Gambia
In Gambia il decennale regime autoritario del presidente Yahya Jammeh continua a mietere vittime fra i dissidenti. Le opposizioni però si stanno organizzando e anche la comunità internazionale si è mossa. Intanto l'economia del paese è in seria difficoltà.

Nell’ultima settimana i profili dei social network di migliaia di gambiani all’estero si sono popolati di hashtag inneggianti al cambiamento. #JammehMustGo, #GambiaDecides, #NewGambia2016 sono alcune delle “etichette” diffuse sulle pagine Twitter di giornalisti, attivisti ed artisti in esilio. Una solidarietà online che ha accompagnato alcune delle manifestazioni più significative di sempre contro il regime di Yahya Jammeh, padre-padrone dal 1994 del più piccolo stato dell’Africa continentale. Mentre, secondo diversi attivisti della diaspora, il presidente ha i giorni contati, il timido inizio di una primavera gambiana mostra il vero volto del regime, fatto di sparizioni, torture e sistematiche repressioni di qualsiasi dissenso.

Arresti e uccisioni
La scia di sangue lasciata dall’ex-golpista Jammeh, capace di costruire negli anni un controllo assoluto sul paese, uccidendo o costringendo all’esilio oppositori interni ed esterni, si è allungata dopo la morte, in seguito al fermo, di Ebrima Solo Sandeng, leader giovanile dell’United Democratic Party, uno dei principali partiti dell’opposizione.
In testa a un corteo convocato alle porte della capitale Banjul lo scorso 14 aprile per chiedere maggiore trasparenza e una riforma del sistema elettorale, Sandeng è stato arrestato insieme ad altri 25 membri del partito. Secondo una nota dell’Udp, il leader politico e due giovani attiviste, della cui identità non si ha la certezza, sarebbero morti in seguito alle torture subite nel carcere di Mile 2, buco nero dei diritti umani nel paese, il cui accesso è stato più volte interdetto ai gruppi di monitoraggio delle Nazioni Unite.
Una seconda ondata di arresti e violenze è avvenuta due giorni dopo, sempre a Banjul, alla partenza di un corteo che chiedeva la liberazione immediata di tutti i prigionieri. Altre 30 persone, in gran parte militanti di Udp, sono state fermate. Fra loro il leader del partito, l’avvocato Ousainou Darboe, che in un discorso registrato e reso pubblico dall’emittente d’opposizione Gainako Radio, aveva appena definito Solo Sandeng «lo Steve Biko del Gambia». La National Intelligence Agency, aveva dichiarato Darboe, «ha sottoposto a torture disumane tutte le persone arrestate, persone che non hanno fatto che esercitare il loro diritto a protestare liberamente, contro un governo autocratico che non si ferma davanti a nulla».

Reazioni
Alla notizia dei decessi, e dei nuovi arresti, movimenti di opposizione e attivisti residenti soprattutto nel vicino Senegal, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, hanno indetto una terza manifestazione a Banjul per lunedì 18 aprile, presìdi sotto le ambasciate in tutto il mondo e un corteo a Dakar (dove vive una numerosa comunità di rifugiati gambiani) per il 21.
Poche notizie filtrano però dal paese, in cui, secondo l’ex-ministro degli Esteri Sidi Sanneh, figura di riferimento della diaspora, nei giorni scorsi il governo avrebbe chiuso l’accesso a internet. Sanneh, smentito in un post su Facebook dal ministro dell’informazione Sheriff Bojang, ha diffuso sul suo blog alcune fotografie dell’ultimo corteo, stimando ci fossero diverse migliaia di partecipanti. La morte di Sandeng e l’arresto di Darboe avrebbero però fatto emergere, secondo altri attivisti, le difficoltà organizzative dell’opposizione.

Nazione in crisi
Gli eventi dell’ultima settimana mostrano un paese alle strette e un regime sempre più isolato. Disoccupazione, povertà estrema e criminalità crescono di pari passo, mentre Jammeh è alla disperata ricerca di partner internazionali per attirare investimenti e ridurre un debito montante. Non a caso le prime proteste sono avvenute “mentre il leader prendeva parte al Forum delle Organizzazioni Islamiche, ad Ankara, in un tentativo – ha scritto Sanneh – di rafforzare i legami con Turchia e stati del Golfo”.
Un recente accordo militare con la Russia aprirebbe anche le porte a un’eventuale presenza di Mosca in un nuovo porto che il regime vorrebbe costruire sull’Atlantico. Il Senegal, il cui territorio avvolge il Gambia da tre lati, avrebbe nel frattempo dispiegato reparti speciali dell’esercito ai confini, in vista di eventuali disordini. Un messaggio a Jammeh, ma anche ai gruppi ribelli della regione senegalese del Casamance, con cui il regime gambiano ha spesso avuto legami in funzione anti-Dakar.

Jammeh rischia. I gambiani fuggono
Le uccisioni e l’uso eccessivo della forza sono state condannate nei giorni scorsi da Nazioni Unite, Unione Europea e Stati Uniti e da organizzazioni della società civile come Amnesty International, Human Rights Watch e Article 19. «La morte di Sandeng» – ha dichiarato Corinne Dufka di Human Rights Watch, che lo scorso settembre ha pubblicato il rapporto Stato di paura: arresti arbitrari, torture e uccisioni – «è l’ultimo episodio di una lunga storia di abusi nel paese».
A preoccupare è un’escalation della repressione in vista delle elezioni del prossimo primo dicembre. Le quinte per Jammeh, che, mai come prima, rischia di uscire di scena. Non tanto per il voto quanto, forse, a causa di un’economia al collasso e di un’opposizione più unita che in passato. Migliaia di gambiani continuano intanto ad abbandonare il paese, costituendo una delle prime nazionalità fra chi è sbarcato in Italia negli ultimi due anni. Per molti stati europei sono “migranti economici”, ma basterebbe scorrere la lista dei desaparecidos stilata dal giornalista Matthew Jallow nel 2012 per cambiare idea.

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