Cosa collega la rivoluzionaria anarchica russa Vera Ivanovna Zasulich, processata per terrorismo nel 1878, alle stragi di Boko Haram e al-Shabaab in Africa? Apparentemente nulla. Eppure un filo, sottilissimo, collega questi due mondi: va oltre la «mascolinizzazione della radicalizzazione e del terrorismo», sbrogliandosi dalla visione stereotipata delle donne «vittime, spettatrici o persino bottino di guerra», per dimostrare che di questo complesso fenomeno sono, anch’esse, protagoniste a tutti gli effetti.

A tenere insieme le due estremità di questo ragionamento è il giornalista e analista Marco Cochi che, dopo essersi messo sulle tracce di al-Qaida e gruppo Stato islamico in Africa con due saggi pubblicati negli ultimi anni (Tutto cominciò a Nairobi per Castelvecchi, e L’espansione jihadista dello Stato islamico nell’area sub-sahariana per il Casd – Centro alti studi per la difesa), in Il jihadismo femminile in Africa (Start Insight), focalizza adesso l’obiettivo sul ruolo delle donne in Boko Haram e al-Shaabab.

Messe allo specchio su questo campo, le due organizzazioni mostrano modus operandi per molti versi opposti. Per Boko Haram la donna è, per prima cosa, “carne da macello”. Al gruppo nigeriano spetta infatti il brutale primato di attentati compiuti immolando donne e ragazze: tra aprile 2011 e giugno 2017, dei 434 attacchi suicidi effettuati oltre la metà (244) sono stati eseguiti da donne; inoltre, l’80% dei bambini impiegati in questo tipo di azioni erano femmine che erano state rapite.

Scelte basate su criteri spietati: a differenza degli uomini, le ragazze attirano meno sospetti, si confondono meglio nei luoghi pubblici affollati e sotto le larghe e modeste vesti tradizionali che indossano possono nascondere un giubbotto o una cintura imbottita di esplosivo.

Sul fronte somalo, l’aspetto più interessante colto dall’autore rimanda all’adozione da parte di al-Shabaab di «una sorta di strategia di genere», attraverso la quale il gruppo qaidista tende anche a “integrare” le donne, garantendo loro «opportunità di giustizia, spesso assenti nelle aree amministrate dal governo federale».

Si tratta, ovviamente, di dinamiche residuali rispetto agli orrori che si abbattono mediamente sulle donne che, nel Corno d’Africa come lungo le rive del lago Ciad, vengono travolte dalla furia jihadista: rapite, stuprate, schiavizzate, date in marito a terroristi, impossibilitate a tornare nelle comunità di origine se riescono a darsi alla fuga perché marchiate a fuoco da questa esperienza.

E poi ci sono le storie. Come quella, avvolta nel mistero, della nord-irlandese Samantha Lewthwaite. La terrorista più ricercata del mondo, ribattezzata dai media la “vedova bianca”, negli ultimi anni avrebbe fatto spola tra lo Yemen e il Corno d’Africa, arruolando attentatrici suicide. Agli antipodi c’è il caso di Lea Sharibu, rapita da Boko Haram nel villaggio di Dapchi, nello stato di Yobe, insieme ad altre 110 studentesse, a differenza delle quali non è stata però liberata perché ha rifiutato di convertirsi dal cristianesimo all’islam.

Un’altra studentessa, Mary Katambi, è invece riuscita a fuggire il giorno dopo essere stata rapita, nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2014, nel villaggio di Chibok, nello stato di Borno, insieme ad altre 275 ragazze. Ha percorso scalza la foresta di Sambisa, ma una volta arrivata a casa l’ha trovata in cenere. Non ha abbassato la testa e pochi mesi più tardi, arrivata nel campus di Yola, pur non sapendo una parola d’inglese è riuscita a farsi ammettere all’American University of Nigeria. Oltre il terrorismo, può esserci ancora vita.

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