Il pianeta malato ha da occuparsi d’altro. E così anche il decimo anniversario dell’inizio della guerra di Siria è trascorso nell’indifferenza generale. Chi sopravvive ancora in quel martoriato paese, così come i milioni di profughi che lo hanno lasciato, ha ben chiara la percezione della marginalità cui sono condannati.

Da chi? Dalla convenienza dei paesi occidentali a ritirarsene, mentre Iran e Russia continuano a vedere nel despota Assad la pedina del loro progetto egemonico in Medioriente, non importa se colpevole di centinaia di migliaia di morti. E la Turchia, a sua volta, vi ha trovato libertà d’azione per regolare nel sangue i suoi conti con la popolazione curda, abbandonata a sé stessa.

Le emozioni suscitate dal recente viaggio di papa Francesco in Iraq (5-8 marzo 2021), la sua apertura al dialogo con l’islam sciita, la sua visione alternativa rispetto al cosiddetto Patto di Abramo che rinsalda in quell’area l’alleanza dei forti contro i deboli, non bastano però a sottacere la critica assai diffusa in Siria al suo operato nell’estate 2013.

Era stato eletto al soglio pontificio da pochi mesi, Jorge Bergoglio, quando si rese protagonista – certo, per amore di pace – di una forte iniziativa diplomatica volta a impedire l’intervento militare in Siria programmato dal presidente americano Barack Obama, d’intesa col francese François Hollande.

Forse lo ricorderete. Il regime di Damasco si era macchiato di attacchi con armi chimiche che avevano provocato quasi duemila morti nel Ghuta orientale. Le portaerei si erano già mosse. L’obiettivo non era far cadere il regime di Assad ma infliggergli una dura lezione, trasmettere un messaggio dissuasivo ai suoi alleati, fornire sostegno ai ribelli e alla popolazione civile.

Papa Francesco inviò una lettera al G-20 riunito a San Pietroburgo, subito fatta propria da Putin (che non chiedeva di meglio: pochi anni dopo sarebbe stato lui a inviare truppe in Siria). In piazza San Pietro fu convocata una veglia di digiuno cui aderirono pure la ministra degli esteri italiana Emma Bonino (credo se ne sia pentita) e, addirittura, il ministro della difesa, Mario Mauro. Obama si sentì isolato e rinunciò all’azione.

Ma quando fu chiaro che gli Usa e l’Unione europea non avrebbero mosso un dito per fermare la carneficina siriana, quegli spazi vennero definitivamente occupati dall’Isis e dalle potenze regionali interessate a cronicizzare lo stato di guerra, chiudendo ogni spazio a un’opposizione di natura democratica.

Lo so, è difficile da accettare, specie per chi è ispirato da autentici sentimenti religiosi. Fra chi mi legge, molti dissentiranno. Ma a volte l’uso della forza si rende dolorosamente necessario. Sarajevo docet. E intanto in Siria si continua a morire.


La lettera di Sergio Paronetto

Caro direttore, l’opinione di Gad Lerner riguardante La lettera del papa che ostacolò la fine della guerra in Siria (Nigrizia, aprile 2021) contiene molte inesattezze e, soprattutto, l’idea per me orribile che il mancato intervento militare (esterno) sia stato responsabile della diffusione dell’Isis e del fatto che in quel paese “si continua a morire”. La questione siriana è stata ed è complicatissima. Ne ho scritto a lungo su Note mazziane (n.3, 2013).

Mi fermo solo su alcuni punti.
Il primo. La lettera del papa del 4 settembre 2013 non è stata “subito fatta propria da Putin”. Era indirizzata proprio a lui in quanto organizzatore del G20 con l’intenzione di evidenziare “i troppi interessi di parte [che] hanno prevalso da quanto è iniziato il conflitto siriano, impedendo di trovare una soluzione che evitasse l’inutile massacro a cui stiamo assistendo”.

Lo scopo era quello di abbandonare “la vana pretesa di una soluzione militare”.Ѐ assurdo pensare che per opporsi al massacro in atto fosse necessario organizzare altri massacri e un massacro ancora più ampio, con la possibilità di un conflitto “mondiale” tra Usa e Russia e i loro rispettivi alleati. Bisognava fermare una guerra devastante già in atto, non moltiplicarla.

Il secondo. E’ azzardato dire che Obama aveva già programmato un intervento militare. Era un’ipotesi. Nella sua dettagliata autobiografia (Barack Obama, Una terra promessa, Garzanti) Obama non ne parla né parla del messaggio del papa. In quel tempo, era troppo impegnato contro la Libia di Gheddafi o nella ricerca di Osama bin Laden. Sulla Siria dice solo che “le nostre opzioni erano terribilmente limitate” e che era costretto a “bilanciare interessi contrastanti” (741-743).

