Manifesto stradale della campagna di International Rescue Committee contro la violenza sulle donne in Sierra Leone (Credit: IRC)

The shadow pandemic (la pandemia ombra), così le Nazioni Unite hanno denominato il dramma che in questi mesi si è aggiunto all’emergenza Covid-19 e che di quell’emergenza si è nutrito. Questa pandemia sommersa ha un nome: violenza di genere, violenza contro donne e bambine.

Anch’essa, come il coronavirus, ha colpito tutto il mondo e in Africa si è diffusa tra le mura domestiche, sotto il caldo delle lamiere delle baraccopoli, in campi isolati, tra i sentieri che uniscono capanne e villaggi. E spesso si è risolta nell’atto estremo della violenza sul corpo della donna, lo stupro.

Atti che molto spesso – come si sa – non vengono denunciati. Al contrario, rimangono ben nascosti, da un lato per lo stigma che trasforma la vittima in accusata, dall’altro perché anche le forze dell’ordine possono far paura. E poi, c’è un altro elemento: l’isolamento.

Un isolamento che in alcuni casi era già pregresso alle restrizioni dovute al lockdown – pensiamo a chi vive in remote aree rurali – e che poi è diventato vera e propria segregazione. Atti di violenza nascosti, dicevamo, ma che con il passare di pochi mesi possono diventare numeri, statistiche.

Secondo un’inchiesta del sistema sanitario del Kenya, nel periodo da gennaio a maggio nella sola contea di Machakos, una delle 47 contee del paese, sono rimaste incinte 3.964 adolescenti, una media di 28 al giorno. Non è dato sapere in che misura si tratti di rapporti consenzienti o meno.

Le autorità del posto sono comunque molto critiche e hanno persino incolpato i genitori delle ragazze, a volte poco più che bambine, che quando il lockdown è cominciato avrebbero portato le figlie nelle campagne dai parenti, per poi ritornarsene in città. Ma come accusare persone che di lì a poco avrebbero perso il lavoro, come è avvenuto a molti, e non avrebbero potuto mantenere i figli?

Proprio la mancanza di lavoro, la difficoltà di sbarcare il lunario avrebbe provocato uno stato di stress generale di cui, manco a dirlo, le principali vittime sono state le donne. Che si sono trovate nella difficoltà di mandare avanti la famiglia, ma anche a gestire, e nel peggiore dei casi a subire, la violenza crescente da parte di partner, vicini di casa, sconosciuti.

Nello slum di Korogocho, a Nairobi, tristemente noto per essere una delle baraccopoli più affollate del continente, i casi di violenza sono aumentati da 123 in febbraio a quasi 800 nelle ultime settimane.

Esiste un centro di assistenza per le donne che hanno il coraggio di farsi avanti, ma il problema è che spesso si tratta di persone intrappolate nella loro condizione di povertà e dipendenza dal marito.

«La speranza è che si possa ricominciare a muoversi, che ricomincino almeno i voli interni in modo che chi è in grado di farlo possa lasciare la città e trovare rifugio e conforto tra genitori e parenti che sono ancora nei villaggi di origine» ha detto in un’intervista a VOA Jane Thiomi, volontaria del centro di assistenza.

Situazioni drammatiche si registrano poi in ambienti già difficili, come per esempio il Darfur, in Sudan, dove, secondo gli ultimi dati, i casi di stupro e di aggressioni sessuali sono aumentati del 50%. Un incremento legato, afferma il Siha, (Iniziative strategiche per le donne del Corno d’Africa) alla sospensione dell’assistenza umanitaria dovuta alle restrizioni per evitare la diffusione della pandemia.

Donne rimaste senza sostegno e in balia di uomini violenti, dunque. Questi dati allarmanti sono stati forniti dal principale ospedale di El-Fashir, capitale del Darfur settentrionale. Secondo Siha, che riporta dichiarazioni di alcuni medici: “con l’incremento dei casi di stupro è aumentata di conseguenza l’incidenza della diffusione della fistola urinaria sia nelle donne che in ragazze giovani”.

Nonostante tali evidenze, la violenza sessuale in Darfur viene circondata da una spessa coltre di silenzio a cui, oltre alla vergogna, si aggiunge anche la paura di ritorsioni. Non bisogna dimenticare che il conflitto armato cova sotto una cenere di negoziati di pace per l’ennesima volta rinviati, conflitto che ogni tanto riesplode accanendosi soprattutto contro i civili.

