Solo nel 1973 la Guinea-Bissau si è liberata dal colonialismo portoghese. E da allora questo piccolo paese dell’Africa occidentale sta cercando di darsi un assetto stabile. La sua storia politica è punteggiata di colpi di stato, attuati da una ristretta élite politico-militare che in parte ruota attorno al partito che ha guidato la lotta per l’indipendenza e che mal si adatta alle regole stabilite da un sistema multipartitico e da istituzioni democratiche.

Anche l’elezione dell’attuale presidente Sissoco Embaló, al potere dal 2020, è stata contestata da Domingos Pereira, candidato del Partito africano per l’indipendenza della Guinea e Capo Verde che ha la maggioranza in parlamento. Ma la Corte costituzionale ha comunque riconosciuto valido il voto, aprendo una crisi istituzionale che dura fino ad oggi e che sta creando un clima di disorientamento e

Intanto quasi il 70% dei 2 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà. Ci sarebbe la necessità di diversificare l’economia – troppo legata all’esportazione di anacardi e legname – e di arginare il narcotraffico: il paese è un nodo strategico di smistamento della cocaina che arriva dall’America Latina diretta in Europa.

I movimenti della società civile, in dialogo con alcuni partiti, stanno chiedendo riforme in ambito economico e spingono perché si attui uno sviluppo sostenibile. Nel contempo denunciano la scarsa libertà di stampa e di opinione, il fatto che le forze armate tendono spesso a travalicare i limiti del loro ruolo.

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