Nella vita accademica di un paese come il Mozambico succede spesso di imbattersi in personaggi pubblici che un normale professore mai avrebbe sognato non soltanto di incontrare, ma addirittura di diventarne amico e “guida” scientifica. È quanto mi accadde, fra il 2008 e il 2009, con Hortêncio Langa, una delle voci musicali più significative del panorama nazionale, scomparso recentemente all’età di 70 anni in un ospedale di Maputo.

Langa era nato nel nord della provincia di Gaza, per l’esattezza a Manjacaze, capitale dell’ultimo impero locale prima della conquista portoghese, a cui l’artista resterà sempre legato. Uno dei suoi primi gruppi, infatti, prese proprio il nome dall’ultimo imperatore che provò a resistere alla conquista lusitana, Monomotapa, anche se la sua iniziazione musicale venne effettuata a Chibuto, altra città della stessa provincia.

Nonostante in famiglia la musica scorresse e continui a scorrere nel sangue (tre dei cinque figli e due dei suoi fratelli hanno scelto la stessa strada artistica di Hortêncio), egli iniziò a suonare con una sorta di chitarra di latta all’età di cinque anni. La chitarra è lo strumento che lo accompagnerà per tutta la vita. Grazie alla perizia che riuscì a  raggiungere nel suonarla, insieme alle sue abilità canore, Langa, dopo la laurea in Musica nel 2009, aveva iniziato a insegnare presso quell’Università Eduardo Mondlane di Maputo in cui aveva studiato.

Innovatore

La fama di Hortêncio Langa è legata alla sua abilità nel mescolare ritmi musicali bantu – soprattutto la Marrabenta, tipica del sud del Mozambico – con altri ispirati al jazz e al rock, di cui questo artista era profondo conoscitore. In questo, Langa è stato un innovatore e un precursore, uscendo, sin dall’epoca del Mozambico socialista, dalla patinata musica ufficiale o da quella più tipicamente bantu, proposta, per esempio, dal padre della Marrabenta, Fanny Mfumo, deceduto nel 1987.

Anche la scelta della lingua del sud del Mozambico, lo changana, suo idioma materno, come veicolo privilegiato di trasmissione dei contenuti ha certamente favorito la sua popolarità fra tutte le classi sociali, facendo del fatto musicale estetico un mezzo accessibile di rapida diffusione di messaggi, incentrati su amore e pace.

La mia conoscenza con Hortêncio risale al 2008, in facoltà: io insegnante di Metodologia della ricerca nel corso di Musica presso la Scuola di comunicazione e arte dell’Università Eduardo Mondlane, la principale del paese, dove ho insegnato dal 2006 al 2011; lui Maestro-alunno di un docente del tutto laico rispetto alla musica.

Langa si era iscritto per approfondire la parte della ricerca musicale, che a lui interessava particolarmente, completando così un profilo di un artista che voleva essere legato non esclusivamente alle proprie performance, ma votato anche all’insegnamento e alla diffusione del sapere, soprattutto in ambito artistico.

Hortêncio Langa aveva su tutti, professori compresi, un ascendente particolare, sia a causa di ciò che rappresentava nella cultura mozambicana che in ragione della saggezza, pacatezza e umiltà che esprimeva. Mai sopra le righe, sapeva che rimettersi a studiare a quasi sessant’anni non sarebbe stato facile. Ma, sin dalle prime lezioni, Langa mostrava un desiderio di apprendere anche maggiore dei suoi giovani colleghi, tanto che mi chiese di diventare il suo supervisore di tesi.

Il suo lavoro fu, come suo solito, innovativo e sperimentale. Uscendo dal seminato, volle realizzare una ricerca sull’influenza della musica cubana su quella mozambicana. C’erano ottimi motivi per farlo: da un lato, la sua esperienza personale, che lo aveva portato, nel 1979, alla sua prima tournée all’estero, a Cuba e in Jamaica, dove lui e il suo storico gruppo Alambique avevano cercato di mischiare ritmi bantu con musiche latino-americane, reggae, jazz, rock e molte altre.

Dall’altro, Langa voleva comprendere come questi “semi” che lui, insieme ai suoi colleghi, avevano gettato nel panorama musicale mozambicano, avessero attecchito nelle generazioni più giovani. La tesi fu molto ben accolta, costituendo ancor oggi uno spunto di ricerca al contempo innovativo e assai poco conosciuto e sfruttato.

Artista a tutto tondo

Un artista, appunto, e non soltanto un musicista. Oltre a celeberrimi brani in lingua changana, come Lirhandzu (amore) e Xilungwini (la grande città, ossia Maputo), Langa ha anche scritto il libro Magode, pubblicato nel 1995 dall’Associazione degli scrittori mozambicani. Ha realizzato anche una mostra al Museo nazionale di arte, Processi creativi e arte di Hortêncio Langa, riprendendo così la sua passione giovanile, che lo aveva portato, ancora prima del servizio militare obbligatorio, a completare il Corso di pittura decorativa, della durata di 4 anni, a Maputo.

Le parole di commiato e la domanda del suo eterno amico e collega, José Mucavel, dovrebbero essere fatte proprie da tutti i mozambicani amanti dell’arte e del bello, e soprattutto dalle istituzioni locali: “Che cosa fare, adesso, con una figura del suo calibro?”.

Le riposte, speriamo, non mancheranno… Una prima risposta potrebbe essere la pubblicazione della sua tesi di laurea.