Da Nigrizia di marzo 2012: giustizia e urne
Il 23 gennaio scorso, la Corte penale internazionale (Cpi) ha trovato fondati motivi per incriminare e processare quattro degli accusati per i disordini post-elettorali del 2008. Tra questi, anche Uhuru Kenyatta e William Ruto, candidati alle prossime elezioni presidenziali.

Domenica 22 gennaio, il giorno prima che la Corte penale internazionale (Cpi) confermasse o meno le accuse mosse contro le sei personalità kenyane accusate di fomentare le violenze seguite alle elezioni presidenziali di dicembre 2007, William Ruto, già ministro dell’educazione e oggi parlamentare per la circoscrizione di Eldoret Nord, era di ottimo umore mentre assisteva alla messa nella chiesa di San Patrizio a Burnt Forest, 30 km dal capoluogo della Rift Valley. Presso quella chiesa, le violenze avevano toccato l’apice: oltre 100 i morti e decime di migliaia gli sfollati costretti a vivere per oltre un anno sotto le tende di un campo per sfollati. All’uscita della messa, dopo aver stretto le mani a molti, aveva detto: «È la pace il primo punto della mia agenda, a prescindere dal verdetto».

 

Sereno era apparso anche il vice primo ministro, Uhuru Kenyatta (figlio del padre della patria, Jomo Kenyatta), impegnato in una manifestazione pubblica a Kisii. Nel suo comizio aveva detto: «Il mio primo desiderio è di vedere un Kenya in cui tutti sono liberi di risiedere dove desiderano, lavorare e fare affari, in particolare durante le campagne elettorali».

 

Anche altri tre accusati si erano recati alla funzione domenicale: Francis Muthaura, ministro dei servizi civili; William Ruto, ex ministro dell’agricoltura; Henry Kosgey, deputato della circoscrizione di Tinderet; Joshua arap Sang, giornalista. L’unico a trascorrere una giornata “feriale”, perché musulmano, era stato il generale Mohammed Hussein Ali, ex capo della polizia e oggi capo esecutivo delle poste.

 

 

Gli antefatti

Ripercorriamo in breve i fatti. Dopo le violenze post-elettorali, nel febbraio 2008 ci fu un accordo di pace tra il presidente Mwai Kibaki e il primo ministro Raila Odinga. Quel patto segnò la fine degli scontri sanguinosi che avevano portato il paese sull’orlo della guerra civile. Una delle clausole dell’accordo prescriveva la creazione di una commissione che indagasse sulle violenze che avevano causato 1.133 morti (cifra ufficiale; altre fonti parlano di circa 1.500) e lo sfollamento forzato di oltre 500mila persone.

 

Il 15 ottobre 2008 la commissione presentò al governo il suo rapporto, in cui si raccomandava l’istituzione di un tribunale ad hoc per giudicare i presunti responsabili, precisando che, qualora l’esecutivo non fosse riuscito nell’intento, il caso venisse trasmesso alla Cpi dell’Aia.

 

Seguirono mesi durante i quali il parlamento bloccò ripetutamente i vari tentativi di creare un tribunale speciale in Kenya, temendo che potesse essere facilmente manipolato; nel febbraio 2009 bocciò un decreto legge che istitutiva l’organo giudicante. Nacque in quell’occasione lo slogan: «Smettiamo di menar il can per l’aia. Andiamo all’Aia ». Ma l’Aia faceva paura a chi nell’establishment aveva la coscienza sporca. Per altre due volte cercarono di forzare la mano al parlamento, ma invano: la maggioranza si disse decisa a porre fine alla lunga tradizione di impunità nella politica nazionale.

 

Intanto, la Corte premeva perché il governo trasferisse il caso nelle sue mani. Ma anche dopo che il procuratore generale della Cpi, Luis Moreno-Ocampo, aveva emesso il mandato di comparizione per i sei accusati, il presidente Kibaki spedì in giro per l’Africa il suo vice, Kalonzo Musyoka, con il compito di convincere i governi a fare pressione sul Consiglio di sicurezza dell’Onu perché fermasse l’azione della Corte o almeno rinviasse di un anno l’inizio del processo. La missione tuttavia fallì.

 

 

Crimini contro l’umanità

Gennaio 2012. L’istruttoria della Cpi è conclusa e si attende che il verdetto della Camera della Corte confermi o meno la fondatezza delle accuse. I kenyani sono consapevoli che il verdetto – qualunque esso sia – costringerà a riscrivere la storia del paese e scatenerà un vero e proprio ciclone nella politica nazionale. Diviso il parere degli analisti: c’è chi ritiene che il verdetto unirà il paese; altri che dividerà la nazione in due, ma una volta depositato il polverone, le cose non saranno più come prima. Intanto, per paura che ci possano essere disordini al momento della lettura delle risoluzioni della Corte, il governo dissemina in ogni angolo del paese unità dell’esercito con l’ordine di bloccare sul nascere eventuali sommosse.

