Costa d'Avorio
L'ex-première dame ivoriana Simone Gbagbo, moglie dell’ex presidente Laurent Gbagbo, è stata condannata ieri a venti anni di carcere per il suo ruolo durante le violenze post elettorali del 2010-2011, in cui sono morte più di 3mila persone. Una regina dal pugno di ferro, ora in declino.

Il processo in corte d’assise dell’ex première dame ivoriana, la signora Simone Gbagbo, si è concluso il 10 marzo con un verdetto a dir poco salato. Tutti sono rimasti sorpresi.  I nove giurati della corte d’assise di Abidjan hanno condannato la moglie dell’ex-presidente Laurent Gbagbo (a processo alla Corte penale internazionale dell’Aia) a 20 anni di prigione e alla privazione dei diritti civili. Sentenza ancor più sorprendente se si tiene conto che il Procuratore generale aveva chiesto una pena di soli 10 anni.

Il verdetto interviene al termine di due mesi di un processo-fiume durante il quale sono state giudicate 79 persone per il ruolo da loro avuto nelle violenze della crisi post-elettorale che la Costa d’Avorio aveva attraversato nel 2010-2011. Le violenze erano scoppiate al rifiuto dell’ex-presidente ivoriano Laurent Gbagbo di accettare la sconfitta alle elezioni del novembre del 2010 vinte dal suo avversario Alassane Ouattara, al potere da 4 anni. Tutti gli accusati nel processo appena concluso erano legati al regime di Gbagbo, così come la moglie dell’ex-presidente ritenuta uno dei maggiori responsabili della crisi sanguinosa durata 5 mesi che aveva causato 3000 vittime. L’ex- première dame era accusata di «partecipazione a un movimento insurrezionale», «attentati all’ordine pubblico» e «costituzione di banda armata».

Le reazioni
La sera prima del verdetto la signora era intervenuta in tribunale, vestita di un pagne blu (simbolo di speranza?) per dichiarare che perdonava all’accusa le «ingiurie» e gli «eccessi» nei suoi confronti: «Ho trovato gli avvocati di parte civile esagerati – si è lamentata -. Durante il processo ho subito umiliazioni su umiliazioni. Ma sono pronta a perdonare. Perché senza perdono, il nostro paese vivrà una crisi ben peggiore di quella che abbiamo vissuto». Evidentemente le sue parole di riconciliazione non hanno commosso molto i giurati che hanno scelto di rincarare la pena richiesta dal procuratore.

Secondo i testimoni, colei che gli ivoriani chiamano la loro «Signora di ferro» non ha fiatato alla proclamazione della sentenza. Si era di certo preparata a «fronteggiare ogni evenienza». E «benché colpita, si mostra serena, perché fiduciosa che la verità finirà un giorno per trionfare», afferma il suo avvocato Rodrigue Dadjé, la cui arringa appassionata, la settimana scorsa, con cui reclamava l’assoluzione della sua cliente, aveva colpito molti. L’avvocato aveva fondato il suo argomentare sulla debolezza dell’istruttoria. «Il dossier è vuoto, nessun elemento a suo carico, nessuna prova, nessun fatto, nulla! In realtà non ci sono infrazioni è tutto un pretesto per il processo», aveva detto aggiungendo che «se la giustizia in Costa d’Avorio non fosse agli ordini del potere, la mia cliente sarebbe oggi assolta».

Questa condanna a 20 anni, benché ingiustificata agli occhi dei suoi sostenitori, è una grossa umiliazione per colei che sperava in una libertà condizionata, dopo i 4 anni vissuti in residenza coatta a Odienné, lontana dai suoi cari, nel nordovest del paese. Aveva chiesto la reclusione nel carcere di Abidjan per essere vicina alla famiglia, ma le autorità non avevano tenuto conto della sua richiesta. Solo a dicembre era stata trasferita nella capitale per il suo processo.

La storia
Per l’ex-prima donna, l’inferno era cominciato quell’11 aprile 2011, quando i combattenti pro-Ouattara, affiancati dai militari francesi, avevano fatto irruzione nel bunker del palazzo presidenziale a Abidjan, arrestando i coniugi Gbagbo, ponendo fine alle violenze post-elettorali. La coppia aveva rischiato di farsi linciare dalla folla.

Le immagini della povera Simone Gbagbo, capelli strappati e sguardo terrorizzato, avevano fatto allora il giro del mondo. Alcuni giorni dopo era stata spedita a Odienné come prigioniera per essere detenuta in una casa privata. Sotto choc, questa fervente cristiana evangelica qual è la signora Gbagbo si era rinchiusa nella preghiera e nella lettura di libri religiosi.

Una donna brillante comunque. E della sua intelligenza aveva dato prova anche il 23 febbraio scorso durante un’audizione pubblica al Palazzo di giustizia della capitale ivoriana. Per ben nove ore aveva tenuto testa agli avvocati di parte civile, contestando la loro logica e smontando le testimonianze a carico, presentate dall’accusa, come poco credibili. Insomma, dominava il dibattito suscitando a volte l’ilarità generale a spese dei suoi avversari.

Ridotta al silenzio dopo l’arresto 4 anni fa, l’ex-prima donna ha approfittato di questa tribuna giudiziaria per abbandonarsi a infuocate diatribe contro la Francia, ex potenza coloniale, e l’attuale regime ivoriano, mostrando la sua personalità che però non sembra esserle servita.

Simone Gbagbo ha appoggiato suo marito nel suo accedere alla presidenza nel 2000. Aveva profondamente influenzato la sua azione alla testa del paese, spingendolo a dichiarare guerra ai ribelli nordisti musulmani, piuttosto che a negoziare con loro.

Una donna dal pungo di ferro, accusata di essersi legata agli «squadroni della morte». Quelli che sarebbero, secondo il dire della gente, responsabili di numerosi crimini mai chiariti degli anni, perpetrati contro i sostenitori di Alassane Ouattara, ma anche contro il giornalista franco-canadese Guy-André Kieffer, sparito nel 2004 in pieno centro di Abidjan.

Le ombre restano
Erano in molti gli ivoriani che speravano che il processo-fiume avrebbe permesso di risolvere gli enigmi che continuano ad avvelenare la vita pubblica ivoriana. Purtroppo non è stato così.

Lungi dal far luce sul passato, la sentenza spettacolare inflitta all’ex-prima donna è dovuta suonare agli orecchi della società civile in Costa d’Avorio come una sferzante ammissione di incapacità della sua classe politica di traghettare il paese verso l’indispensabile riconciliazione nazionale.

Nella foto in alto l’ex-première dame ivoriana, Simone Gbagbo, 65 anni, durante il proicesso ad Abidjan. (Fonte: Afp Photo / Sia Kambou).  Sopra l’ex-presidente ivoriano, Laurent Gbagbo.

 

Simone Ehivet Gbagbo è nata nel 1949, vicino a Grand-Bassam, a est di Abidjan, in una famiglia numerosa. Suo padre era gendarme. Brillante studentessa, si era specializzata in linguistica e storia, ma al tempo stesso si era lasciata molto coinvolgere, fin dai tempi del liceo, nel militantismo sindacale e politico. All’età di 17 anni aveva già avuto i primi problemi con la polizia.

Simone e Laurent Gbagbo si erano sposati in seconde nozze nel 1989. Insieme avevano fondato, agli inizi degli anni Ottanta, l’embrione di ciò che sette anni dopo sarebbe diventato il Fronte popolare ivoriano (Fpi), lo strumento della loro conquista del potere.