Kenya Politica e Società
È morto il 3° presidente del paese
Kenya: i successi e le contraddizioni di Kibaki
Aveva 90 anni e le sue presidenze verranno ricordate positivamente per il risanamento economico del paese, l’impegno per l’istruzione e per la nuova Costituzione. Ma nella sua biografia politica restano incancellabili le violenze post elettorali del 2007 e l’aver governato privilegiando la “mafia kikuyu”
22 Aprile 2022
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 5 minuti

Con un discorso teletrasmesso oggi all’ora di pranzo, il presidente in carica del Kenya, Uhuru Kenyatta, ha comunicato ufficialmente la morte di Mwai Kibaki, il terzo presidente del paese dopo Jomo Kenyatta e Daniel arap Moi. Una delle figure più importanti della storia recente del paese.

Biografia

Kibaki aveva 90 anni, essendo nato il 15 dicembre del 1931 da una famiglia di contadini kikuyu – il gruppo etnico maggioritario nel paese – in un villaggio del Kenya centrale, in quella che è adesso la contea di Nyeri.

Fino al termine delle scuole superiori frequentò istituti locali. Proseguì, poi, gli studi a Kampala, in Uganda, alla Makerere University dove studiò economia, storia e scienze politiche, conseguendo il certificato in economia nel 1955 come il migliore del suo corso. Lo stesso anno vinse una borsa di studio che gli permise di frequentare la prestigiosa London School of Economics, dove conseguì il baccalaureato (paragonabile alla nostra laurea) in finanza pubblica.

Tornò alla Makerere University nel 1958, ma stavolta come professore. Nel 1960 decise di rientrare in Kenya, per contribuire alla lotta per l’indipendenza come funzionario del Kanu (Kenya African National Union), il partito che guidò il paese all’indipendenza e lo governò per circa 40 anni, dal 1963 al 2002. In quella posizione, contribuì a elaborare la prima Costituzione del Kenya indipendente.

Carriera politica

La sua carriera politica iniziò nel 1963, quando fu eletto membro del parlamento di un distretto di Nairobi. Da allora ebbe diversi incarichi di governo nei dicasteri economici. Fu ministro delle finanze e della pianificazione economica per tredici anni, dal 1969 al 1982. Furono anni di una certa prosperità per il paese, anche grazie a un regime di disciplina fiscale e a politiche monetarie intelligenti.

Kibaki mantenne l’incarico anche quando arap Moi, che aveva sostituito Jomo Kenyatta alla presidenza, lo chiamò alla vicepresidenza, nel 1978. Posto che ricoprì fino al 1988, quando il presidente lo declassò, affidandogli il ministero della sanità, senza che lui innescasse, apparentemente, facili polemiche e senza avere risentimenti.

Ma nel 1991, a sorpresa, si dimise dal partito e dal governo e partecipò alle elezioni del 1992, le prime multipartitiche nella storia del paese, con una sua formazione, il Democratic party (Partito democratico). Arrivò terzo e secondo in quelle del 1997.

Il trionfo

Vinse quelle del 2002, con il 62% dei consensi, a capo di un raggruppamento denominato National Alliance Rainbow Coalition (Coalizione per un’alleanza nazionale arcobaleno, Narc).

Il suo primo mandato è ricordato per l’introduzione della scuola primaria gratuita, che permise la frequenza a oltre un milione di bambini le cui famiglie non potevano permettersi di pagare le tasse scolastiche. Tentò anche una riforma costituzionale, bocciata tuttavia dal 58% dei votanti.

La sua presidenza fu segnata da problemi di salute, dovuti soprattutto a un grave incidente stradale durante la campagna elettorale, e viene giudicata complessivamente poco incisiva.

I brogli

Destò, quindi, una certa sorpresa la sua decisione di competere per un secondo mandato nel 2007. Le elezioni furono segnate da sospetti brogli, tanto che il capo delegazione degli osservatori europei disse di dubitare dell’accuratezza dei risultati ufficiali.

I sondaggi pre-elettorali davano in vantaggio l’avversario, Raila Odinga, seguito a poca distanza da Kibaki. I risultati ufficiali davano vincente Kibaki con uno scarto di pochi voti e con diverse controversie nel conteggio delle schede in numerose zone del paese. Ma Kibaki si proclamò vincitore immediatamente, una mossa che venne definita da alcuni come “un colpo di stato”.

Questo scatenò violenze che fecero almeno 1.300 vittime e durarono diverse settimane. Ci volle la mediazione dell’allora capo dell’Onu, Kofi Annan, per trovare la via d’uscita alla crisi, con la formazione di un governo di grande coalizione, dove si affiancò al presidente il suo acerrimo rivale Odinga nel ruolo di primo ministro.

Risanamento economico

La vera eredità lasciata da Kibaki riguarda il risanamento economico del paese, dopo gli anni di malgoverno della lunghissima presidenza Moi e la riduzione della dipendenza dagli aiuti internazionali.

Nel 2003 venne anche introdotto il Constituency development fund (Cdf) per lo sviluppo di progetti locali, a livello distrettuale, e del piano di sviluppo a lungo termine denominato Vision 2030.

La mafia kikuyu

I suoi critici lo accusano di aver governato attraverso un gruppo di amici, la maggior parte appartenente all’élite kikuyu. Alcuni ribattezzarono questo gruppo “la mafia kikuyu”. Altri osservano che non ha fatto abbastanza per superare il tribalismo politico vigente nel paese e che non è riuscito a vincere la corruzione, pervasiva nella vita politica, economica e sociale del paese.

Gli si riconosce, tuttavia, di aver portato a termine il processo di approvazione di una nuova Costituzione, promulgata nel 2010, e di aver passato la mano, nel 2013, al suo successore, Uhuru Kenyatta, in modo pacifico. La cerimonia di passaggio delle consegne, nello stadio più grande del paese gremito di cittadini, ha anche segnato la fine del suo impegno pubblico.

Il Kenya è in lutto fino al giorno della sua sepoltura. Gli saranno riconosciuti tutti gli onori con un funerale di stato.

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