È l’ultimo libro postumo di Massimo Campanini, grande esperto di storia contemporanea dei paesi arabi. Scritto a quattro mani con Marco Di Donato, ricercatore all’Unione delle Università del Mediterraneo (Unimed), ricostruisce i retroscena che portarono nel 1956 il presidente egiziano, Gamal Abdel Nasser, alla decisione di nazionalizzare il Canale di Suez.

Le sorti del Canale e il ruolo dei militari egiziani sono quanto mai di attualità anche a oltre sessant’anni dagli eventi raccontati nel volume: tra il blocco di Suez dello scorso marzo, causato dal portacontainer Ever Given e lo show nazionalista della parata militare del 3 aprile per l’inaugurazione del Museo nazionale della civiltà egizia.

In riferimento a nuovi documenti declassificati, si racconta la faticosa formazione degli stati in Medioriente dopo gli accordi di Sykes-Picot (1916) e la Dichiarazione di Balfour (1917) che ha lacerato «l’antico equilibrio geopolitico della regione generando una situazione di crisi perenne».

L’Egitto ottenne l’autonomia nel 1922 per «concessione unilaterale» britannica ma la natura “coloniale” dello stato non fece che approfondire le «tare economiche e sociali» del paese, favorendo le élite patrimoniali e una classe dirigente corrotta.

Tra sfruttamento delle classi medie e lavoratrici e islamizzazione dal basso, promossa dalla Fratellanza musulmana, prevalsero ridondanti élite militari coercitive, disposte a tutto per difendere i loro interessi corporativi, determinando la crisi di legittimità dello stato post-coloniale.

Mentre i monarchi egiziani mal tolleravano la presenza di un parlamento e nutrivano simpatie per le potenze dell’Asse, la catastrofica sconfitta del 1948 e la nascita di Israele spinsero Nasser e gli Ufficiali liberi ad emergere nell’«agonia dell’Egitto liberale».

Riprendendo stralci di discorsi del popolare presidente, il libro ricostruisce l’operazione di terra Musketeer e le mosse dell’alleanza tripartita tra Gran Bretagna, Francia e Israele, formalizzata con gli accordi di Sèvres del 1956, per impedire la nazionalizzazione di Suez.

Tra i dispacci del parlamentare conservatore Julian Amery e le indicazioni di informatori tra i Fratelli musulmani, i britannici sovrastimarono la forza dell’opposizione interna, guidata dalla borghesia urbana, mentre il gioco geopolitico spingeva la Francia a voler limitare il sostegno egiziano al Fronte nazionale di liberazione algerino.

Israele invece era quanto mai turbato dell’accordo militare tra Egitto e Cecoslovacchia, che nascondeva il sostegno sovietico per il Cairo. Nasceva in quegli anni la politica israeliana di “aggressione preventiva” e di “pace unilaterale” per costruire il cosiddetto muro di ferro con i paesi arabi a partire dagli attentati del Cairo e Alessandria nell’Operazione Susannah (1954).

Eppure, nonostante la sfiducia reciproca, fino al 1955, la capacità negoziale egiziana avrebbe potuto ancora mitigare la sconfitta del 1948, ma venne cancellata dall’operazione Kadesh che prevedeva l’occupazione israeliana del Sinai per impedire la nazionalizzazione del Canale.

Fu però il sostegno dei paesi non allineati, e in particolare di Nehru e del maresciallo Tito, a rafforzare le intenzioni di Nasser. La reazione tripartita provocò l’irritazione degli Stati Uniti che valutarono di intervenire al fianco dell’Egitto (dopo la guerra del 1967 Washington si schiererà univocamente al fianco di Israele), mentre le minacce di Mosca di attaccare Londra costrinsero le forze anglo-francesi prima, e israeliane poi, al passo indietro.

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