Il contagio da Covind-19 si sta diffondendo rapidamente anche nell’Africa dell’Est. Ieri, 24 marzo, il virus era ormai presente in quasi tutti i paesi della regione. Solo il Sud Sudan sarebbe ancora indenne, ma il condizionale è d’obbligo, date le attuali difficoltà delle istituzioni preposte a gestire complessivamente il paese. Il Kenya, che ha individuato il primo contagiato una decina di giorni fa, primo paese nell’area, aveva ormai 25 positivi con un incremento di 9 sul giorno precedente. L’ultimo, l’Eritrea, aveva trovato il primo positivo il 23 marzo: un eritreo proveniente dalla Norvegia.

Per ora il virus è stato individuato soprattutto tra persone rientrate dall’estero o stranieri appena arrivati nella regione. Anche in Kenya la paziente uno è una giovane signora keniana rientrata dagli Stati Uniti su un volo proveniente da Londra e non identificata come a rischio all’aeroporto di Nairobi, dove da diverse settimane a tutti i viaggiatori in entrata viene misurata la temperatura. Solo a chi l’aveva alterata o proveniva da paesi dove l’epidemia era già sviluppata veniva imposta la quarantena. In Sudan il paziente uno, un sudanese sui cinquant’anni di ritorno da uno degli emirati del Golfo, è anche il primo morto per l’infezione da coronavirus nella zona.

Drastiche misure per il contenimento

Il numero dei contagi accertati rimane, però, per fortuna ancora esiguo. Ma è chiara la consapevolezza che la situazione potrebbe aggravarsi repentinamente, come è successo negli altri paesi dove la pandemia è iniziata. Per questo i governi sono immediatamente intervenuti con misure di contenimento serie, già sperimentate e dimostratesi efficaci altrove.

In Kenya, ma anche in Sudan, in Etiopia e in altri paesi sono state immediatamente chiuse le scuole di ogni ordine e grado, sono stati vietati gli assembramenti, compresi quelli causati da riti sociali come i funerali, i matrimoni e le cerimonie religiose ed è stata avviata una campagna d’informazione sulle misure da adottare per evitare il contagio. A Nairobi, ad esempio, negozi, centri commerciali, mezzi di trasporto devono essere dotati di detergenti alcolici con cui facilitare il lavaggio delle mani ai clienti. E al supermercato si raccomanda attraverso gli altoparlanti di osservare la distanza di sicurezza di almeno un metro.

Con il passare di giorni, e l’aumento dei positivi accertati, i provvedimenti sono diventati più stringenti. Da lunedì in Sudan è in vigore una sorta di coprifuoco che dura dalle 8 di sera alle 6 del mattino ed è stato fortemente consigliato il lavoro da casa. In Kenya si lavora da casa e ci si riunisce grazie ad applicazioni internet già dalla scorsa settimana. Da ieri sono chiusi anche i bar mentre i ristoranti possono funzionare solo come take away. Ma soprattutto quasi ovunque sono stati chiusi i confini, compresi quelli aeroportuali. Non si arriva e non si parte dal Sudan, e perfino dal Sud Sudan dove non ci sono ancora casi accertati. Oggi, 25 marzo, è l’ultimo giorno di apertura dell’aeroporto di Nairobi per i voli passeggeri; poi potranno atterrare e partire solo i cargo.

Un solo obiettivo

L’intento è chiaro: impedire con ogni mezzo il diffondersi del virus, perché nessuno dei paesi della regione ha un sistema sanitario in grado di affrontare un’eventuale epidemia. Il Kenya, il paese più avanzato, dispone di soli 150 letti per la terapia intensiva, quasi tutti nella capitale e in ospedali privati, mentre il sistema sanitario nazionale è fragilissimo, fornisce solo cure di base ed è ben lontano dal coprire tutta la popolazione. Per di più mancano mascherine, tute protettive e altri presidi sanitari necessari a proteggere la popolazione, ma soprattutto il personale sanitario.

Per ora, un’importante donazione è stata fatta da diverse istituzioni cinesi, comprese le fondazioni di Jack Ma, un miliardario cofondatore di Alibaba, la piattaforma di commercio digitale cinese che ha un giro di affari paragonabile a quello di Amazon. Il materiale sanitario è stato consegnato ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie dell’Unione Africana (African Union’s Centres for Disease Control and Prevention, Africa CDC) di Addis Abeba che ne curerá la distribuzione grazie attraverso i voli dell’Ethiopian Aerlines.

Il rischio degli slum

Ma soprattutto si teme il contagio negli slum dove vive una buona parte della popolazione di quasi tutte le capitali della zona. A Nairobi si stima che vi si trovino almeno 2 milioni e mezzo di persone, con una densità abitativa altissima, in condizioni igieniche pessime e con una diffusione già preoccupante di malattie batteriche e virali, tra cui la polmonite che fa strage di bambini e anziani in ogni stagione dell’anno.

E’ ben chiaro ai governi dei paesi della regione che non avrebbero possibilità alcuna di controllare l’epidemia se il corona virus si diffondesse negli slum, dove non sarebbe neppure possibile osservare le misure di sicurezza di base, come l’isolamento (la gran parte degli abitanti delle baraccopoli vive in baracche di pochi metri quadrati dove si ammassano numerose persone) e l’igiene personale, a partire dal lavaggio frequente delle mani, dal momento che l’acqua è scarsa e costosa.

I possibili danni economici

Si cominciano anche a fare i conti del costo altissimo della pandemia su economie fragili come quelle dei paesi africani. Sabato 21 marzo il settimanale The East African titolava in prima pagina “Il coronavirus ha spazzato via 29 miliardi di dollari di PIL dell’Africa in tre mesi”. Ma soprattutto preoccupa l’impatto sulle condizioni di vita dei milioni di persone che nel continente vivono di economia informale, i cui guadagni vanno “dalla mano alla bocca”, si dice con un’immagine efficace, e che con ogni probabilità perderanno le loro scarsissime entrate a causa delle restrizioni imposte per limitare il contagio. Una situazione che molti analisti vedono come molto probabile e pericolosa per la stabilità stessa dei paesi della regione.

Kenya 25
Tanzania 12
Etiopia 12
Uganda 9
Gibuti 3
Sudan 3
Eritrea 1
Somalia 1
Sud Sudan 0
   


Tabella – casi positivi accertati nei paesi dell’Africa dell’Est, aggiornata al 24 marzo