 

Lunedì, 23 gennaio, alle 13,30, milioni di kenyani sono davanti ai televisori o con gli orecchi incollati ai transistor. I più giovani seguono l’evento in diretta su Internet o linkando su uno dei molti social networks. Tengono le dita incrociate mentre il giudice della Cpi, Ekaterina Trendafilova, legge il verdetto: «Esaminate le prove fornite dall’accusa, la Camera di consiglio ha deciso di confermare i capi d’accusa contro quattro dei sei imputati. (…) Le decisioni sono state prese a maggioranza, e non all’unanimità, poiché uno dei giudici, Hans-Peter Kaul, ha dissentito dagli altri due colleghi. (…) Il Procuratore ha presentato prove sostanziali che inducono a ritenere che siano stati commessi crimini contro l’umanità. I giudici, inoltre, hanno ritenuto che tali crimini siano stati commessi contro gruppi specifici».

 

Ancora pochi istanti con il fiato sospeso, mentre la giudice legge i sei nomi e la rispettiva sentenza: Uhuru Kenyatta, William Ruto, Francis Muthaura, Joshua arap Sang: incriminati; Henry Kosgey e Mohamed Hussein Ali: prosciolti (vedi box). Il procuratore Moreno-Ocampo notifica che non farà ricorso in appello contro il rigetto delle accuse imputate a Kosgey e Ali, ma precisa che i due sono ancora sotto indagine.

 

 

Reazioni

Svariate le reazioni della gente e disparati i commenti sui blog: «Avrebbero dovuto condannarli tutti»; «mi aspettavo che ne assolvessero quattro»; «si sarebbe dovuto processarli in Kenya»; «finalmente le vittime avranno giustizia»; «se non riportano a casa i molti che sono tuttora nei campi per sfollati, anche questo verdetto lascia il tempo che trova »; «non è la condanna o l’assoluzione di questo o quel gruppo etnico: sotto processo sono solo degli individui»; «metà della gente è soddisfatta; l’altra metà scontenta»; «i quattro imputati andrebbero fermati: potrebbero fuggire»; «mi dispiace per Uhuru: avrebbe potuto essere un ottimo presidente»; «spero che i due in corsa per la presidenza abbiano la decenza di ritirarsi». Il ritornello più frequente: «Sono rimasto sorpreso, ma me l’aspettavo».

 

Il giorno seguente, i quattro accusati hanno notificato la volontà di appellarsi contro la decisione della Corte, anche se le regole della Cpi non sembrano garantire che il loro ricorso venga accolto.

 

Il presidente Kibaki ha subito chiesto a Githu Muigai, procuratore generale della repubblica e capo del dipartimento di giustizia, di formare una squadra di esperti legali «per consigliare il governo sul da farsi». Immediata la risposta dei gruppi della società civile: «Una sola la cosa da farsi: consegnare gli imputati alla Corte». Il timore è che il compito degli esperti, come sempre, sia quello di escogitare il modo di aggirare il verdetto o tergiversare il più a lungo possibile.

 

Molte associazioni civili e religiose si sono appellate a Kenyatta e Muthaura perché abbandonino subito l’incarico di governo, richiamandosi al dettato della nuova costituzione: «I pubblici ufficiali devono essere irreprensibili in materia di etica… Un politico accusato di crimine deve dimettersi». Ma il procuratore generale li ha raggelati: i due membri del governo non saranno licenziati, prima di conoscere la sorte del loro appello contro il verdetto della Corte.

 

 

Facce toste

Le prossime elezioni generali dovrebbero tenersi a fine dicembre. Ma… c’è un ma: l’accordo di pace firmato da Kibaki e Odinga nel 2008 stipula che le elezioni possono aver luogo solo dopo lo scioglimento del governo di coalizione, previsto per l’inizio del 2013 (il che sposterebbe le presidenziali al mese di marzo). A meno che il presidente decida di osservare la scadenza naturale della legislatura.

