Saverio Paolillo, missionario comboniano in Brasile

All’età di 92 anni, dopo una lunga malattia, è deceduto dom Pedro Casaldaliga, vescovo emerito di Xingú do Araguaia, nello stato brasiliano di Mato Grosso. Di origine spagnola e membro della congregazione dei missionari clarettiani, è stato vero discepolo/missionario di Gesù e uno dei più ostinati difensori dei diritti umani, soprattutto dei popoli indigeni e dei contadini senza terra.

Durante la dittatura militare fu minacciato di espulsione dal governo militare, ma san Paolo VI lo nominò vescovo di una delle diocesi più povere del paese. Scelse di vivere povero tra i poveri. Rinunciò alle tradizionali insegne episcopali, adottò come mitra il cappello di paglia tipico della gente del posto. Il suo slogan era: “Non possedere niente, non caricare niente, non chiedere mai niente, non tacere e, nel dubbio, scegliere sempre la parte dei più poveri”.

Minacciato di morte varie volte, visse uno dei momenti più difficili della sua vita nel 1976 quando, in compagnia del gesuita padre João Bosco Brunier, si recò al commissariato della città per difendere due donne che erano sottoposte a tortura. Durante la discussione, uno dei poliziotti estrasse la pistola e uccise il sacerdote pensando che fosse il vescovo. Quel momento tragico non intimorì dom Pedro che continuò la sua coraggiosa missione in difesa dei diritti dei più poveri mosso sempre dalla sua passione per il vangelo di Gesú Nazareth.

Dom Pedro è morto nel giorno in cui il Brasile raggiunge il tragico bilancio di 100 mila morti in questa pandemia. Come ha fatto sempre durante la sua vita, anche in quest’ultimo giorno ha voluto aggiungersi al triste pellegrinaggio di questa moltitudine di uomini e donne, vittime di uno dei peggiori genocidi della storia del Brasile, non solo per il Covid-19, ma anche per il cinismo di chi governa, la follia di chi lo appoggia e il vigliacco silenzio di chi preferisce l’omertà.

Spero che il primo miracolo ottenuto per l’intercessione di dom Pedro sia la nostra conversione al vangelo e una sempre più radicale opzione per i più poveri.
Dom Pedro, presente! Dom Pedro, prega per noi.

Nell’audio Sandro Gallazzi, biblista in Brasile:

Felice Tenero, missionario Fidei Donum in Brasile

«Un santo della porta accanto, che non ha necessità di campagne “santo subito”, perché nella vita ha vissuto con piena intensità la perfezione evangelica». Così la diocesi di Floresta, dove io lavoro, ha annunciato che dom Pedro Casaldaliga, vescovo emerito di São Felix de Araguaia, ci ha lasciato all’età di 92 anni. I suoi amici così lo descrivono: «Santo, profeta e vescovo degli impoveriti, un vescovo senza mitria e senza pastorale. Ovvero, sì: la sua mitria è un cappello di paglia; il suo pastorale un remo; il suo anello episcopale l’anello di tucum, l’anello dei poveri e degli schiavi. La sua casa sempre aperta per accogliere qualsiasi persona che avesse bisogno di un letto per dormire, la sua vita spesso minacciata dai potenti di turno».

Dom Pedro, figlio di terra spagnola, catalano, giunse in terra brasiliana come missionario clarettiano nel 1968. A quarant’anni, nel 1971 fu nominato primo vescovo della prelazia di Sao Felix de Araguaia, nel profondo Mato Grosso. E così, fece della sua casa piccola, povera e di stile contadino, la sua sede episcopale. In questo luogo del Brasile mancava tutto: salute, istruzione, amministrazione e giustizia; soprattutto, al popolo mancava la consapevolezza dei propri diritti, il coraggio e la possibilità di farsi sentire. Decise che era questa la strada da percorrere: essere vescovo del popolo.

«Solo vivendo la notte oscura dei poveri, è possibile vivere il Giorno di Dio. Le stelle si vedono solo di notte!», parole sue che esprimono una vita tutta spesa a fianco degli impoveriti e degli esclusi! Era pure la strada del suo maestro, Gesù.

Un vescovo unico, speciale, della stirpe dei grandi vescovi latinoamericani, di quelli che seppero conquistare il cuore delle persone. Inoltre, un grande poeta, un mistico. I suoi scritti risvegliano le nostre coscienze, infiammano i nostri cuori, ci scuotono per bene e ci elevano a Dio.

Difensore degli esclusi

Dom Pedro, da quell’angolo sperduto di terra, ove l’unica legge era la prepotenza dei grandi proprietari terrieri, egli, con la sua diocesi, si erse a difensore dei piccoli contadini espulsi violentemente dalle loro terre. E denunciò l’oppressione con parole infiammate: «Il capitalismo è un peccato capitale, e quando il capitale è neoliberale, guadagno sfrenato, mercato totalizzante, esclusione dell’immensa maggioranza, allora il peccato capitale è apertamente mortale». Preannuncio profetico, capace di smascherare quell’economia che papa Francesco definisce mortifera, portatrice di morte, una «economia che uccide» (EG 53).

Vivendo sotto la costante minaccia di killer assoldati dai proprietari terrieri, è stato il difensore dei popoli indigeni, soprattutto Chavantes, Tapirapè, Carajàs, e uno dei fondatori del Cimi, il Consiglio indigenista missionario. A causa del suo impegno ha ricevuto innumerevoli minacce di morte da parte dei latifondisti e dei loro alleati; le ultime nel 2012, che l’hanno costretto a trascorrere alcuni mesi nascosto. Ma le intimidazioni non sono mai riuscite a turbarlo. Diceva spesso: «Saper aspettare, sapendo allo stesso tempo forzare l’ora di quell’urgenza che non permette più aspettare». Una frase, divenuta ritornello di una canzone, capace di sostenere il suo impegno di difensore dei diritti umani e proclamatore di vera giustizia, trasformando le sconfitte in speranza di quel Regno che è Vita per tutti e tutte.

Alla fine di luglio, qualche settimana prima di morire, ha firmato con altri 152 vescovi brasiliani un’aperta critica al presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, criticando, in particolare, la sua «incompetenza» e la sua «incapacità» di gestire la crisi sanitaria del coronavirus, che ha lasciato più di 100.000 morti in Brasile, comprese diverse centinaia di indigeni.

Se ne va un uomo e un discepolo di Gesù, servitore fedele del popolo di Dio, quel popolo che soffre e grida giustizia. La sua profonda spiritualità, vissuta tra la gente, e imbevuta dal sangue dei martiri, uomini e donne uccisi in difesa della Madre terra, fa di lui un santo dei nostri giorni. Salutandolo, a lui chiediamo che, vivendo ora nella gioia pasquale, invochi per noi quello Spirito che tanto lo ha sorretto e animato, cantato come Spirito liberatore in una sua poesia:

 Vento del Suo Spirito che riduci in cenere la prepotenza, l’ipocrisia e il lucro e alimenti le fiamme della Giustizia e della liberazione e che sei l’anima del Regno… Vieni!

Nel video Maria Soave Buscemi, biblista e missionaria laica in Brasile: