Kenya / Dopo Garissa
Due settimane dall'attacco terroristico di Al Shabaab a Garissa in cui sono morte 148 persone. Nairobi ha iniziato a prendere una serie di provvedimenti per la sua sicurezza, fra i quali c'è anche l'intenzione di chiudere l'immenso campo profughi di Dadaab. Una politica che colpisce la popolazione della diaspora somala e rischia di provocare effetti indesiderati.

L’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha chiesto al governo del Kenya di rivedere la sua decisione di chiudere il campo profughi di Dadaab, a circa 100 chilometri da Garissa, teatro, il 2 aprile scorso, dell’attacco terroristico nel campus universitario che ha provocato la morte di 148 studenti.
L’ultimatum all’agenzia delle Nazioni Unite è arrivato sabato scorso: smantellare la gigantesca struttura che ospita oltre 350.000 profughi somali, entro tre mesi. In caso contrario sarà il governo a provvedere al rimpatrio. Una decisione che «avrà estreme conseguenze pratiche e umanitarie» secondo l’Onu, perché per molti dei rifugiati non sarà possibile rientrare in Somalia in piena sicurezza. Il campo è stato costruito nel 1991, dopo la caduta di Siad Barre che ha consegnato il paese nelle mani dei vari “signori della guerra” ed è dunque operativo da 24 anni.

Provvedimenti anti-terrorismo
Ma la chiusura di Dadaab è solo una delle decisioni prese dall’esecutivo nella rinnovata lotta per la sicurezza dopo la strage di Garissa. La logica del governo è semplice: gli Al Shabaab arrivano dalla Somalia dunque bisogna isolare il paese dallo scomodo vicino. E, più in generale, tenere sotto stretto controllo il mondo musulmano. Il mirino è puntato ora contro la diaspora, la più colpita da un’altra drastica misura, la chiusura di 13 compagnie di trasferimento di denaro (gli hawala shops) largamente utilizzate dagli oltre 2.5 milioni di somali che vivono in Kenya. Le agenzie umanitarie internazionali hanno fatto notare come questa politica colpisca il sistema degli aiuti alla popolazione e ancor più duramente le famiglie che in Somalia vivono grazie alle rimesse dei parenti che lavorano in Kenya. Un giro di denaro considerevole se si pensa che a livello globale, la diaspora somala invia a casa oltre 1.6 miliardi di dollari ogni anno – circa metà del prodotto interno lordo – utilizzando quasi esclusivamente il sistema di money transfer in quanto nel paese del Corno d’Africa non esiste ancora un sistema bancario. Il Kenya ha, inoltre, annullato il rinnovo di tutte le patenti di guida degli stranieri non residenti.

Il muro
Sempre nell’ottica dell’isolamento è inizata in questi giorni a Lamu, sulla costa, la costruzione di un muro – completo di postazioni di sorveglianza e telecamere – che dovrebbe arrivare a coprire tutti i 700 chilometri di frontiera tra i due paesi. Una barriera fisica – di cui non si conosce il costo né i tempi di realizzo – per arginare l’infiltrazione di jihadisti, ma che per ora ha solo provocato l’irritazione del governo di Mogadiscio che accusa il vicino di aver preso una decisione unilaterale, senza alcun tipo di consultazione. Tensioni che rischiano di aggravarsi con l’avanzare della struttura, in quanto alcune parti del confine – che risale all’epoca coloniale – non sono chiaramente delimitate. 

Giro di vite rischioso e tardivo
Questa potrebbe risultare una politica rischiosa, come fa notare nell’edizione online del Wall Street Journal lo statunitense Nikos Passas, criminologo, docente alla Northeastern University, secondo il quale la stretta imposta dal governo kenyano rischia di «creare animosità all’interno della comunità somala e musulmana in generale, alimentando l’adesione ai movimenti jihadisti, sopratutto tra i giovani». 
Non solo. Questa politica rischia di essere inefficace o quantomeno tardiva nella lotta al terrorismo. I leader delle regioni del Nord-Est – riuniti nell’ambito di una serie di incontri – hanno lanciato oggi un nuovo allarme: il reclutamento di giovani avviene anche sui campi di calcio e durante le attività ricreative, e non più solo nelle moschee o nelle madrasse (scuole islamiche). Tanto che il governatore di Mandera, Ali Roba, ha chiesto a tutte le madri di controllare le persone che i propri figli frequentano nel tempo libero.  
Un cambio di tattica del movimento jihadista nel reclutamento di adepti, secondo il canale informativo britannico Bbc che conferma oggi l’allontanamento di molti ragazzi dalle proprie famiglie nelle città lungo il confine, alcuni dei quali hanno poi telefonato ai parenti annunciando la propria adesione ad Al Shabaab. Solo la metà dei casi di giovani scomparsi è stata denunciata, in quanto le famiglie temono ritorsioni e marginalizzazione.

La missione in Somalia
Intanto, in attesa della visita del presidente Barack Obama, prevista a luglio, sabato scorso i leader dell’opposizione kenyana, Raila Odinga e Kalonzo Musyoka, hanno chiesto alla delegazione del Senato statunitense in visita nel paese, di sostenere il ritiro delle truppe kenyane dalla Somalia: «Facciamo appello agli Stati Uniti per la mobilitazione di altri paesi che non abbiano froniere comuni, per poter ritirare il nostro esercito» ha detto Odinga. Dichiarazioni di propaganda, ma che potrebbero aprire quantomeno un confronto in Parlamento sulla reale causa della guerra dichiarata da Al Shabaab al Kenya, ovvero proprio il suo impegno militare nell’ambito della missione dell’Unione Africana (Amisom) in Somalia.

Nella foto in alto il campo profughi di dadaab in Kenya. Sopra una cartina con la posizione di Dadaab in evidenza (Fonte: Internazionale.it)