Malawi / Tra illusioni e realtà
La presidente Joyce Banda va a guinzaglio del Fondo monetario internazionale e delle sue (fallimentari) ricette. Mentre imperversano inflazione, paralisi finanziaria e corruzione. Note positive in campo sanitario.

Lilongwe è una città evanescente. Niente a che fare con Blantyre, il polmone economico-finanziario del Malawi, o con Mzuzu o altre città dotate di un loro profilo urbanistico, più o meno compatto. Lilongwe è una specie di metafora geografica del governo. Si sa che c’è, ma non si vede, annegata com’è nei verdi scintillanti del pianalto centrale. Una capitale artificiale sviluppatasi a partire dal 1974 sul sito di un antico villaggio di pescatori per volere di Hastings Kamuzu Banda. Prende il posto di Zomba, la vecchia capitale coloniale che aveva conservato il suo ruolo nel primo decennio di indipendenza. Poche strade denominate, per lo più grandi arterie asfaltate. Una divisione in aree numerate che denotano tipicamente gli insediamenti privi di spessore storico. E di personalità urbana.

Old Town si innesta sul vecchio abitato a ridosso del fiume da cui la città prende il nome ed appare densa a tratti, grazie anche ad un commercio cosmopolita animato da indiani, cinesi, nigeriani. New Town, a sua volta, dà segni di vita per punti sparsi, in coincidenza dei centri commerciali il cui emblema è Shoprite, il tempio sudafricano dei consumi per la middle class malawiana e, ormai, dell’intera Africa australe. Le ville milionarie per i funzionari internazionali, i ricchi commercianti asiatici, le classi agiate, sono mimetizzate dietro le loro recinzioni murate e coperte di vegetazione. I quartieri popolari, dal loro canto, sono infrattati nelle vallecole e depressioni, dove il costo dei terreni è molto più abbordabile, le case alquanto approssimative, più aleatori i servizi urbani (fogne, acqua potabile, elettricità). Qui e là, si staglia il profilo di qualche palazzo per uffici in vetrocemento. O di qualche edificio pubblico. Come il nuovo parlamento, costruito con fondi di Pechino, che per l’appunto fonde architettonicamente i motivi squadrati e circolari che simbolizzano tradizionalmente la Terra e il Cielo nell’immaginario cinese.

A fianco del parlamento, dimesso ma dignitoso, si erge il mausoleo dedicato al dr. Banda, il padre-padrone del Malawi tra il 1961 e il 1994. Un paradosso del Malawi, questo monumento funebre, dove si perpetua la memoria di un uomo che fu un pioniere del nazionalismo africano, promotore dei diritti delle donne e della qualità del sistema scolastico, artefice della modernizzazione delle infrastrutture del Paese; ma che fu allo stesso tempo l’emblema di un regime repressivo, oltretutto tenuto a distanza dai suoi vicini per aver mantenuto buone relazioni, anche diplomatiche, con il Sudafrica dell’apartheid.

Banda è anche il nome dell’attuale presidente, che non c’entra con il dr. Hastings Kamuzu. Joyce Banda accede infatti alla più alta magistratura dello stato il 7 aprile 2012 a seguito del decesso improvviso del presidente Bingu wa Mutharika, di cui era vice. JB, come viene spesso chiamata, esprime sotto altre forme l’importanza del paradosso nella vita politica malawiana. È una donna del dopoguerra, militante dei diritti civili (delle donne anzitutto, ma anche dei bambini e delle comunità) prim’ancora che personalità politica, più volte ministro e fondatrice del Partito del popolo dopo essere uscita dal Partito democratico progressista nel 2010 in polemica con Mutharika e le sue pratiche oblique: nepotismo, clientelismo, mancanza di trasparenza negli affari pubblici.

 

Mantra Fmi

Il profilo di JB piace alla comunità internazionale. Dopo il segretario di stato americano, Hillary Clinton, una serie nutrita di alte personalità sfila a Lilongwe in una processione di sicuro valore mediatico. Ne intercetto alcune anch’io nel corso della mia permanenza. Christine Lagarde è certo quella che mi colpisce di più, se non altro per la posizione che occupa alla testa del Fondo monetario internazionale (Fmi), che appare oggi come la vera istituzione di tutela del Malawi. Partecipo alla riunione degli stakeholder indetta ad inizio d’anno nella capitale. Lagarde è decisamente seduttiva: simpatica, spiritosa, con un eloquio fluente e sobrio, preciso ma privo di tecnicismi. Sciorina la filosofia Fmi – che conosciamo bene essendo quella degli aggiustamenti strutturali che devastano l’Africa da almeno trent’anni a questa parte – con il sorriso in volto e le giuste parole up to date. Parla del Malawi Economic Recovery Plan, un documento d’urgenza che dovrebbe raccogliere le sfide della crisi e stabilizzare l’economia in un anno. Parla del ruolo del ministro delle finanze, che non può che essere «l’uomo del no». E di faccende elusive come la città che ci ospita: le favorevoli potenzialità del paese (quali?), la mobilitazione delle no traditional partnership (la solita Cina?), e il cambio climatico, che ci sta sempre bene, certo, ma che è difficile da far digerire a un’ostetrica delle upland del nord che guadagna sì e no cento dollari al mese, e consuma la sua vita nell’impotenza, costretta a veder morire ogni giorno la gente di cui si prende cura per infezioni o mancanza di medicinali. E deve ritenersi, dopotutto, fortunata.

JB si fa forte di questi appoggi, che tenta di capitalizzare in vista della sua difficile riconferma alla presidenza alle elezioni del 2014. “Il Malawi non sarà più lo stesso…” è una delle sue parole d’ordine. Ed alimenta la favola Fmi, sposata come sempre dalla comunità politico-economica internazionale, del Malawi come success story. Un mantra. La grande scommessa è che funzioni come una profezia autorealizzatrice: a furia di evocarli, gli eventi finiscono per accadere davvero. Nella stessa direzione vanno anche una serie di iniziative per mobilitare l’opinione pubblica. Come “Buy Malawi”, per il consumo dei prodotti locali, secondando i progressi di un’agricoltura che però, se esibisce incrementi della monocultura d’esportazione, il tabacco, registra una vulnerabilità alimentare per oltre 2 milioni di persone, pari a qualcosa come il 15% della popolazione. O come “Start your (small) business”, per attivare le attitudini imprenditoriali nascoste, in un paese che si situa al 129 posto nella graduatoria internazionale sulla competitività. (…)

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