Rd Congo / Escalation di violenza
L’escalation di violenze iniziata qualche mese fa in quattro province centrali della Repubblica democratica del Congo, inquieta la comunità internazionale. Perché la loro forte valenza politica rischia di ripercuotersi su un processo elettorale già pesantemente compromesso.

I due video mostrati lunedì scorso ai giornalisti congolesi dal portavoce del governo di Kinshasa Lambert Mende sono stati rapidamente rimossi dalla rete. Nei filmati erano visibili le raccapriccianti esecuzioni eseguite dai ribelli di Kamuina Nsapu, compresa quella dei due esperti delle Nazioni Unite, l’americano Michael Sharp e la svedese Zaida Catalan, scomparsi a marzo nella provincia del Kasai occidentale.

Le crude immagini confermano la ferocia del gruppo ribelle, che aveva trovato riscontro anche nella testimonianza del vescovo di Luiza, Félicien Mwanama Galumbulula, che lo scorso febbraio aveva denunciato «violenze eccezionali e atrocità inimmaginabili nei confronti della popolazione», commesse dai miliziani in diverse località del Kasai Centrale.

C’è comunque da sottolineare che non sono solo i miliziani di Kaumina Nsapu, armati principalmente di lance e machete, a macchiarsi di crimini di guerra. Nel tentativo di reprimere la ribellione, anche le forze di sicurezza governative, note come Fardc (Forze armate della Repubblica democratica del Congo) hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani.

Una testimonianza diretta arriva da uno sconvolgente video di sette minuti, che mostra dei militari con l’uniforme dell’esercito congolese sparare contro un gruppo di uomini armati di fionde e clave nei pressi del villaggio di Mwanza-Lomba, nel Kasai orientale. Per far luce sull’accaduto sono stati arrestati sette soldati delle Fardc, mentre la ministra congolese per i diritti umani, Marie-Ange Mushobek, ha aperto un’inchiesta.

Alla fine di febbraio, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) di Ginevra, su segnalazione degli abitanti di Tshimbulu, ha documentato il ritrovamento di sette fosse comuni dove erano sepolti i corpi di 62 uomini e 39 donne, uccisi a colpi di mitragliatrice nel corso di in un’operazione militare condotta tra il 9 e il 13 febbraio dalle Fardc.

Sempre l’Ohcr lo scorso 31 marzo, ha accertato il rinvenimento di 23 cadaveri nella provincia del Kasai occidentale. Mentre durante l’ultima settimana di marzo, alcuni testimoni hanno riferito di saccheggi e uccisioni da parte della polizia nel corso di un’operazione nel capoluogo del Kasai centrale, Kananga, per catturare alcuni miliziani di Kamuina Nsapu (è possibile ascoltare la testimonianza di un’abitante su Radio Okapi).

Secondo le autorità di Kinshasa, dallo scoppio delle violenze, 67 poliziotti e altri soldati hanno perso la vita negli attacchi, mentre le stime delle Nazioni Unite indicano che oltre 400 persone sono state uccise e più di 200.000 sfollate dalle loro case.

La ribellione di Kamuina Nsapu ha investito cinque province della Rd Congo: Kasai, Kasai centrale, Kasai orientale, Kasai occidentale e Lomami, rappresentando una grave minaccia per il presidente Joseph Kabila, rimasto al potere anche dopo la fine del mandato, scaduto a dicembre.

L’escalation della crisi ha indotto Mamadou Diallo, coordinatore degli Affari umanitari per la missione delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo (Monusco), a rivolgere un appello al dialogo tra il governo e i ribelli per porre fine alle violenze.

All’origine delle violenze, la decisione del governo congolese di non riconoscere la nomina del leader tradizionalista Jean-Pierre Mpandi come Kamuina Nsapu, il titolo onorifico che viene assegnato al leader tradizionalista dei Bajila Kasanga (clan della tribù Lulua stanziato nel territorio di Dibataie, 75 km a sud est di Kananga, capoluogo della provincia del Kasai centrale).

Secondo l’International Crisis Group, Mpandi non è stato riconosciuto perché era considerato vicino all’opposizione e si era rifiutato di sostenere la maggioranza presidenziale, ricordando che nella Rd Congo i leader tradizionalisti fanno parte della pubblica amministrazione e ricevono un salario per amministrare le unità territoriali, come i villaggi.

Approfondisci questo tema leggendo l’articolo di François Misser pubblicato sul mensile Nigrizia.