Operazioni di disinfezione di una moschea

Il Ramadan, pure lui, “vittima” del Covid-19. È la prima volta infatti che si celebra in tempo di pandemia. Il famoso periodo, così caro al cuore di ogni musulmano, durante il quale i credenti sono chiamati a digiunare dal sorgere al calar del sole, è condizionato dal periodo di emergenza che si sta vivendo ovunque nel mondo. Il Ramadan è iniziato il 23 aprile a mezzanotte e terminerà esattamente fra un mese, sabato 23 maggio. Un Ramadan che deve fare però i conti con il coronavirus.

Questo 2020 sta cambiando a causa del Covid-19 alcune delle abitudini religiose più consolidate, come lo è già stato per i cattolici della messa domenicale, dei riti della settimana santa e di Pasqua.

Lockdown e divieti

Le prescrizioni legate al Ramadan, nono mese dell’anno nel calendario musulmano, che dura 29 o 30 giorni in base all’osservazione della luna crescente, vanno osservate comunque, a partire dal digiuno, caratteristica spirituale ed etica unica, durante il giorno (sawm), in commemorazione della prima rivelazione del Corano a Maometto.

Ma i fedeli, a causa del Covid-19, non potranno recarsi nei luoghi di culto dedicati alle preghiere quotidiane: un cambiamento, questo, epocale. Perché questo mese, tanto atteso dai credenti musulmani per avvicinarsi spiritualmente a Dio, è fatto anche di frequenti visite alle moschee e dell’ ifṭār, il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano, preso insieme. L’ifṭār viene celebrato dopo la recita della preghiera salat al-Maghrib. La tradizione vuole che vengano mangiati dei datteri, in ricordo della maniera in cui il profeta Maometto spezzò il digiuno. Quest’anno però è un dovere rimanere nella propria casa.

Un Ramadan in lockdown, dunque. Ma tutti gli imam convengono che i fedeli devono affrontare in solitudine questo periodo di preghiera: il Corano permette la preghiera in casa. Così come è possibile in casa chiedere perdono a Dio per i peccati ed esercitare la sua misericordia.

Questo mese sacro si chiuderà con la tradizionale festa di Eid al-Fitr, durante la quale si tengono sontuosi banchetti, ma anche danze, canti e divertimento. Vista la situazione, anche questa celebrazione verrà messa in… ghiacciaia fino al prossimo anno.

Vietato è anche un altro dei pilastri della fede islamica, cioè il pellegrinaggio alla Mecca, obbligatorio almeno una volta nella vita. Vietato in questo momento perché evidentemente è un’occasione straordinaria di grandi assembramenti che tra l’altro in passato hanno spesso causato tragedie proprio dovute alla calca eccessiva della folla di fedeli nella città santa dell’Arabia Saudita.

Violente proteste in Niger

Non in tutti i paesi musulmani però la misura del lockdown è stata presa bene. Un esempio è il Niger (Africa occidentale) dove le reazioni sono state violente. La popolazione, musulmana al 95%, all’annuncio del coprifuoco e della proibizione delle preghiere pubbliche, ha reagito anche con manifestazioni.

Un’esplosione della tensione sociale si è avuta in tante città e villaggi: «Noi intendiamo soltanto pregare nelle nostre moschee, senza violenze, tutto qui, e siamo decisi a praticare il nostro diritto religioso», hanno ripetuto in tanti. «Ci hanno già proibito le preghiere collettive il venerdì e adesso vogliono impedirci anche di pregare nel mese sacro del Ramadan. Questo mai!», ribattono altri.

Questo movimento è cominciato un mese fa circa in una località del centro del paese, Mirrya (regione di Zinder) dove dei giovani armati di clave e machete hanno appiccato il fuoco a edifici e veicoli. Una settimana dopo, nella regione di Tahoua (ovest), dei manifestanti sono scesi in strada nel comune di Illéla, attaccando il municipio e altre proprietà private, incendiandole.

Decine di manifestanti sono stati arrestati. Ma il movimento di ribellione contro le misure restrittive imposte dal governo per il Codiv-19 si è subito propagato alla capitale una settimana fa, assumendo un’estensione imprevista. Una decina i quartieri della capitale Niamey che si sono sollevati, violando il coprifuoco e bruciando pneumatici.

A Niamey, città di un milione e mezzo di abitanti, c’è una moschea a ogni angolo di strada. Il Niger ha già conosciuto rivolte religiose gravi. Era avvenuto all’indomani della pubblicazione delle famose caricature del profeta Maometto da parte del settimanale satirico francese Charlie Hebdo nel 2015: sommosse anticristiane avevano causato una decina di morti a Niamey e distrutto la maggior parte delle chiese della capitale e di Zinder.

E oltre alla pandemia, il Niger sta da anni ormai lottando contro la spirale della violenza dei gruppi jihadisti che colpisce brutalmente tutta la regione del Sahel.

Ai nostri amici nigerini e a tutti i musulmani nel mondo (un miliardo e 800mila persone), la nostra vicinanza di credenti e l’augurio di un buon mese di Ramadan. رمضان كريم  e  رمضان مبارك