 

Superato il momentaneo stordimento del verdetto, i politici, compresi quelli accusati, hanno ripreso a lanciare appelli alla pace e a invitare la popolazione a prepararsi a una campagna elettorale tranquilla e a uno scrutinio pacifico. I titoli dei giornali, invece, hanno continuato a dare voce alle proteste e alle critiche popolari nei confronti di Kenyatta e Muthaura, al punto da costringerli a dare le dimissioni dal governo. Kenyatta, però, ha mantenuto la nomina a vice primo ministro.

 

Fuori dal governo e messi alla gogna da milioni di concittadini, Kenyatta e Ruto non hanno ancora rinunciato alla loro candidatura alla presidenza. Il primo è il leader politico del più numeroso gruppo etnico di tutta l’Africa Orientale, i kikuyu; il secondo sa di poter contare su milioni di voti kelenjin. Alla fine di gennaio, 200 sfollati si sono rivolti a una corte nel tentativo di fare annullare la loro candidatura. Per tutta risposta, i due sono tornati a dichiararsi «innocenti e del tutto estranei ai crimini loro imputati », e pertanto «costituzionalmente liberi di candidarsi». E oggi stanno portando avanti la loro campagna, come se nulla fosse successo.

 

 

Box: Incriminati e no

Confermate le accuse nei confronti del vice primo ministro Uhuru Kenyatta: avrebbe stabilito contatti con la setta dei mungiki in vista di un loro coinvolgimento nella campagna elettorale in favore del presidente Kibaki, per poi impiegarli a Nakuru e Naivasha per spedizioni punitive contro sostenitori del Movimento democratico dell’arancia (Odm), di Raila Odinga.

Convalidate anche le accuse contro William Ruto, ex ministro dell’agricoltura ed esponente di primo piano dell’Odm. Sarebbe stato «un indiretto co-perpetratore di crimini contro l’umanità, quali omicidio, trasferimenti forzati e persecuzione», mobilizzando i propri sostenitori per sferrare attacchi contro gli oppositori, dopo la promulgazione dei risultati. Ribadite le accuse contro Francis Muthaura, capo dei servizi civili: in combutta con Kenyatta, avrebbe coordinato le azioni di bande di facinorosi incaricati di attaccare sostenitori dell’Odm a Naivasha e Nakuru, violentando donne, uccidendo e costringendo alla fuga folti gruppi di persone.

Confermate le accuse conto il giornalista Joshua arap Sang: avrebbe coordinato, attraverso un suo programma radiofonico (su Kass FM), attacchi contro gli avversari politici del Partito di unità nazionale (Pnu) di Kibaki.

Giudicati insufficienti le prove presentate contro Henry Kosgey, deputato della circoscrizione di Tinderet, e Mohammed Hussein Ali, ex capo della polizia.

 

Box: Occhio a Saitoti

Che possibilità hanno di vincere Uhuru Kenyatta e William Ruto, candidati alle prossime elezioni presidenziali ma accusati dalla Cpi? Difficile dirlo. I più si aspettano che rinuncino. L’idea di avere come presidente una persona accusata da una corte internazionale di crimini contro l’umanità non piace. Di certo, Kibaki sperava di poter passare lo scettro a Kenyatta, un kikuyu come lui. Ora dovrà guardare altrove e potrebbe puntare su George Saitoti.

Chi è costui? È l’attuale ministro per la sicurezza nazionale. Tutti però lo chiamano “il professore”. Ha 66 anni ed è laureato in matematica. È entrato in parlamento nel lontano 1983, non eletto, ma nominato dall’allora presidente Daniel arap Moi. È stato il vice di Moi dal 1989 al 1997 e dal 1999 al 2002, ricoprendo anche il ruolo di ministro delle finanze. Fu “licenziato” da Moi «per slealtà», accusa che oggi può giocare in suo favore.

È stato ministro anche nei governi di Kibaki, con un solo incidente di percorso nel 2006, quando fu accusato di essere scagionato dall’alta corte e premiato dal presidente con il ministero dell’educazione. Oggi è anche ministro degli esteri ad interim. In un’intervista concessa a Peter Opiyo, sullo Standard dell’11 gennaio 2009, confessò: «Mi farò in quattro per ottenere la presidenza nel 2012». Il 1° maggio 2011 era in Vaticano a rappresentare il Kenya alla beatificazione di Giovanni Paolo II.

Il suo nome completo è George Kinuthia Saitoti. La gente dice che è mezzo maasai (da qui il nome Saitoti) e mezzo kikuyu (Kinuthia) per via della madre. Di fatto, è abile a essere naturalmente l’una cosa e politicamente l’altra, a seconda del momento. Nei prossimi mesi, potrebbe dirsi e farsi kikuyu al 100% e candidarsi al posto di Uhuru Kenyatta.

 


 



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