Anche in Africa, come in altre parti del mondo, negli anni si è cercato di creare delle modalità rapide per permettere alle donne di denunciare la violenza (che spesso, ripetiamo, è quella del partner) e sono state istituite delle hotline, numeri verdi.

Come il 5555 in Somalia o la 2019 in Zimbabwe (dove sarebbero stati registrati 764 casi di violenza di genere solo nei primi 11 giorni del lockdown, ed è comunque un paese che ne registra almeno 500 al mese). Peccato che capiti, come è accaduto per esempio in Kenya, che dopo poco tempo dalla presentazione ufficiale del progetto questi numeri risultino out of service (fuori servizio).

Anche in Sudafrica, dove i casi, solo nella prima settimana del lockdown, sono stati 2.230, funzionano diversi servizi di assistenza telefonica pubblicizzati sul sito del governo – comprese messaggistiche e contatti skype per persone disabili. Ma la situazione, per quanto riguarda la violenza di genere, in questo paese rimane una delle più gravi.

Secondo i report del governo, ogni tre ore una sudafricana (nella maggior parte dei casi nera) viene uccisa. Tanto che, lo scorso anno, il presidente Cyril Ramaphosa ha dichiarato la violenza contro le donne “emergenza nazionale”.

Un’emergenza peggiorata con la pandemia (e sarebbe aumentata anche la criminalità in genere), e non è un caso che il paese con il più alto indice di casi di Covid-19 sia anche quello dove i casi di violenza di genere e stupri siano più alti.

A dimostrazione della validità dell’equazione che vede un incremento massiccio di violenza contro le donne durante le restrizioni stabilite per arginare la diffusione del virus. Esempi che situazioni di crisi e restringimento della libertà si ripercuotano sulla sicurezza delle donne, vengono anche dal recente passato.

Uno studio pubblicato lo scorso anno ha dimostrato che l’epidemia di ebola nel periodo compreso tra il 2013 e il 2015 in paesi dell’Africa occidentale determinò un aumento di violenze, sfruttamento, abusi sessuali e gravidanze indesiderate tra giovani donne delle comunità.

Guinea, Sierra Leone, Liberia: in questi paesi la percentuale di ragazze, anche giovanissime, che partorirono anche più di un figlio durante l’epidemia e immediatamente dopo fu altissima. Il motivo va ricercato nella mancata messa in atto di protocolli di sicurezza, educativi e di sostegno che proprio in momenti di crisi, come quelle sanitarie, sono estremamente necessari.

Se i governi si adoperano soltanto per contenere i contagi dimenticando l’aspetto sociale, ma anche psicologico, che tali situazioni determinano, le conseguenze rischiano di essere anche peggiori del problema iniziale. La quarantena, il coprifuoco, la chiusura delle scuole e dei mercati, l’impossibilità di allontanarsi da condizioni di violenza e abusi hanno messo di fatto migliaia di donne in pericolo. La fragilità delle condizioni sociali ed economiche acutizzano tali questioni.

La mancanza di cibo rende il corpo della donna (e a volte anche dei bambini) merce di scambio. Sorta di moneta contante in cambio di cibo, passando dall’umiliazione dell’abuso, perché laddove non c’è scelta c’è sempre violenza. Lo fa capire anche suor Enza Guccione da molti anni impegnata in un villaggio missionario a Igbedor, isola di un complesso fluviale di circa 240mila abitanti, nel Sud-Est della Nigeria, territorio conosciuto in passato come Biafra.

Come ha ricordato suor Enza ci sono casi in cui allo stupro segue l’omicidio. Come è accaduto qualche settimana fa a Vera Uwaila Omozuwa, ventiduenne studentessa di microbiologia, assalita in una chiesa a Benin City. Il fatto ha provocato profonda indignazione nella popolazione, ma il problema è che non si tratta di un caso isolato.

Intanto, intere aree rimangono ancora isolate in questo paese e se le persone dedite alle coltivazioni finora erano riuscite a cavarsela, aver terminato le poche scorte di cibo le ha rese estremamente vulnerabili.

Il Dsvrt, Domestic and gender violence response team di Lagos, ha fatto sapere di essere stato inondato, negli ultimi mesi, di richieste di aiuto e di segnalazioni di violenza domestica e sessuale. Secondo la coordinatrice del team, Titilola Vivour-Adeniyi, ogni giorno sono almeno 13 i casi riportati. Sono stati 390 i casi di abusi segnalati nel solo mese di marzo.

Secondo la responsabile del team, per il 60% dei quali si tratta di violenza domestica, per il 30% di violenza sessuale e per il 10% di abusi fisici sui minori. Una spirale di dolore che quasi non fa clamore.