Dicono che la pandemia Covid-19 sarà lo spartiacque fra l’epoca declinante della globalizzazione e la ritrovata centralità degli stati nazionali. Mi permetto di dubitarne perché, al contrario, questa calamità virale ha rimpicciolito il mondo e reso evidente che anche a distanza di migliaia di chilometri condividiamo lo stesso destino. Ci somigliamo sempre di più nella sofferenza e nei comportamenti di reazione cui ricorriamo.

Per quanto ci si trovi ristretti fra le pareti domestiche e afflitti da un surplus di solitudine, le circostanze costringono ad allargare lo sguardo. Perché il nostro istinto di sopravvivenza, giorno dopo giorno, è chiamato a misurarsi con le ripercussioni che avranno su di noi le decisioni prese a Pechino, a Washington, a Londra o a Francoforte. Non solo a Roma o nella nostra zona di residenza, più o meno “rossa” che sia.

Prima che il virus ci imponesse la quarantena, avevo appena finito di leggere il libro-manifesto (anch’esso mondiale) dei nuovi sovranisti: Le virtù del nazionalismo (Guerini e Associati), a firma dell’israeliano Yoram Hazony. Vi si afferma, con insolita perentorietà, che «non dovremmo cedere nemmeno il più infinitesimale frammento della nostra libertà a qualsivoglia organismo straniero».

E, a scanso di equivoci, non manca un elenco delle istituzioni malvage dell’“ordinamento imperiale” da cui i nazionalisti dovrebbero emanciparsi: l’Unione europea, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’Organizzazione mondiale del commercio, perfino la Commissione diritti umani dell’Onu.

Stranamente in quell’elenco non compare l’Organizzazione mondiale della sanità, cioè l’istituzione che ci aveva messo in guardia, in un rapporto di due anni fa, dai pericoli di propagazione incontrollata di nuovi virus letali, e che nel marzo scorso, quando Trump ancora blaterava di «virus straniero», ha certificato: l’epidemia si è trasformata in pandemia.

Orbene, se mi trovassi di fronte a Yoram Hazony gli chiederei: fra le istituzioni sovranazionali su cui scagli il tuo anatema, ci metteresti pure l’Oms? La sua ideologica ostinazione lo spingerebbe fino a sostenere che anche il monitoraggio, la prevenzione, la pianificazione delle politiche sanitarie e il coordinamento della ricerca di soluzioni farmaceutiche potrebbe funzionare solo attraverso il confronto competitivo fra i singoli stati nazionali?

Ora che il mondo intero, comprese le sue regioni più ricche, si trova a vivere una condizione esistenziale precaria a cui sono da tempo abituate le popolazioni africane, asiatiche e latinoamericane, non commettiamo l’errore di compiacercene solo perché si è dimostrato che siamo tutti sulla stessa barca. Al contrario, l’umana pietà che deve accomunarci può diventare il sentimento che allarga gli sguardi sulla globalizzazione inevitabile, da condividere con maggior spirito di giustizia.


Yoram Hazony

È un filosofo 55enne israeliano, studioso della Bibbia e teorico politico. Ha studiato all’università di Princeton. È presidente dell’Istituto Herzl di Gerusalemme e ricopre il ruolo di presidente della Fondazione Edmund Burke. Il suo libro La virtù del nazionalismo è stato premiato come il “The conservative book of the year” per il 2019. Considerato il manifesto dei nuovi sovranismi nazionalisti, i libro ha diviso il mondo politico occidentale.