Striscioni di contestazione all'esterno del Cpr di Torino (Credit: rossetorri.it)

È un buco nero della legge, questo luogo di detenzione che squarcia il sistema del diritto e che viene chiamato Cpr (Centro per il rimpatrio), perché sia chiaro qual è l’imperativo che lo tiene in piedi. È un isolamento nell’isolamento, quello previsto dal sistema non normato delle “12 gabbie pollaio”, in cui muore Moussa Balde. È una voragine di disumanità, quella che prevede la reclusione in un sistema carcerario di coloro che non hanno commesso alcun reato.

Con un susseguirsi di narrazioni di denuncia di un’“ordinaria ferocia” inizia e prosegue la conferenza “Centri di detenzione per stranieri in Italia: una ferita nello Stato di diritto”, in cui viene presentato Il libro nero del Cpr di Torino dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione).

Nella sala stampa del Viminale si parte dal capoluogo piemontese per allargare lo sguardo su un sistema detentivo, catalizzatore di varie criticità e fallimentare rispetto all’obiettivo che si propone: dei 4.387 migranti rinchiusi nei vari Cpr lo scorso anno, solo il 50% è stato effettivamente rimpatriato.

Alla restante metà è stato consegnato un foglio di via, una sorta di lasciapassare fino alla detenzione successiva, che scatta per altri (minimo) tre mesi quando si viene ritrovati su suolo italico.

Non solo Moussa Balde

L’ordinaria ferocia è racchiusa in un testo di trenta pagine, scritto dopo il decesso di Moussa Balde, il giovane 23enne guineano, che si è tolto la vita il 23 maggio scorso, nel Cpr di corso Brunelleschi a Torino, luogo già noto alle cronache per vari episodi di rivolte, proteste e atti di autolesionismo. Balde era entrato nel Cpr dopo essere stato vittima di un’aggressione razzista a Ventimiglia.

Da vittima di un pestaggio si era trasformato in un irregolare da tenere recluso. Ma, come afferma il suo avvocato, Gianluca Vitale di Legal Team Italia: «L’urlo che ha lanciato togliendosi la vita, ha superato mura e sbarre del Cpr di Torino», è diventato un Libro nero di denuncia.

«Un racconto clandestino – come lo definisce l’avvocato Asgi, Maurizio Veglio –, nel senso vero del termine. Perché nasce da tutta una serie di storie destinate a rimanere nascoste e che invece il libro riesce a sottrarre al sistema di un controllo feroce che non vuole lasciare alcuna traccia di sé.

Per questo sequestra cellulari, proibisce contatti con l’esterno; non tiene alcun registro degli eventi critici che accadono dentro il Cpr; vieta l’ingresso alla stampa, agli avvocati, alla società civile. Un libro che offre un piccolo catalogo di pezzi di biografie di persone che hanno subito violazioni incomprensibili, come ad esempio il vedersi negate le necessarie stampelle, perché possibile oggetto contundente».

Gabbie pollaio

Gli interventi che si susseguono, a partire da quello del deputato Riccardo Magi, che ospita la presentazione, hanno l’obiettivo di squarciare la cortina di indifferenza. Denunciare, lo ribadisce Lorenzo Trucco, presidente dell’Asgi, il passaggio di Balde da persona offesa a incarcerato per mancata irregolarità, senza tener conto della sua condizione fisica e psichica. Perché all’interno di queste strutture la sanità pubblica è assente. È tutto demandato a chi gestisce il Centro, al personale sanitario di cui si avvale.

Ma in questo non luogo, parlare di sanità è raccontare un’inesistenza. Qui, per 130 persone, sono presenti un medico, cinque ore al giorno, e un infermiere, 24 ore su 24. Nel Cpr di Torino avvengono e sono avvenute, senza che vi sia alcuno scritto che lo testimoni, varie azioni di autolesionismo da parte delle persone rinchiuse: decine di arti fratturati, di oggetti ingoiati, tagli e labbra cucite, ustioni, scioperi della fame e tentativi di impiccagione.

Perché è difficile spiegare a sé stessi, per quale motivo si è incriminati, come mai venga sottratto il cellulare e non sia permesso comunicare con l’esterno. Quale sia il senso di una detenzione che dura minimo tre mesi, senza che vi sia la possibilità di mangiare poggiandosi su un tavolo, di andare al bagno senza chiudersi dietro una porta, perché niente separa i due spazi.

Ancora meno poi si comprende quando da quei moduli abitativi di circa 50 metri quadri, in cui è incluso il bagno e dove mangiano, vivono e dormono sette persone, si passa a una di quelle “gabbie pollaio” dove è stato rinchiuso Bade. Dodici stanze spoglie, il cui mobilio essenziale è piombato a terra o murato, dove non vi è nessuna finestra. L’unica scarsa luce che filtra arriva da un cortile di pochi metri quadri, circondato da inferriate e sopra chiuso da una tettoia.

Contenitori di corpi

Non si può capire, perché non solo non vi è un senso, ma non vi è neanche una legge che preveda tutto questo. «A differenza dell’ordinamento penitenziario che vale per il carcere, nessuna legge consente un ulteriore isolamento all’interno dei Cpr – ha sottolineato Daniela De Robert, componente del Collegio del garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale –. Eppure sappiamo che Balde era rinchiuso in una di queste gabbie pollaio. Gusci vuoti, privi di arredamento. Gabbie senz’anima, contenitori di corpi, non di persone.

Nessuna norma autorizza l’adozione di questa misura, né per isolamento sanitario, né tanto meno per provvedimento punitivo, come sappiamo avviene. Eppure oramai è noto che la pubblica amministrazione, senza alcun controllo giudiziario, fa uso quotidiano dell’isolamento con finalità̀ più̀ varie, senza un provvedimento formale, senza specificarne ragioni e durata e senza consentire il contraddittorio con lo straniero, che, privo di qualsiasi strumento, non ha diritto di opporsi né di ricorrere a un giudice. Non ha alcuna modalità per contattare l’esterno, chiedere aiuto».

Al 24 di giugno, stando ai dati di De Robert, sono 452 gli uomini reclusi nei Cpr italiani. Da tempo l’Asgi e il Garante per i diritti delle persone private della libertà hanno chiesto la chiusura di questi centri detentivi in cui vengono private della libertà persone, in nome di un rimpatrio che nella carta è spesso impossibile, per mancanza di accordi con i paesi di origine. Questi non luoghi non sono mai stati chiusi, neanche durante il lockdown, quando era palese, con voli sospesi e frontiere chiuse, che nessun rimpatrio sarebbe potuto avvenire.

 

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