Viaggio in un quartiere di Cape Town
In Sudafrica, a due anni dalle violenze xenofobe del 2008, i migranti di Cape Town cercano più sicurezza. Si riuniscono nello stesso quartiere e vivono in complessi ‘protetti’. Difficile, se non impossibile la convivenza.

A Cape Town, estrema punta sud del Sudafrica, c’è un quartiere che si chiama Table View, situato a circa 20 km di distanza dal centro della città.
Nel suburb si trova un enorme complesso, composto da una cinquantina di case costruite su due piani ciascuna e circondate da un muro di cinta, sorvegliato nel suo unico punto d’accesso.

Il quartiere prende il nome dal fatto che si trova nella posizione da cui è possibile godere della vista migliore della “Table Mountain”, una montagna a forma di tavola con due sedie, che rappresenta anche il simbolo di questa città.

Sempre dallo stesso quartiere si può osservare l’isola di Robben Island, un’isoletta che si trova a circa 3 km dalla terra ferma, famosa perché “ospita” il carcere in cui è stato detenuto Nelson Mandela per 27 anni.
«Fino al 2007, poco tempo fa, il 98% delle persone che abitavanno in questo quartiere erano bianchi» racconta Loundou Chabert, giovane attore di origine congolese, giunto in Sudafrica nel 2006.

Ora, la crescente ondata di odio e xenofobia, ha attirato verso questo quartiere un gran numero di stranieri dalle township vicine.
Tre anni fa, prima che scoppiassero le violenze del 2008, gran parte dei migranti vivevano tranquillamente accanto alle popolazioni ‘autoctone’. La paura li ha costretti ad abbandonare le proprie case, spingendoli a trasferirsi in massa a Table View ed altri quartieri circostanti.

Recinzioni, guardie e una comunità di propri ‘simili’: questa la ricetta per sentirsi sicuri, oggi in Sudafrica.
La velocità con cui la popolazione bianca di Table View ha lasciato le proprie case, affittandole ai ‘nuovi arrivati’, lascia intendere che molto rimane ancora da fare. La convivenza tra bianchi e neri è difficile, se non impossibile. La popolazione bianca del quartiere si è così spostata nei nuovi quartieri, costruiti apposta, proprio dall’altra parte della città.

Oggi i bianchi di Table View sono solo il 30% dei residenti. Si tratta, per lo più, delle persone che non si possono permettere altro. Tra loro c’è, però, anche chi si sente al sicuro. Sono i proprietari di quelle ville-fortezza, circondati da alti muri, impenetrabili alla vista, sormontati da metri di filo spinato. Un’immagine ricorrente nel Sudafrica post-apartheid.

Chi vive oggi in questo quartiere proviene principalmente dallo Zimabbwe, la Repubblica Democratica del Congo, il Malawi. La divisione fa di Table View, una Babele: pochissimi parlano Afrilaans, la lingua parlata da boeri e meticci, ancora meno il Nkossa, lingua della comunità nero-sudafricana.