Da Nigrizia di marzo 2012: Tumaco (Colombia) / La scelta di padre Nascimbene
Si muove in una città difficile, in mano a bande armate che trafficano cocaina. Si prende qualche rischio e sta con i più poveri. Concepisce la missione semplicemente come mettersi al servizio dell’altro. E così un comboniano, affiancato da un confratello, crea cooperative di lavoro, aggrega i giovani, rafforza la comunità.

Fa missione in una realtà che è un crocevia di gruppi armati e di traffici di cocaina, con oltre trecento persone ammazzate ogni anno. Per mantenersi vende latte di soia. Alloggia in una palafitta presa in affitto, come tanta gente comune.

È questa la scelta del comboniano Franco Nascimbene, 58 anni, di Malnate (Varese), che da cinque anni vive, insieme con il confratello José Luis Foncillas, a Tumaco (sud-ovest della Colombia), una città i cui abitanti (180mila) sono quasi tutti afro-discendenti e che si trova su un’isola dell’Oceano Pacifico, dislocata a pochi metri dalla costa.

I neri sono stati condotti qui, a partire dal 16° secolo, per il lavoro-schiavo nelle miniere d’oro. Abolita formalmente la schiavitù intorno alla metà dell’Ottocento, i neri hanno continuato a vivere in quest’area piuttosto isolata dal resto del paese e con un clima simile a quello di molti paesi africani.

«Oggi il lavoro nelle miniere d’oro è quasi esaurito – spiega padre Franco -. C’è un po’ di lavoro nella pesca, nell’agricoltura e nell’edilizia. Molti sbarcano il lunario facendo i venditori ambulanti. Le donne sono dedite alla raccolta di cozze e alla pulitura dei gamberetti, che poi vengono esportati. Altre fanno le domestiche con salari bassissimi».

Franco Nascimbene è un missionario di lungo corso – prima di approdare in Colombia, è stato quindici anni in Ecuador e sette anni a Castel Volturno, nel Casertano – e, quindi, sa bene che serve a poco ragionare di missione senza mettere a fuoco il contesto in cui ci si muove

 


Cominciamo, allora, a capire com’è la situazione di questo territorio. Perché è così ingarbugliata?

All’inizio degli anni ’60, nascono gruppi di guerriglia, cioè movimenti politici che, stanchi di una lotta senza sbocchi contro un’oligarchia che non molla il potere, si trasformano in gruppi armati e vivono in montagna. Ciò provoca la reazione dei proprietari terrieri e di altri ricchi colombiani, che si dotano di veri e propri eserciti privati per difendere le loro proprietà dagli attacchi della guerriglia.

Questo scontro continua anche oggi, ma con un elemento nuovo: negli ultimi decenni, tutti i gruppi armati hanno scoperto nella coca la possibilità di finanziarsi. Pertanto, hanno cominciato a coltivare la coca, a trasformarla in cocaina e a venderla quasi tutta all’estero. L’industria della coca è diventata così importante che, pian piano, le motivazioni ideologiche, sia di destra che di sinistra, sono andate scemando. Oggi chi milita nei gruppi armati lo fa quasi esclusivamente per ragioni economiche.

 

E lo stato rimane alla finestra?

Lo stato è in parte connivente, anche se lo nega. Tutta l’area forestale intorno a Tumaco è in mano soprattutto alle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc), che obbligano i contadini a coltivare cocaina e a venderla a loro. Il contadino che si rifiuta, o cambia mestiere o viene fatto fuori. Non ci sono vie di mezzo. Perciò, molti si rifugiano a Tumaco. Riescono a rimediare un’abitazione, perché, tagliando le mangrovie, si costruiscono delle palafitte. Non hanno però un lavoro.

 

C’è un accordo anti-traffico di cocaina tra gli Usa e il governo colombiano. Non funziona?

In base a questo accordo, da diversi anni gli Stati Uniti inviano aerei che gettano veleno (glifosato) sulle coltivazioni di cocaina. Lo fanno per stroncare all’origine un traffico che ha negli Usa il principale mercato di consumo.