Il terzo. La guerra siriana è stata una guerra di molte guerre. Con tante varianti… Non esistevano due fronti contrapposti e chiari ma vari schieramenti friabili, intercambiabili, ricattabili a disposizione di manovratori interessati che già stavano finanziando centinaia di bande armate in un ginepraio di tensioni spesso incontrollabili. A promuovere terrorismi di vario tipo (compreso quello dell’Isis) sono state forze legate ad alcuni paesi arabi con la complicità di stati “occidentali” opportunisti e ipocriti. Anti-terroristi a parole.

Complici dei terroristi di fatto, soprattutto dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. In tale contesto, ipotizzare un intervento liberatore appare una soluzione simile a quella che affiderebbe la liberazione dalla corruzione ai corrotti.

Il quarto. Non è vero che ci sia stata in Siria “una critica assai diffusa” verso il papa nell’estate 2013. Le opinioni erano varie e divergenti in tutto il Medio Oriente. Cristiani (e musulmani) erano divisi al loro interno. Anzi il papa aveva davanti a sé comunità religiose e alcuni patriarchi che vedevano in Assad un protettore da sostenere e difendere (molti lo fanno anche ora). Anche da loro doveva differenziarsi.

Il quinto. Se è vero che “a volte l’uso della forza [armata] si rende dolorosamente necessaria” penso sia fondamentale attivare la forza disarmata di una politica nonviolenta attiva e multiforme. Purtroppo da tempo la politica internazionale privilegia come risolutive le imprese militari che aggiungono dolore e a dolore (e denaro a denaro).

Quanto cinismo c’è spesso in chi dice che non ci sono alternative alle armi! Chi avrebbe potuto intervenire per fermare o ridurre le violenze poteva sostenere forze civili come la rete di Mussalaha (riconciliazione), sostenuta anche da Mairead Maguire, Nobel per la pace del 1976.

Il sesto. Se ”in Siria si continua a morire” ciò è dovuto a presenze armate variamente sostenute o tollerate. Ѐ dovuto anche alla nostra corresponsabilità. Nei luoghi di conflitto ci sono sempre complicità insensate e illegali, come quelle attuali a favore dell’Egitto cui abbiamo inviato una seconda fregata violando la legge 185 del 1990 e “dimenticando” il dramma di Regeni e il caso di Zaki.

Un ultimo accenno sugli interventi del papa. Ѐ ingenuo sopravvalutarli o pensare che una lettera o un documento siano risolutivi. Raramente il papa viene ascoltato. Sulle armi, poi, c’è un silenzio quasi totale nel mondo politico (e nella Chiesa). Magari le sue parole fossero decisive! Avremmo meno guerre. Meno produzione e commercio di armi.

Avremmo una politica europea di integrazione dei migranti. Avremmo avviato una politica efficace per superare i cambiamenti climatici e fermare la distruzione delle foreste. Avremmo una Chiesa disarmata e disarmante. Al Consiglio nazionale di Pax Christi, che l’ha incontrato due anni fa, si rammaricava del fatto che, pur parlando molto contro le armi, soprattutto quelle nucleari, non fosse ascoltato.

Sappiamo bene che molti parlano di pace ma preparano conflitti. Sul tema delle guerre il papa non è parte del problema ma promotore della loro soluzione. Non è un pacifista ingenuo. Ѐ un promotore di nonviolenza politica. Ma ha bisogno dell’impegno di tutti. E di una buona politica.


La replica di Gad Lerner 

Rispetto il punto di vista di Sergio Paronetto ma, pur consapevole del fatto che nel ginepraio siriano il senno di poi vale ancor meno che altrove, mantengo il mio. Lo faccio con esitazione, non solo perché ammiro papa Francesco, ma perché ho ben chiaro che la violenza non reca giustizia.

Eppure vi sono circostanze storiche in cui anche i miti e i giusti sono costretti a prendere le armi. Nel 2013 non si trattava di invadere la Siria ma di opporre una forza militare a un dittatore che impiegava armi chimiche contro la popolazione civile. E di fornire sostegno a una rivolta non ancora presa in ostaggio dall’Isis. Putin dapprima si compiacque del fronte anti-intervento coagulatosi intorno al papa, poi approfittò di quel vuoto per mandare in Siria le sue truppe.

 

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati