La costruzione della diga Itare, supportata in tutto dall’Italia, sembra aver imboccato una strada senza via d’uscita. L’accordo per il suo finanziamento, garantito da Intesa San Paolo e Bnp Paribas, era stato firmato nel luglio del 2015 dall’allora presidente del consiglio Matteo Renzi, durante una visita ufficiale nel paese. Il costo dell’impresa era stimato in 34 miliardi di scellini keniani (Ksh), pari a circa 310 milioni di euro al cambio di allora.

La gara d’appalto per la costruzione era stata vinta l’anno precedente dalla Cmc (Cooperativa muratori e cementisti) di Ravenna, ditta specializzata nella costruzione di grandi infrastrutture e con una solida storia di interventi in Africa, ma che da tempo navigava in gravi problemi finanziari che l’hanno portata sull’orlo del fallimento. L’importanza anche politica dell’iniziativa era testimoniata dalla presenza del presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, alla cerimonia della firma dell’accordo.

Il progetto – che si trova nella Rift Valley, nella contea di Nakuru, a ridosso della Foresta Mau – è stato fin dall’inizio quanto meno controverso. Particolarmente dibattuti l’impatto ambientale, che secondo i molti critici non era stato valutato attentamente, e il mancato coinvolgimento della popolazione locale – la cui economia è strettamente basata sull’agricoltura – nelle decisioni che riguardavano l’uso della loro terra.

Importanti anche i risvolti politici, perché l’acqua, che fluiva naturalmente nella zona d’insediamento dei kipsigis, un gruppo etnico autoctono, veniva stoccata dalla diga per lo sviluppo economico di zone abitate in maggioranza da kikuyu, l’etnia maggioritaria, economicamente e politicamente più importante del paese.

La costruzione, cominciata faticosamente tra le polemiche nell’aprile del 2017, è stata ben presto fermata dagli scandali. Il primo riguarda il procedimento per bancarotta della Cmc, iniziato in Italia nel 2018, che ha dovuto interrompere i lavori dopo aver “succhiato miliardi di scellini” dice il Daily Nation, il giornale più diffuso nel paese, in un articolo pubblicato alcuni giorni fa il cui titolo descrive plasticamente la situazione attuale: Sh30bn Itare dam now no more than a grazing land (La diga Itare, del valore di 30 miliardi di scellini, ora non è altro che terreno per il pascolo).

Si configura, inoltre, una truffa nei confronti della popolazione locale. Diverse persone avevano affittato una parte della loro terra alla Cmc per parcheggiare le macchine e le attrezzature necessarie ai lavori e per costruire le basi operative per il coordinamento delle attività e le residenze delle maestranze. L’affitto pattuito non sarebbe mai stato pagato.

David Kiptoo Koskey, ad esempio, aveva affittato alla Cmc sette acri di terra usati di solito per la produzione agricola. «Non voglio che queste macchine arrugginiscano sulla mia terra – dichiara -. E’ ormai il secondo anno, e non mi è stato pagato quanto pattuito … Se la compagnia è fallita, il governo dovrebbe portar via i suoi macchinari arrugginiti e darmi la possibilità di riprendere il mio lavoro di agricoltore».

Invece, assicura, nessuna delle autorità competenti keniane si è fatta finora viva per informarlo sulla situazione e per dirgli cosa fare delle attrezzature che si stanno deteriorando sul suo terreno. Koskey aveva pattuito un affitto di 16mila Ksh per acro all’anno, dunque vanta un credito annuale di 112mila Ksh (poco meno di 1.000 euro al cambio attuale) dal 2018. Un sacco di soldi, in una zona rurale del Kenya, che il signor Koskey rischia di non vedere mai. 

Anche le istituzioni keniane competenti sono gravemente sospettate di corruzione, tanto che lo scorso novembre il Directorate for criminal investigation (Direzione per le investigazioni criminali – Dci) ha avviato un’inchiesta sull’operato dell’Agenzia della Rift Valley per lo sviluppo dei lavori nel settore idrico (Rift Valley water work development agency) e del ministero dell’acqua e dell’igiene (Ministry of water and sanitation).

L’indagine, per cui sono stati interrogati numerosi funzionari di alto livello delle due istituzioni, non è ancora conclusa ma, fa capire l’articolo citato, potrebbe chiarire le loro responsabilità in breve tempo.

Tutto quello che era l’indotto della costruzione sta rapidamente deteriorandosi. La strada d’accesso al cantiere, 30 chilometri, è ora quasi impercorribile a causa di buche che diventano profonde pozzanghere nella lunga stagione delle piogge di quella regione. Mercati e negozi, che erano sorti per rifornire le migliaia di persone a vario titolo impiegate nel progetto, sono ora sull’orlo del fallimento.

Gli oltre 2.500 lavoratori assunti dall’impresa denunciano la chiusura del loro contratto di lavoro senza neppure il rispetto delle regole minime, quali l’emissione delle lettere di licenziamento e il pagamento degli oneri di legge. Ora, uno di loro, Clinton Cheruiyot, dice di non avere neppure i soldi per mandare i figli a scuola. Aggiunge che uno dei suo compagni di lavoro si è suicidato perché non aveva più nulla per sostenere la famiglia e molti sono gravemente depressi.

Intanto, nell’enorme scavo fatto a caro prezzo per erigere la diga, pascolano pecore, capre e bovini. In attesa che il governo individui una nuova azienda che si incarichi di portare a compimento l’opera, completata, finora, solo al 30%. 

In conclusione, quello che potremmo definire il progetto immagine della cooperazione italiana in Kenya si è tramutato in un disastro che, almeno per ora e sicuramente per lungo tempo nel futuro, ha fatto naufragare tutte le promesse e le aspettative di sviluppo in una vasta zona del paese.