Lotta ad Al-Shabaab
Il terrorismo è ancora ben radicato nel paese. Nonostante i richiami a lavorare di più per l’unità e la sicurezza, le divisioni su linee etniche e religiose continuano a essere utilizzate dai gruppi estremisti. Le politiche di inclusione sociale sono l'unica soluzione possibile.

Il terrorismo è sempre un tema all’ordine del giorno in Kenya. Nel discorso tenuto dal presidente Kenyatta il 20 ottobre scorso, in occasione del Mashujaa Day, la festa nazionale keniana in onore di coloro che hanno combattuto per l’indipendenza del paese, una parte importante è stata dedicata alla lotta al terrorismo. Un monito particolarmente chiaro è stato riservato ai gruppi della società civile, ai leader comunitari e religiosi perché lavorino per l’unità e la sicurezza del paese e non alimentino, invece, divisioni su linee etniche e religiose, con discorsi tesi a infiammare d’odio soprattutto i giovani. Ha sottolineato la necessità di trasparenza e tracciabilità dei finanziamenti, soprattutto dall’estero, e di monitoraggio delle attività delle associazioni e dei sermoni dei leader religiosi. Un avvertimento chiaro, che fa prevedere giri di vite nel controllo delle attività della società civile, o almeno di una parte di essa, nel paese nel prossimo futuro.

Il discorso è stato pronunciato a ridosso di due importanti fatti. Il primo è l’arresto a casa sua, a Kwale, una trentina di chilometri a sud di Mombasa, di Omar Mwamnuadzi, presidente del Mombasa Republican Council (Mrc), il movimento indipendentista della costa, messo fuori legge dal governo keniano un paio d’anni fa. Insieme a lui sono stati arrestati una decina di giovani con cui stava avendo una riunione. Il Mrc è stato accusato da Kenyatta di essere implicato negli atti terroristici che quest’estate hanno insanguinato la zona di Lamu, nonostante la rivendicazione degli Shabaab somali. D’altra parte l’altra accusa all’Mrc è quella di avere contatti proprio con l’organizzazione qaedista somala.

L’altro è l’intercettazione di un gruppo di cinque terroristi somali da parte dell’esercito keniota, nella zona di Moyale. I cinque viaggiavano su una Toyota Prado con targa keniana imbottita con 100 kg di tritolo e con sei dispositivi per attentati suicidi. Nello scontro a fuoco tra il gruppo e i militari keniani, i cinque sono stati uccisi. L’episodio riporta dunque l’attenzione in modo palpabile al pericolo rappresentato da attentati terroristici, grazie anche a contatti e connivenze nel paese stesso.

Del radicamento di gruppi riconducibili ai terroristi somali parla anche l’ultimo rapporto sul paese dell’International Crisis Group, “Kenya: Al-Shabaab – Closer to Home Africa Briefing N°102”, reso pubblico il 25 settembre scorso, in cui il centro di ricerca e analisi delle situazioni di crisi con sede a Nairobi sottolinea come il messaggio estremista di Al Shabaab ha avuto buon gioco nell’inserirsi nelle tensioni intercomunitarie e interreligiose da sempre vive sulla costa, a Nairobi e nel nord est del paese. Il rapporto raccomanda un approccio al problema politicamente corretto, con la messa in atto di misure che creino alleanze solide con le comunità musulmane, che si sentono ora marginalizzate dal governo centrale, e che puntino alla ricerca degli individui colpevoli degli atti terroristici, senza criminalizzare intere comunità.

Nomina, inoltre, come assolutamente controproducenti misure come quelle adottate nello scorso aprile, dopo attentati sia a Mombasa che a Nairobi, quando migliaia di somali, e di keniani di etnia somala, furono arrestati in modo ingiustificato e le zone abitate dalle comunità somale passate al setaccio in modo brutale. Il rapporto dice anche che, in un anno, la compattezza del mondo politico, che aveva tenuto unito il paese dopo l’attentato al Westgate, si è rotta con l’uso partitico della lotta al terrorismo.
Insomma, ancora una volta si evidenzia come il terrorismo in Kenya ha le sue radici nella discriminazione e il suo bacino di simpatia nelle comunità che si sentono marginalizzate, mentre che il modo di combatterlo efficacemente sta nella loro inclusione sociale politica ed economica, prima che sia troppo tardi, viste le derive inquietanti di molti paesi africani e del Medio Oriente.

Nella foto in alto un ragazzo-soldato di Al-Shabaab. (fonte Cronacheinternazionali.com)