Due sono i temi attorno a cui ruotano le discussioni di tutti noi in questi giorni: come passeremo il Natale e quando potremo essere vaccinati per il Covid-19. Chi a gennaio, chi in primavera, chi durante l’estate… la prospettiva è questa. E in Africa? A che punto siamo con la “corsa” ai vaccini? Il Covid-19 ha stravolto le nostre vite, cambiando le abitudini di tutti e segnando profondamente la nostra quotidianità. È un’emergenza globale e richiede una risposta globale. Per tre ordini di motivi: sanitari, economici ed etici.

Sanitari. Nessun paese sarà al sicuro dal Covid-19 senza che tutti siano protetti. L’auto-isolamento non basta. C’è bisogno di arrivare all’immunità di gregge. Significa che circa il 60% della popolazione deve essere vaccinata. Solo così potremo porre fine alla diffusione. Se pensiamo che la soluzione sia vaccinare l’Occidente, ovvero i paesi in cui si muore di più, avremo solo l’illusione di aver sconfitto il virus. Esso continuerà a circolare con i flussi di persone e gli spostamenti, dai paesi poveri a quelli ricchi, da Est a Ovest. Il mondo è troppo interconnesso e collegato.

Motivi economici. Non è pensabile di prevedere altri lockdown in economie così fragili come quelle dei paesi africani. Secondo le stime della Banca Mondiale, 10 milioni di africani si trovano in una condizione di estrema povertà a causa della pandemia. Lo vediamo ogni giorno. Le persone, costrette a ridurre gli spostamenti, non vanno al mercato a vendere quel poco che hanno raccolto per comperare qualche bene di prima necessità.

Ulteriori chiusure faranno precipitare la situazione in una profonda crisi economica, sanitaria e politica. Solo in un anno, dal punto di vista sanitario, l’Africa ha fatto grandi passi indietro. Le donne non vanno in ospedale a partorire, perché hanno paura di prendersi il virus; i bambini non vengono vaccinati; in paesi come il Mozambico, dove Medici con l’Africa Cuamm lavora con una fitta rete di attivisti, tanti sono i casi di malati cronici (colpiti da hiv/aids, diabete) che hanno interrotto la terapia per paura del Covid-19.

Infine, le motivazioni etiche sono quelle che interpellano ciascuno di noi: tutti abbiamo il diritto di accedere alle cure, di avere dei farmaci salvavita. È una questione di giustizia e di equità.

L’Africa avrà bisogno di circa 1,5 miliardi di dosi di vaccino, considerando che la sua popolazione è di 1,2 miliardi di persone e che servono almeno 2 dosi. Serviranno tra i 7 e i 10 miliardi di dollari, secondo il Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa center for disease control and prevention). Ma i soldi non bastano. Sarà necessaria una programmazione coordinata, strutturata e capillare.

Una buona notizia, in questa lunga strada, è data dal Covax, (Covid-19 vaccine global access facility), un’iniziativa di Gavi Alliance, Cepi (Coalition for epidemic preparedness innovatiosn) e Oms per garantire che i vaccini del Covid-19 siano distribuiti in modo veloce ed equo tra i vari paesi, sia ad alto che a basso reddito. Sono già 180 i paesi che hanno aderito al Covax e che daranno il loro contributo per coprire il costo dei vaccini per i paesi poveri. Ad ora, però, sono stati raccolti solo 2 miliardi di dollari. E, come si poteva prevedere, l’Africa resterà indietro.

Sono 9,8 miliardi le dosi prenotate per i paesi ricchi. È una storia, questa, già vista. I farmaci antiretrovirali, per esempio, per curare l’hiv/aids, sono entrati nel mercato a metà degli anni Novanta. I prezzi fissati dalle aziende erano fuori dalla portata degli Stati africani. Con il risultato che mentre nei paesi ricchi si è assistito a un crollo dei decessi, in Africa la gente era “lasciata morire”. Tra il 1997 e il 2007, 12 milioni di africani sono morti in attesa che i farmaci salvavita venissero distribuiti nel continente.

Ci sono poi dei problemi organizzativi che l’Africa dovrà affrontare, per esempio quelli relativi alla distribuzione e alla capacità di mantenere la catena del freddo, specie nelle zone rurali; quelli dovuti alla carenza di materiali indispensabili come gli aghi per le siringhe e quelli necessari per il corretto smaltimento di rifiuti biologici ad alto rischio; c’è poi la mancanza di personale qualificato per somministrare il vaccino; la difficoltà nel tracciare chi viene vaccinato e/o di chi ha già ricevuto la prima dose. A causa di questi problemi in molti paesi africani dal 30 al 50% dei bambini sotto i 5 anni di età non vengono vaccinati. La situazione è ulteriormente peggiorata a causa della pandemia che ha interrotto in molti casi le campagne vaccinali.

Infine, c’è il grande tema della disinformazione tra la popolazione. Lo abbiamo visto in questi mesi. Il Covid-19 in Africa c’è, ma non colpisce tanto quanto da noi. Ad oggi si contano poco più di 56mila persone morte e oltre 2 milioni e 300mila casi. Un problema da risolvere è anche quello culturale: far capire alla gente che il Covid-19 riguarda tutti. Non è una malattia solo dei bianchi, dei ricchi, ma colpisce indistintamente.

L’auspicio è che sempre più i paesi africani si uniscano, non solo per acquistare i vaccini all’estero, ma anche per produrli nel continente. Sforzi in questo senso si stanno compiendo da parte dell’Unione africana e del Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie.

Anche la proposta, avanzata da India e Sudafrica all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), di non depositare i brevetti dei vaccini fino alla fine della pandemia, potrebbe dare un forte aiuto nel lungo processo e nel non aumentare diseguaglianze che differenziano già troppo il Nord e il Sud del mondo.