Cento anni dalla nascita
Si ricorda domani in tutto il mondo il leader sudafricano Nelson Mandela (18 luglio 1918 – 5 dicembre 2013). Sconfitto il regime dell’apartheid, ha saputo praticare una politica di riconciliazione, nel segno del rispetto e della dignità di tutti, che è ancora un punto di riferimento. Un monito per chi pratica oggi politiche xenofobe e discriminatorie.

Nel centenario della nascita di Mandela, il Sudafrica onora la memoria di colui che ha dato un contributo straordinario alla lotta di liberazione della nazione dall’oppressione del regime dell’apartheid ed è stato il primo presidente nero della neonata democrazia sudafricana.

Mentre vi è un’approvazione unanime sul suo impegno per la liberazione, non manca chi critica Mandela di avere fatto troppo poco, da presidente, per la trasformazione socio-economica del paese necessaria per dare risposta al problema della povertà che ancora oggi affligge una parte consistente della popolazione nera. Ma la critica non deve fare dimenticare il fondamentale apporto che ha saputo dare alla causa della riconciliazione durante gli anni della sua presidenza (1994-1999).

Mai escludere

Dopo 27 anni di carcere, nel 1990 Mandela uscì libero da sentimenti di odio e vendetta nei confronti dei suoi aguzzini, desideroso solo di lavorare con tutti i mezzi a sua disposizione per la riconciliazione di una nazione profondamente divisa da secoli di oppressione razziale. Il 10 maggio 1994, quando divenne ufficialmente presidente, Mandela ha voluto che tra i capi di stato e ospiti di onore venuti da ogni parte del mondo ci fosse anche un bianco afrikaner, sua ex guardia carceraria.

Nel 1995 si recò in visita privata alla casa della vedova Betsie di Hendrick Verwoerd, che, primo ministro negli anni 1958-1966, aveva bandito l’African national congress e approvato leggi che limitavano ulteriormente i diritti della popolazione nera. In seguito, invitò a pranzo Percy Yutar, il pubblico ministero che nel processo di Rivonia del 1963 aveva chiesto la massima pena per Mandela accusato di sabotaggio e complotto ai danni dello stato. Accusa per la quale era prevista la pena di morte, commutata poi in ergastolo.

Da presidente Mandela divenne un fanatico sostenitore del rugby quando si accorse che lo sport era seguito soltanto dai bianchi. Coinvolse la squadra degli Springbok in una campagna di sensibilizzazione in varie città sudafricane per attrarre i giovani neri ad appassionarsi al rugby. Che doveva diventare lo sport a cui chiunque potesse appassionarsi e identificarsi. Il trionfo degli Springbok ai mondiali di rugby nel 1995 fu un successo celebrato da tutta la nazione, un risultato a cui tanto si era dedicato Mandela.

L’inno del movimento di liberazione Nkosi Sikelel’ iAfrika (Dio benedica l’Africa), sostituì l’inno ufficiale del regime dell’apartheid Die Stem van Suid-Afrika (L’appello del Sudafrica). Ma il nuovo inno non doveva escludere nessuno, fu così che il neo eletto presidente, contro il parere dei membri del suo partito, fece aggiungere due strofe prese dal vecchio inno.

Giustizia riparatrice

Nel 1995 iniziarono i lavori della Commissione verità e riconciliazione. Guidata dall’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, la commissione in tre anni di audizioni mise a confronto carnefici e vittime di gravi violazioni di diritti umani durante gli ultimi trent’anni del regime dell’apartheid. La Commissione, fortemente voluta da Mandela, dette avvio a un percorso di guarigione delle ferite del Sudafrica, in antitesi al paradigma della “giustizia dei vincitori” sullo stile del processo di Norimberga orientato alla sola punizione dei colpevoli.

La Commissione rappresenta ad oggi la più celebre applicazione del concetto della giustizia riparatrice (restorative justice) che serve a fare prendere coscienza ai colpevoli degli effetti dei loro crimini su altre persone e ad appianare la strada della riconciliazione per le vittime.

L’esperienza della Commissione verità e riconciliazione in pochi anni è stata adottata in Guatemala, Cile, Rwanda e da altre nazioni intenzionate ad affrontare gli orrori di un passato di guerre e dittature attraverso la giustizia riparatrice invece di quella punitiva.

Il cammino di riconciliazione in Sudafrica tra bianchi, neri, meticci e indiani è solo iniziato con la Commissione e richiede una continua attenzione e un lavoro assiduo per evitare arretramenti e superare ignoranza, pregiudizi e discriminazioni. La lotta di Mandela per la dignità e il rispetto di ogni essere umano è un invito a un impegno anche per noi nell’Italia di oggi dove sentimenti xenofobi e discriminatori, legittimati da una certa classe politica, non di rado sfociano in violenza razzista.