Osservatorio sul Sinodo / Teologi a confronto
Tre teologi e una teologa, africani, si sono soffermati su un tema spinoso: con quali modalità ogni cultura fa proprio il messaggio di Cristo. Convenendo che l’Africa è chiamata dialogare con il Vangelo, non con il modello culturale europeo del cristianesimo.

 

Diverse le declinazioni di teologia africana che si confrontano a margine della 2a Assemblea speciale del sinodo dei vescovi per l’africa (a Roma, dal 4 al 25 ottobre): la teologia dell’inculturazione, che trae origine dall’opera di Engelbert Mveng, martire politico nel 1995; la teologia della liberazione, che si fonda sulle intuizioni di Jean Marc Éla; la teologia contestuale (anche detta teologia nera), approccio maturato in risposta all’apartheid sudafricana; infine, la “teologia al femminile” e la teologia della ricostruzione.

 

Il comboniano Alex Zanotelli ha introdotto il terzo incontro dell’Osservatorio sul Sinodo – promosso dalla Conferenza degli istituti missionari italiana (Cimi) e dall’Unione stampa cattolica italiana (Ucsi) – che si è tenuto martedì 13 ottobre presso la Libreria Devoniana, in via della Conciliazione. Intorno al tavolo, quattro teologi africani, convocati da Benedetto XVI al Sinodo in qualità di esperti.

 

Barthélemy Adoukonou, sacerdote del Benin e segretario generale della Conferenza episcopale regionale dell’Africa dell’Ovest (Cerao), formato alla scuola dell’inculturazione, ha ricordato la distanza antropologica tra il processo intellettivo comunitario africano e quello logico razionale, più tipicamente occidentale, al quale da sempre la teologia africana è stata forzata, di fatto snaturandosi. «Occorre ripensare una teologia “dal di dentro” – ha detto Adoukonou – certamente in dialogo con il mondo occidentale, ma capace di fare i conti con il proprio passato di sottomissione e schiavitù». Dolo dopo tale processo di inculturazione, la teologia africana «potrà davvero sperimentare la propria “liberazione”». Adoukonou ha anche ribadito il richiamo sinodale a una chiesa “al servizio di una profezia di verità”, pronta ad alzare la sua voce in favore degli oppressi, nella consapevolezza che chi parla rischia di diventare scomodo al potere e, quindi, un potenziale martire.

 

Kinkupu Léonard Santedi, sacerdote congolese, segretario generale della Conferenza episcopale della Repubblica democratica del Congo, discepolo di Bénazet Bujo, ha ribadito l’esigenza di una chiesa inculturata nei contesti africani: «Ieri gli europei hanno colonizzato l’Africa; oggi gli africani devono africanizzare il cristianesimo». È “l’inculturazione dei tre misteri”: l’incarnazione (il Verbo che si fa carne nei differenti contesti storico geografici); il mistero pasquale (la morte e resurrezione come preludio di continue rotture, rinascite, appropriazioni e trasformazioni); il mistero della Pentecoste (si annuncia, con le proprie sensibilità, la novità dell’incontro tra il contesto storico-culturale e la Parola). Santedi ha parlato anche di una “teologia dell’invenzione o teologia poetica”, recuperando il significato greco del termine poiésis, che significa invenzione, creazione.

 

Tre figure simboleggiano il ruolo della chiesa attenta ai segni dei tempi in Africa: il profeta, che denuncia gli elementi di rottura nella società e «connette l’oggi di Dio con l’oggi dell’uomo»; il saggio, più attento all’armonia che alla rottura, annuncia un nuovo modo di essere nel mondo (ad esempio, l'”ecosofia”); infine, il poeta, attento alla novità, a partire dalle sfide dell’oggi, propone una visione di chiesa radicalmente diversa.

 

Santedi ha chiuso con un racconto: «Un uomo si lancia con un paracadute e rimane impigliato sulla cima di un albero. Da lì chiede aiuto a un passante: “Ma dove sono finito? Aiutami!”. E quello: “Sei caduto su un albero”. Il paracadutiste replica: “Sapere che sono su un albero non mi aiuta a risolvere il mio problema”». Così è la teologia africana – ironizza Santedi -: essa ha davanti a sé molte sfide, ma deve ancora imparare a essere profetica per incidere concretamente nella storia d’Africa.

 

Teresa Okure, suora nigeriana, decana della Facoltà di teologia dell’Istituto cattolico dell’Africa dell’Ovest, membro del comitato scientifico della rivista Concilium, affiliata al Circolo delle donne teologhe africane impegnate, è partita, invece, da un approccio che potremmo definire “olistico”: non diverse teologie o approcci, non gruppi e contrapposizioni (uomini e donne, occidentali e africani, ecc.). «La teologia – ha detto – non deve partire dalle teorie, dalle filosofie, ma dalla vita concreta nei diversi contesti locali. La cultura è il Dna di ogni persona. Non si può dire o fare nulla a prescindere dalla cultura».

 

Nemmeno la Parola di Dio può essere letta senza il filtro interpretativo della cultura di appartenenza. In tal senso, «l’inculturazione non è un problema ma un dato di fatto, perché l’Africa è chiamata a dialogare con il Vangelo e non con il cristianesimo quale modello culturale preconfezionato europeo». Il Vangelo è inculturato da chiunque lo legga, e libera tutti, uomo o donna, occidentale o africano- Dunque, non esiste, da questo punto di vista, una separazione tra teologia della liberazione, dell’inculturazione, femminista, o altro.

 

L’immagine che suor Teresa prende ad esempio è quella del corpo umano, quando una gamba assume una postura scorretta: «Anche l’altra gamba, di conseguenza, come pure la schiena e tutto il resto saranno fuori centro e richiederanno uno sforzo di riposizionamento. Così, se l’Africa soffre, tutta l’umanità sarà anche essa fuori centro». Fuori di metafora: se la società soffre, anche la chiesa e la cultura sono chiamate ad attivarsi per risollevare la comune sorte. Sempre riferendosi all’immagine del corpo, suor Teresa tira le conseguenze: «Dal momento che la chiesa ha mancato lo sforzo d’integrazione della donna, tutto il corpo ecclesiale ha bisogno di essere liberato».

 

Bénazet Bujo, sacerdote secolare della Repubblica democratica del Congo, professore ordinario di Teologia morale ed Etica sociale all’Università di Friburgo, uno dei principali teologi africani, ha preso le mosse dall’Humanae Vitae di Paolo VI, che intendeva offrire alla chiesa una visione assoluta della “legge naturale” come “legge comune a tutti gli uomini”. Ma cosa intendeva il Papa europeo in quel contesto storico e culturale con il termine “natura”? E con il termine “vita”?

 

Secondo Buju, in Africa la vita ha un’estensione molto più ampia di quella occidentale. Ad esempio, si può parlare di vita anche nel caso di un bambino non ancora concepito, ma vivente nei progetti di una coppia. Anche gli antenati e i defunti appartengono, a pieno titolo, al mondo dei viventi per la loro presenza fondativa e costitutiva di una comunità.

 

Il teologo è molto chiaro quando parla di “contesto”: «Molti concetti, come “comunità”, “famiglia”, “parola”, in Africa non possono essere spiegati con la teologia tomista occidentale. L’inculturazione, dunque, è nelle cose e parte dalla concretezza esistenziale delle comunità africane».

 

Il prossimo incontro dell0Osservatorio si terrà venerdì 16 ottobre alle ore 19.00, presso la Curia dei Missionari della Consolata (Via delle Mura Aurelie, 11), sul tema: “Chiesa e Missione in Africa”.