Maurizio Pallante, come recita la quarta di copertina, si conferma in questo libro «un eretico e un irregolare della cultura». Non gira attorno alle parole e, in poco più di cento pagine, offre un’analisi lucida e critica su cosa muove un fenomeno complesso e storico come le migrazioni: l’ipocrisia dei paesi ricchi che necessitano di consumatori e braccia per mantenere il proprio benessere. Una ipocrisia che non conosce colore o bandiere politiche.

Perché sia che si sia del partito dei porti chiusi e dell’“aiutiamoli a casa loro”, sia che si appartenga a quelli dell’accoglienza interessata, che si basa non sulla solidarietà ma sulla convenienza – i migranti ci servono, servono alle nostre economie, al Pil, alle famiglie, alle fabbriche, ecc. – o a quelli dell’accoglienza disinteressata che denuncia le sofferenze sottolineando il dovere etico e di giustizia dell’accoglienza di tutte e tutti, nessuno escluso, si finisce comunque per contribuire a incrementare la consueta cultura dei paesi ricchi e industrializzati che mai si assumono l’impegno di attenuare le cause delle immigrazioni e il diritto dei popoli più poveri a non emigrare.

Le migrazioni, per le politiche occidentali, sono sempre un fenomeno emergenziale cui rispondere con il contenimento di quelle eccedenze che non ci servono e vanno quindi respinte.

D’altra parte, afferma Pallante, attenuare le cause delle migrazioni richiederebbe un cambio di rotta storico, capace di segnare una svolta da quella strada oramai secolare, solcata a partire dalla rivoluzione industriale della seconda metà del ’700, che vede il passaggio da una economia di sussistenza a una mercificata, da una società agricola e artigianale a una urbana e industriale, dal denaro non più mezzo attraverso cui avvengono gli scambi ma unico fine delle attività produttive.

Un discorso che si allarga e comprende anche quei paesi definiti “sottosviluppati” rispetto a questa rivoluzione, che però sono stati inglobati dalla cultura del consumo e della mercificazione con la compravendita ed esproprio delle terre per le monoculture, con il saccheggio delle risorse necessarie ai paesi più ricchi per accrescere e sostenere una economia che non intende conoscere arresto. Con l’inevitabile fuga verso quell’eldorado mostrato come modello di crescita univoca, che prevede la realizzazione di sé nel consumo e nel possedere le cose.

Le migrazioni, a leggere Pallante, continuano a essere espressione di una economia predatoria e non finiranno finché non saranno i paesi ricchi a cambiare le finalità della propria economia e a fornire ai paesi di partenza dei migranti capitali e assistenza tecnica, atti a ripristinare condizioni ambientali e sociali che permettano ai popoli di vivere secondo una loro economia che non può avere come riferimento il modello occidentale. Un esempio su tutti, il Burkina Faso di Thomas Sankara.

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