Ma le coltivazioni di coca non sono estensive. Un contadino ha il suo piccolo appezzamento di coca in mezzo a coltivazioni di banane, mais, noci di cocco. Per cui, quando si scopre una coltivazione di coca e si butta il veleno, si distruggono anche le altre coltivazioni e si avvelenano i fiumi e l’aria. E la gente si ammala. Così, i contadini si ritrovano da un lato sotto la pressione dei gruppi armati e dall’altro con i campi distrutti da queste azioni antidroga. E fuggono in città. Sull’insieme di queste operazione c’è chi avanza un sospetto…

 

Di che si tratta?

C’è un’ipotesi – che va verificata – secondo cui c’è una trama nascosta, che ha l’obiettivo di liberare quest’area della Colombia dalla presenza umana, in modo da poter creare coltivazioni estensive, ad esempio di canna da zucchero, per l’esportazione. Quindi, le zone dove ci sono i neri con le loro piccole fattorie danno fastidio.

Molti afro-discendenti che vivono in questa zona da secoli sono riusciti a diventare proprietari di terre, attraverso una specifica legge. Si tratta di proprietà comunitarie: il singolo contadino non può vendere la sua terra, se tutto il gruppo degli altri proprietari della zona non è d’accordo. Ciò impedisce alle multinazionali di comperare questi terreni. Ed ecco il sospetto che, per indurli a cedere la terra, si usino altri mezzi.

 

Inserirsi da missionari in un ambiente così surriscaldato non dev’essere semplice.

I comboniani sono qui da una decina d’anni. Siamo una comunità di cinque missionari in due case, nella stessa parrocchia. Tre seguono più direttamente il lavoro parrocchiale, i battesimi, i funerali, ecc. Io e padre José Luis Foncillas, uno spagnolo, lavoriamo nel quartiere.

La prima nostra scelta è stata quella di tentare di vivere come la gente. Abbiamo affittato una palafitta, come quelle che hanno molti. Siamo senza automobile, senza frigorifero, senza televisione, senza computer, senza telefonino. Tentiamo di vivere come i più poveri. Per mantenerci, io vendo latte di soia. Compro la soia, la trasformo in latte e, ogni mattina, dedico quattro ore alla vendita ambulante. È una scelta: non vivo dell’altare, ma del mio lavoro manuale. Le persone del quartiere vedono che vivo come loro. Questo crea un rapporto diverso: per loro, prima sono il lattaio, poi il sacerdote.

 

È un modo non usuale di fare missione. Quali passi avete mosso e in quale direzione?

Per il primo anno e mezzo, José Luis e io abbiamo scelto di non fare nessuna proposta alla comunità del quartiere. Il mattino si lavorava; il pomeriggio si stava in strada, per capire come viveva la gente, per creare rapporti. Passato questo periodo, abbiamo cominciato con le proposte, soprattutto aggregative. Le prime sono nate intorno al problema del lavoro. Abbiamo incontrato un gruppo di donne disoccupate e abbiamo messo a fuoco il problema in questa maniera: se il lavoro non c’è, creiamolo noi. Loro ci hanno detto che per creare lavoro ci vogliono soldi, e non li avevano. Ho risposto: «Non c’è bisogno dei soldi dei ricchi. Serve la capacità di unire le nostre povertà. Se ci si mette insieme, la nostra povertà diventa abbondanza». Poi la proposta concreta: «Chi ci sta, tra una settimana, torni con due euro. Partiremo da lì». Delle 25 donne incontrate ne sono tornate 9. Anch’io ho messo i miei due euro e sono entrato nella cooperativa come socio.

Abbiamo deciso di lavorare il cacao. Ne abbiamo comprato per 20 euro. Ognuno ha messo ciò che aveva – chi il macinino, chi il pentolone per tostarlo, chi il cucchiaio – e vi ha aggiunto le proprie forze e il proprio tempo. Abbiamo cominciato a trasformare il cacao in cioccolato e a venderlo. Abbiamo fatto un altro tentativo con la produzione di candeggina, molto usata per lavare i panni. Ci siamo messi a produrla con lo stesso metodo del cacao.

