Gambia
Tutti i prigionieri gambiani condannati per "tradimento" alla pena di morte o all'ergastolo dal 1994 al 2013, usufruiranno della grazia concessagli dal presidente Yahya Jammeh la scorsa settimana. Un gesto di benevolenza solo apparente di un dittatore che fa della repressione il suo marchio di fabbrica.

È del 22 luglio la notizia della Bbc Afrique secondo cui il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, avrebbe graziato i prigionieri accusati di “tradimento” tra il 1994 e il 2013. Il 24 luglio, invece, avrebbe liberato due persone detenute illegalmente senza accusa da sei mesi, vicine agli uomini armati che il 30 dicembre scorso hanno attaccato il palazzo presidenziale per tentare di rovesciare il regime.
Due bei regali, questi, annunciati in occasione dell’anniversario del ventunesimo anno dalla conquista del potere da parte di uno dei più controversi dittatori del continente africano che governa il più piccolo e meno popolato paese d’Africa (11.300 km2 e 1,8 milioni di abitanti) da quel 1994 in cui l’allora ufficiale ed ex-lottatore di wrestling ventinovenne aveva rovesciato a capo del suo gruppo armato il presidente Dawda Jawara, alla guida del Gambia dalla sua indipendenza nel 1965.

Tra “grazie” ed esecuzioni
Dei gesti di gentilezza, quelli di Jammeh, che escludono però tutti gli incarcerati sospettati o accusati del tentato colpo di stato del dicembre 2014. E che lascia per ora nell’anticamera della morte persone come il senegalese Saliou Niang: accusato di omicidio, è quasi certo di essere tra coloro che subiranno la condanna capitale a breve, visto l’annuncio del dittatore del 17 luglio della volontà di far giustiziare ben presto tutti i condannati a morte. Il presidente gambiano interrompe così un’interruzione delle esecuzioni di tre anni, da quando cioè nell’agosto 2012 aveva improvvisamente deciso di far giustiziare nove tra i 47 prigionieri, di cui due senegalesi (inasprendo le già difficili relazioni con il Senegal, stato dentro cui il Gambia stesso si estende).

Morte alla libertà di stampa
Esecuzioni, detenzioni arbitrarie e torture, come in ogni dittatura che si rispetti, sono al centro del sistema repressivo di Yahya Jammeh. Che se la prende non certo solo contro i prigionieri politici e i criminali comuni: al 150esimo posto su 180 nella classifica della libertà di stampa del 2015 di Reporters Senza Frontiere (Rsf), il Gambia è nella lista nera dei nemici dei media, e i giornalisti costituiscono una delle ossessioni di Jammeh. Lo è, per esempio, Alagie Sisay, giornalista e direttore della radio gambiana Teranga Fm, scomparso il 2 luglio scorso; e lo sono stati anche il suo collega del Daily Observer, Chief Ebrima Manneh, mai più rivisto dal suo arresto nel 2006 da parte del Nia (National Intelligence Agency), e Deyda Hydara, corrispondente di Rsf e dell’Afp (Agenzia France Press), per cui Amnesty International reclama ancora giustizia dopo l’assassinio nel 1994. Se i giornalisti non spariscono, tanti sono quelli che subiscono le intimidazioni, come anche le redazioni costrette a chiudere. I pochi giornali esistenti, li si trova quasi solo a Banjul, la capitale, dalle 8 alle 10 del mattino. «Va tutto bene, in realtà si può parlare più di quanto si crede, non è vero quello che si dice sulle limitazioni della libertà di stampa in Gambia», afferma un giornalista che resta anonimo del Grts (Servizio televisivo e radiofonico del Gambia), unico canale televisivo del paese, interrogato sulla situazione dei media locali. Nel reame di Yahya Jammeh, o è l’autocensura o la morte.

Contro diritti umani e Occidente
A essere presi di mira dal regime sono anche gli omossessuali. L’inasprimento della lotta contro coloro che a febbraio il Capo di Stato ha pubblicamente definito dei «parassiti da combattere come si fa contro la malaria, se non più aggressivamente», si è concretizzato con una legge ad agosto che ha aggravato il reato di omosessualità, oltre che con dalle torture inflitte a otto persone, sospettate di essere lesbiche e omosessuali.
Paladino contro i diritti umani, Yahya Jammeh ha fin dall’inizio messo in guardia gli attivisti che li difendono. Allo stesso modo, ha sempre mostrato la sua avversione verso l’Occidente, in termini di “anti-colonialismo” e “anti-imperialismo”. Se risale a giugno la cacciata di Agnés Guillaud, rappresentante dell’Unione Europea in Gambia, è nel marzo 2014 che ha proclamato l’arabo lingua ufficiale del paese, al posto dell’inglese, mentre già l’anno precedente aveva annunciato la fuoriuscita dal Commonwealth.

Un egocentrico guaritore
In Gambia l’immagine di “Sua Eccellenza Cheikh Professore Alhaji Dr. Yahya Ajj Jammeh Babili Mansa” (ovvero “costruttore di ponti”, in lingua mandinga), è onnipresente, nelle strade come negli edifici pubblici. Nella sua tenuta in tunica bianca, Corano e rosario in una mano, scettro tradizionale del potere (e arma di difesa) nell’altra, ostenta lui stesso un super-ego che sembra sconfinare nella parodia, quando esalta le sue doti curatrici e afferma di aver trovato dei rimedi naturali contro l’asma, l’ipertensione e persino l’Aids.

Dopo aver cambiato la Costituzione una volta salito al potere in modo da annullare il limite di volte consentito al presidente uscente per potersi ricandidare alle elezioni, nel 2016 il dittatore gambiano chiamerà ai seggi il suo popolo per la quinta volta da quando è al governo. Qualche focolaio di opposizione sembra organizzarsi dall’estero: sono in tanti a chiedersi per quanto tempo ancora il cinquantenne Yahya Jammeh imporrà leggi e pene in Gambia.

Nella foto in alto il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, al potere dal 1994. (Fonte: Sunday Alamba/AP)