Avevamo in testa, noi italiani, alcune coordinate che sembravano indicare una rotta, incerta e ideologica fin che si vuole ma capace di tenere insieme l’organismo sociale, l’immaginario collettivo, le visioni politiche. Una rotta che prometteva una qualche forma di controllo del futuro e che, soprattutto, rassicurava (volgendo lo sguardo alle vicende politico-economiche degli ultimi due secoli) sulle sorti progressive del nostro agire.

Fino alla caduta del muro di Berlino (1989) – e all’irrompere della globalizzazione liberista, che ha promesso, senza mantenere, stabilità, benefici per tutti e minori disuguaglianze – ci sentivamo dentro una storia che ci risultava comprensibile, coerente, se vogliamo “nostra”. Poi progressivamente l’orizzonte si è fatto più nebuloso, le trasformazioni troppo veloci, decise altrove e complesse, la mobilità sociale inceppata, l’intorno sociale sempre più multietnico, l’individualismo è diventato regola aurea.

E così ha trovato innesco la paura, una cognizione semplificata dei fenomeni socio-politici (alla quale hanno molto contribuito la velocità dei social media), il risentimento e la chiusura identitaria. Un disorientamento astioso che ormai fa parte della quotidianità e che queste pagine aiutano a comprendere meglio.

Più che una guida, una meditazione laica sulle ragioni che, nell’arco degli ultimi trent’anni, hanno cambiato (forse meglio, fatto emergere/riemergere alcuni lati occultati del) il carattere nazionale, avvelenato i pozzi della cittadinanza, ridotta nel perimetro e nella consistenza, e fatto crescere «un razzismo diffuso e capace di diventare una sorta di nuovo senso comune».

Questi fattori hanno consentito al populismo di guadagnare consenso sociale e scranni in parlamento, soprattutto trattando le migrazioni esclusivamente come un pericolo per la sicurezza nonché per l’identità nazionale e confinando l’intera problematica del sottosviluppo e delle relazioni Nord-Sud del mondo nello slogan “aiutiamoli a casa loro”.

Ed è proprio l’immigrazione il paradigma scelto dagli autori – l’antropologo culturale Marco Aime, Università di Genova, e Luca Borzani, giornalista e direttore del Centro ligure di storia sociale – per raccontare la mutazione dell’uomo italico da buonista a cattivista: ripercorrendo i vari passaggi, il lettore ha modo di fare mente locale sulle tante oscenità sociali e politiche che hanno attraversato il Belpaese in questi anni, e di attingere, se vuole approfondire ulteriormente, alla puntuale bibliografia. Come uscirne?

La battaglia è tutta culturale: «Occorre rinnovare un patto che stia alla base di una nuova comunità. E legare l’individuo ai diritti universali per ridare senso al vivere». E con Hannah Arendt sono a ipotizzare «un modello di modernizzazione alternativo, che non riduca l’uomo a semplice accessorio del mercato».

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