Rwanda / Presidenziali del 9 agosto
Lo sostiene Victoire Ingabire, oppositrice del regime rwandese alla quale è stato impedito di candidarsi. E chiede alla comunità internazionale di non accettare i risultati dello scrutinio. Critiche al voto anche dagli osservatori del Commonwealth e da Human Rights Watch.

Il coraggio di sicuro non le manca. E a pochi giorni dal voto presidenziale del 9 agosto, Victoire Ingabire, oppositrice rwandese, presidente delle Forze democratiche unificate (Fdu), un partito che non è ancora stato riconosciuto, si rivolge alla comunità internazionale e agli investitori e li invita a non accettare «questa farsa elettorale e i suoi risultati».

 

Il voto ha riconfermato in sella, con il 93% dei suffragi, per un secondo mandato settennale, Paul Kagame, 52 anni, leader tutsi, capo del Fronte patriottico rwandese, al potere dal 1994, anno del genocidio che costò la vita ad almeno 800mila tutsi e hutu moderati.

 

Victoire Ingabire, rientrata nel paese a gennaio di quest’anno e arrestata in aprile per «associazione con un gruppo terroristico» e per «negazione del genocidio», chiedeva e chiede che siano giudicati anche gli autori di crimini commessi contro gli hutu nel 1994. Anche alla Ingabire, come ad altri invisi a Kagame, è stato impedito di competere per le presidenziali.

 

Ma, per ora, non le viene impedito di diffondere comunicati stampa. «Riconoscere i risultati di questa buffonata – si legge nel suo comunicato – significa premiare la violenza come mezzo di accedere al potere e di mantenerlo. Il popolo rwandese non può essere tenuto in ostaggio e privato dei suoi diritti politici e civili in nome di pretesi miracoli economici». Ingabire chiede perciò «nuove elezioni libere, giuste e trasparenti».

 

Le ha fatto eco, senza però chiedere l’annullamento del voto, Frank Habineza, presidente del Partito democratico verde (anche questo non ancora riconosciuto), secondo il quale il voto si è svolto «in un clima di paura» e «il governo deve affrontare una questione fondamentale: l’assenza di una reale opposizione».

 

E su questo hanno battuto anche Human Rights Watch, denunciando «minacce, aggressioni e atti di disturbo» nei confronti dell’opposizione e gli osservatori inviati dal Commonwealth, che hanno sottolineato «la mancanza di voci critiche dell’opposizione, messe fuori gioco da provvedimenti amministrativi o legali presi dal governo di Kagame» e hanno anche sollecitato «una maggiore libertà dei mezzi di comunicazione». A questo proposito, a una settimana dal voto, l’Alto consiglio dei media ha sospeso l’attività di 19 radio e di 22 giornali, perché «non in regola con la legge sui media». Ciò che fa specie è che secondo gli altri osservatori internazionali, in tutto 1400 (non c’erano quelli dell’Unione europea, ufficialmente per ragioni di bilancio), il voto si è svolto regolarmente… (rz)