Verso il Sinodo di ottobre
Nell’anno che l’ONU dedica alla riconcilizione, un nuovo libro della casa editrice EMI prepara al Sinodo africano e interroga su cosa significhi davvero questo termine.

Una parola unisce le Nazioni Unite e il Sinodo africano del prossimo ottobre: riconciliazione. Il 2009 è stato infatti indetto dall’ONU come “anno internazionale della riconciliazione“. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha scelto questa tema per sottolineare l’importanza di perseguire, con la partecipazione attiva di tutte le parti interessate, processi di riconciliazione necessari per la realizzazione di una pace duratura; per rivendicare la ferma determinazione delle Nazioni Unite a portare avanti i processi di riconciliazione in quelle società che sono colpite o divise da conflitti e, infine, invitare i governi interessati e le organizzazioni internazionali e non-governative a sostenere con tutti i mezzi i processi di riconciliazione. Il secondo Sinodo dei vescovi africani che si svolgerà a Roma nel mese di ottobre avrà al suo centro proprio gli stessi temi, nella ricerca di una “Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”.

Il nodo della riconciliazione, della riparazione, della ricostruzione di un collante sociale dopo eventi drammatici, guerre civili, conflitti internazionali attraversa tutte le epoche storiche. Se ne trovano tracce nelle leggi che impongono l’amnistia, il divieto del ricordo nell’Atene che esce dalla dittatura dei Trenta tiranni nel 403 a.C. E se corriamo lungo i secoli ritroviamo le stesse domande (come affrontare un passato di sofferenza e odi? Come riunire popoli divisi? Cosa significa concretamente la parola “perdono”?) in tutti i secoli. Ma è il secolo breve del ‘900 – oppure il secolo lungo, se consideriamo le sue propaggini in questo inizio di terzo millennio – a marchiare a fuoco le vicende di tanti paesi e popoli, imponendo a milioni di persone l’interrogativo su come rapportarsi con un passato che non passa (secondo la celebre definizione di Henry Rousso).

L’Africa – insieme a numerosi paesi dell’America latina e ad alcune esperienze asiatiche e europee – affronta in modo inedito tanti di questi interrogativi. Ne sono un esempio le Commissioni per la verità e la riconciliazione che in diversi angoli del continente hanno proposto un modello di giustizia restaurativa, fondata sulla centralità della testimonianza e della narrazione di un passato violento da parte delle vittime e non più su un modello retributivo che vede in primo piano l’imputato. La parola che ridà la vita (che ridà la vista, come affermava nel corso dei lavori della più celebre tra le Commissioni, quella sudafricana, Lukas Baba Sikwepere che, reso cieco da una pallottola nei lunghi decenni dell’apartheid, testimoniava che “ciò che mi ha reso malato per tutto questo tempo è stato il fatto di non aver potuto raccontare la mia storia. Ma ora, è come se avessi ritrovato la vista”.

E le Chiese cristiane come hanno affrontato le lacerazioni sociali e al loro stesso interno? Quali riflessioni e scelte hanno orientato le comunità cristiane africane e non solo? Esce in questi giorni un volume scritto da Maria Chiara Rioli e curato dalla casa editrice EMI che ripercorre proprio la “Guarigione di popoli“, indagando il ruolo delle “Chiese e comunità cristiane nelle Commissioni per la verità e la riconciliazione in Sudafrica e Sierra Leone“. Un libro per prepararsi al Sinodo, ma non solo: per interrogarsi sulle ferite aperte che attraversano anche la nostra Europa – e spesso le nostre stesse vite – e ricordarsi delle lezioni che i popoli africani non mancano di impartire a noi distratti osservatori. Perché davvero, come scriveva Anne-Cécile Robert, ci ricordiamo di un’Africa in soccorso dell’Occidente. Anche delle nostre comunità cristiane