Ed è arrivato così il tempo di proporre la creazione di piccole comunità di base. Abbiamo invitato la gente a riunirsi nei vari settori del quartiere e, pian piano, si sono costituiti cinque gruppi di adulti, che si ritrovano una volta alla settimana per riflettere sui problemi della comunità, illuminati dal testo biblico. Si cerca di arrivare a scelte concrete, condividendo, solidarizzando, lottando.

Certo, per fare questo ci vuole molto tempo. C’è chi si scoraggia, chi litiga, chi si ritira. Ad oggi, su cinque comunità, due sono solide e possono andare avanti anche senza di noi; le altre hanno ancora bisogno di accompagnamento. Con queste comunità aiutiamo chi arriva in città dalla foresta per ricostruirsi una vita: lo accogliamo, lo orientiamo, lo aiutiamo con i documenti…

 

E con i giovani come la mettiamo?

La grossa tentazione dei giovani disoccupati è di entrare nei gruppi armati, che offrono buoni stipendi, perché il traffico di cocaina lo consente. Però, entrare in questi gruppi significa ricevere un’arma e anche l’ordine di uccidere. Se dici sì, non puoi più mollare. Se entri, ci stai per sempre. Noi proponiamo alternative.

José Luis è il genio nel lavoro con i giovani: lui ha questo dono. Abbiamo messo in piedi una scuola di teatro e una di danza, e aperto una piccola biblioteca. Poi c’è lo sport. Lo scorso settembre, abbiamo lanciato un’iniziativa, che abbiamo chiamato “Football per la pace”, con alcune regole curiose. Per spingere verso un rapporto paritario uomo-donna e il dialogo, abbiamo organizzato un torneo di calcetto a cinque con squadre composte da almeno 2 donne. Prima regola: finché una donna non fa un goal, i goal non valgono; questo obbliga i ragazzi a prendere sul serio la partecipazione delle ragazze. Seconda regola: le reti femminili valgono il doppio. Terza regola: non c’è un arbitro, ma un coordinatore; quando c’è un problema, il coordinatore invita i dieci giocatori a discutere e a trovare un accordo. Ha funzionato. Si sono iscritte 12 squadre del quartiere e si sono fatte quattro giornate con un sacco di spettatori. Sono tutti tentativi di creare aggregazione e suscitare speranza.

 

I vertici della diocesi come valutano il vostro impegno?

La chiesa ha una bella posizione. Abbiamo un bravo vescovo, mons. Gustavo Girón Higuita, che si fa carico dei problemi. Il 19 settembre 2001, è stata assassinata suor Yolanda Céron, direttrice della pastorale sociale. La sua colpa? Era troppo coraggiosa. È una martire. Pubblicava ogni mese la lista di coloro che venivano uccisi: luogo, ora, motivo e nomi dei presunti responsabili… Il vescovo ha deciso di continuare l’opera di suor Yolanda: oggi pubblica lui la lista. I gruppi armati lo hanno più volte minacciato, ma lui va avanti ugualmente.

Quando qualcuno viene ucciso, ho l’abitudine di andare la sera presso la famiglia per un momento di preghiera e per dire che Dio non è d’accordo con l’omicidio. Di recente, sono stato nell’abitazione di un paramilitare di destra che era stato ucciso. Mi avevano sconsigliato: «Era un assassino ed è stato ammazzato per questo». Davanti alla morte, siamo tutti uguali. C’era poca gente, è vero, ma ho fatto ciò che dovevo.

Vivere in questo clima è sfiancante. La gente soffre, ma la sua sofferenza va condivisa. Vale la pena di continuare a essere presenti, anche se, per ora almeno, non si vedono vie d’uscita.

 

Che cosa direbbe a un giovane che sta studiando per diventare missionario?

In un certo momento della mia gioventù ho scoperto cose che sono ancora valide oggi. Trovo il senso della vita nel servizio all’altro. E sono contento. Questo è il punto di partenza, del tutto chiaro, che è all’origine delle mie scelte. So che sono felice nella misura in cui mi metto a servizio. Tutto il resto è relativo. So che vivo in una situazione di pericolo. Ma mi va bene così.

 


 



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