Un antropologo e un giornalista, entrambi con una lunga frequentazione del Sahel – quella fascia di territorio che interessa 12 stati, che corre per 8500 km dall’Atlantico a Mar Rosso, delimitata a nord dal Sahara e a sud dalla savana – si sono dati il compito di decifrare una regione che talora compare sui media perché campo di battaglia di gruppi jihadisti e nel contempo territorio di transito delle migrazioni dall’Africa subsahariana all’Europa.

L’approccio non è strettamente geopolitico-economico-antropologico-climatico. È anche questo, ma si configura piuttosto come un racconto che aiuta a familiarizzare con i contrasti e i cambiamenti che devono fronteggiare le persone e i popoli che il Sahel lo abitano.

Ecco allora la versione di Omar, pescatore del villaggio di Tagal sulla sponda ciadiana del lago Ciad, che ricorda come tutto andasse per il meglio fino a quando una decina di anni fa sono arrivati loro, i jihadisti del gruppo Boko Haram. Ed ecco ancora la cartina geografica che spiega come le rotte carovaniere saheliane e sahariane sono oggi utilizzate anche dai narcotrafficanti per far arrivare in Europa la cocaina da Colombia, Perù e Bolivia.

E non manca il rimando al filosofo camerunese Achille Mbembe il quale vede nelle culture urbane saheliane un riposizionamento identitario votato al meticciato e alla creolizzazione. Il testo è suddiviso in 5 capitoli, ciascuno con note bibliografiche: la terra, l’acqua, il libro, la frontiera, la città.

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