Storie perdute / Agosto 2016
Mauro Armanino

Spunta dal nulla col foglio in tasca. La Repubblica del Niger, il ministero della Giustizia e, in basso, la Casa di arresto di Niamey. Mostra con orgoglio l’avviso di liberazione. Fosse così facile liberarsi dopo un paio di mesi di detenzione per presunta scroccheria ai danni di un altro migrante. E dire che Ibrahim era appena sbarcato, secondo il suo racconto, dal pulman che lo aveva trasportato da Agadez a Niamey. Ordinari ritorni di coloro che hanno tentato il viaggio al nord, a Lampedusa. Magari sarà stato l’esempio di George Weah, il liberiano connazionale attaccante del Milan e pallone d’oro. O semplicemente il desiderio di fare carriera dall’altra parte dello schermo televisivo.

Fatto sta che Ibrahim, passa prima in Nigeria, crede alle promesse di un amico che gli promette un successo sicuro nell’ambito della telefonia mobile. Imbrogliato una prima volta, lo segue nel tentativo di passare il Mare Nostro. Solo che a Tripoli il passeur che gli ha preso i soldi del transito lo rimanda ogni giorno a tomorrow, domani. Che poi è il giorno che mai arriva in tempo. Ci sono tanti domani come le stelle del cielo e la sabbia del mare. Abramo/Ibrahim aveva visto giusto, quando ha lasciato la Liberia. Pure lui partito dalla casa di suo padre per una promessa senza ritorno.

Visto e considerato che il domani non rispetta i patti, Ibramin anticipa i tempi e va in Algeria per giocare. Trova una squadra precaria e un permesso di soggiorno del tutto improbabile presso la società che lo assume e lo paga. Fanno cinquemila dinar al giorno, che non è male per sopravvivere malgrado la congiuntura negativa dell’Algeria causata dal prezzo del petrolio, caduto in basso come l’indipendenza.

Ibrahim si stanca e dà un addio al Mediterraneo. Aveva già pagato 1.500 dollari al passeur, sfumati nel domani che non arriva mai. Il nigeriano amico, lui, per qualche scherzo del destino è riuscito a partire dall’altra parte senza lasciare nessuna traccia di sé. Ibrahim non si lamenta e anzi, si dice contento per lui visto che Dio, in genere, resta fedele alle sue promesse. Un terra, un popolo e una discendenza. Questi erano i patti e i patti vanno rispettati e per Dio, su questo, non ci sono dubbi.

Che poi Ibrahim si trovi in carcere, nella Casa di arresto, non è che un dettaglio che sarà risolto dopo appena due mesi. Si è fatto nuovi amici, ha giocato nel cortile della prigione con la squadra locale e soprattutto contava il numero delle stelle. Non riusciva a terminare il conto perché lo rinchiudevano in cella proprio sul più bello. Contava anche lui sulla promessa che lo liberassero l’indomani, così avrebbe terminato di contare i giorni che rimanevano.

Era partito da Monrovia nel 2014, illuso dal nigeriano che gli aveva promesso favolosi guadagni in un paese ricco di 180 milioni di abitanti. Ma era senza fare i conti con la storia che l’aveva portato prima in Libia e poi in Algeria, a Oran, dove giocava al calcio. Lui, che è nato ‘verso il 1989’ nella capitale liberiana e ha visto passare la guerra civile durante buona parte della vita. L’ultima si è conclusa nel 2003 con la pace garantita dalle armi umanitarie delle Nazioni unite che proteggevano i diamanti da esportare. Agli alberi della foresta ci aveva pensato già Taylor il dittatore. Per pagare le sue milizie aveva scelto di commerciare legname con cinesi e malesiani.

Ibrahim aveva pure tentato di studiare e di trafficare con cellulari. Alla fine gli rimaneva il calcio che, minuto per minuto, gli prometteva un campionato migliore. Sul foglio di liberazione c’è la foto di lui che regge tra le mani una lavagna. Hanno scritto il suo nome e la data di uscita, il 17 di luglio di quest’anno. Scritto col gesso che poi sarà cancellato per il seguente scarcerato. Intanto Ibrahim insiste per cercare una squadra, non appena avrà terminato di contare le stelle. L’ultima è quella stampata sulla bandiera della Liberia. Lone Star la chiamano, la stella solitaria, come quella di Abramo che sta ancora contando i granelli di sabbia.