Giulio non solo fa cose. Giulio si tramanda. Diventa un bimbo che gattona, un colore (il giallo) che illumina. Giulio è scomparso il 25 gennaio del 2016 al Cairo e te lo ritrovi al polso di chi ti è accanto sull’autobus, a svolazzare su un balcone fiorito, a riempire piazze e web. Perché Giulio si moltiplica e continua a fare cose… i braccialetti, le spille, le magliette, gli striscioni, i concerti, le borse di studio, tutto fa sì che prosegua a camminare.

Paola Deffendi e Claudio Regeni, mamma e papà di Giulio, sono quattro delle sue innumerevoli gambe che vanno per il mondo. Perché contare le gambe su cui il ricercatore italiano continua a camminare oggi, a quattro anni dal suo assassinio, è davvero difficile. Perché la memoria condivisa ed emotiva che si espande, grazie al lessico familiare dei genitori, non conosce confini.

Perché Giulio, che ha studiato a Duino, al Collegio del mondo unito, per poi passare per Leeds e Cambridge, Oxford e Il Cairo, incrociando coetanee e coetanei di diverse provenienze che si fanno eco di quello che è accaduto. Perché gli incontri per chiedere “verità per Giulio Regeni” non hanno conosciuto sosta.

Il libro, scritto a sei mani (a Paola e Claudio, si aggiunge l’avvocata che li accompagna in questa rivendicazione di giustizia, Alessandra Ballerini), non è solo la storia di chi era Giulio, dai suoi viaggi in famiglia alla passione per Topolino, dal suo impegno civico nel Governo dei giovani alle dinamiche che determinano quello che sei, per gli incontri che hai avuto e per come ti hanno cresciuto i tuoi genitori.

È anche la denuncia del regime di al-Sisi. Sin da subito, la polizia egiziana cerca di infangare il nome del ricercatore, depistare le indagini, arriva persino a uccidere cinque uomini, pur di scrivere un’altra storia sulla fine di Giulio. Che ha brutte compagnie, che è omosessuale, drogato, spia… che è morto di incidente stradale.

Giulio amava l’Egitto. Nel 2009, per imparare l’arabo, era stato al Cairo un intero anno accademico; nel 2013 era tornato come stagista per un progetto Onu. Conoscere la lingua gli dava la possibilità di rapportarsi alle persone direttamente, come era solito fare per carattere. Nel 2016 lavorava alla sua tesi di dottorato, una ricerca sui sindacati egiziani. Era oramai in dirittura d’arrivo, aveva quasi finito di raccogliere storie e dati. C’era già un biglietto aereo di ritorno, il 23 marzo.

Doveva rientrare, ma non è andata così. Il libro lo racconta nei dettagli. Ripercorrendo i giorni che partono da quel 25 gennaio 2016. Una cronistoria scandita da tutti i passaggi, gli incontri istituzionali e non, le telefonate, i finti colpi di scena, le bugie, le speranze, le fatiche.

Due stati, che promettono e non mantengono. L’Italia, che richiama un ambasciatore per poi, a distanza di poco più di un anno, rimandarne un altro. Perché «l’Egitto è un partner ineludibile per l’Italia». Un paese che assiste all’uccisione di un suo cittadino e non sente neanche la necessità di andarselo a prendere, tanto che i genitori si trovano costretti a organizzare da soli il trasporto di Giulio e il suo funerale.

Ma, come afferma Erri De Luca, «quello che siamo riusciti a ottenere lo dobbiamo alla mobilitazione civile dei genitori di Giulio, che si sono caricati questo bisogno di verità e ci hanno trascinato con loro», che ci hanno saputo restituire il senso di una comunità, il valore di un dolore privato che diventa pubblico, da cui nasce una scorta mediatica e affettiva, che rivendica il diritto ad avere giustizia.