazione della Namibia. Per tutto ciò, c’è chi non esclude la possibilità di una rivolta da parte di minoranze nel paese che non possiede terre e potrebbero decidere di impadronirsi con la forza di proprietà agricole, com’è successo in Zimbabwe.

Il governo namibiano, per parte sua, ha difeso la dichiarazione della Germania del 28 maggio scorso, frutto di cinque anni di negoziati tra Berlino e Windhoek, affermando che è il «primo passo nella giusta direzione». La dichiarazione sarà firmata nel corso del mese di giugno dal ministro degli esteri tedesco Esteri Heiko Maas nella capitale della Namibia, Windhoek, e dovrà poi essere ratificata dal parlamento di ciascun paese. In seguito, il presidente della Germania Frank-Walter Steinmeier è atteso nell’ex colonia per porgere le scuse ufficiali alla nazione.

Esclusi dai colloqui

Un altro punto di contesa riguarda gli stessi negoziati che secondo il ministro degli esteri Maas dovevano individuare «un percorso comune per una vera riconciliazione in memoria delle vittime». Ma proprio a questo riguardo, i rappresentanti degli herero e dei nama hanno criticato la Germania per averli esclusi dai colloqui e di avere negoziato soltanto con il governo centrale della Namibia, dominato dagli ovambo, il maggiore gruppo linguistico, circa la metà di 1milione e trecentomila abitanti.  

L’esclusione della maggior parte dei discendenti delle vittime del genocidio dai negoziati «è un bel problema se l’obiettivo dichiarato era la riconciliazione. Come ci si può riconciliare con le vittime se le vittime si sentono escluse dall’intero processo?», ha commentato Jürgen Zimmerer, professore di storia globale dell’Università di Amburgo, Germania.

Occorre dare atto che i colloqui tra i governi di Germania e Namibia sono stati i primi nel loro genere da parte di un’ex potenza coloniale. Tuttavia, molti herero e nama che vivono in aree sovraffollate o in insediamenti informali speravano che l’accordo avrebbe ripristinato il loro diritto a riprendere possesso delle terre appartenute ai loro antenati prima del genocidio.