Ad oggi, 6 aprile, le persone positive al coronavirus in Somalia sono sette e per ora non c’è nessun morto. Ma l’epidemia potrebbe aggravarsi da un giorno all’altro, come d’altra parte è successo altrove nel mondo. E andrebbe ad aggiungersi ad altre crisi, ormai endemiche nel paese.

Secondo fonti delle agenzie dell’Onu, più del 50% della popolazione rischia la fame (6,3 milioni su 12,3 milioni),  3,1 milioni di persone necessita di assistenza sanitaria, 2,7 milioni non dispongono di acqua potabile, materiale di pulizia e latrine e 2,6 milioni vivono in campi profughi a causa dell’instabilità di vaste aree del paese.

E’ chiaro non solo alle autorità competenti, ma anche alla popolazione tutta, che se il contagio si diffondesse sarebbe impossibile per molti seguire le pratiche necessarie a controllarlo. Come ottenere distanza sociale in un affollato campo profughi? Come chiedere di lavarsi frequentemente le mani quando mancano acqua e sapone?

La situazione è talmente critica che il rappresentante delle Nazioni Unite nel paese, James Swan, ha sentito il bisogno di diffondere un comunicato in cui assicura che l’Onu continuerà da affiancare la popolazione somala sia nell’affrontare l’epidemia, sia nel periodo successivo, della ricostruzione socio-economica necessaria.

Ma il documento mette in evidenza soprattutto la necessità di affrontare uniti la difficile situazione ricordando l’appello del segretario generale, Antonio Guterres per “un immediato cessate il fuoco globale, mettendo da parte violenza, diffidenza, ostilità e animosità per concentrarsi sulla battaglia al virus, non dell’uno contro l’altro”.

In aumento attacchi terroristici e raid Usa

In Somalia, finora, l’accorato appello non è stato preso in considerazione. Il gruppo terroristico al-Shabaab, che da un decennio mina alle fondamenta la stabilità del paese, ha anzi intensificato le proprie azioni. La pagina Facebook Strategic Intelligence ne elenca dieci solo nella settimana tra il 24 al 29 marzo: presi di mira le forze di pace dell’Amisom, l’esercito somalo e leader comunitari non allineati.

Domenica 29 marzo è stato anche ucciso in un attentato suicida Abdisalan Hassan Hersi, governatore ed ex capo della polizia della regione di Nugal, nello stato federale del Puntland. La sventagliata di operazioni si è verificata alcuni giorni dopo attacchi ripetuti dell’esercito somalo nello stato federale del Lower Shabelle dove sarebbero rimasti uccisi 142 miliziani. E’ anche una risposta ai bombardamenti americani con i droni, sempre più frequenti e precisi, che hanno inflitto loro rilevanti perdite e che, secondo una nuova denuncia di Amnesty International, continuerebbero a mietere anche vittime civili.

Propaganda jihadista

Ma l’offensiva avviene  anche, anzi soprattutto, sul terreno della propaganda. Secondo il movimento jihadista, infatti, l’epidemia è diffusa “dalle forze dei crociati che hanno invaso il paese e dai paesi miscredenti che li supportano”. Al-Shabaab sostiene inoltre che il virus sia una punizione divina alla Cina per il trattamento riservato alla minoranza musulmana uiguri, agli altri infedeli e a chi perseguita i musulmani nel mondo e che, dunque, un buon musulmano non potrà mai essere infettato.

Messaggi che rischiano di render vani gli sforzi delle autorità governative per controllare la diffusione del virus, soprattutto nelle vaste zone della Somalia centrale e meridionale controllate dal gruppo. Il timore è che, se l’epidemia esplodesse, al-Shabaab possa impedire l’aiuto e l’intervento sul campo, che si prevede assolutamente necessario, delle organizzazioni internazionali, come avvenne al tempo della carestia del 2010 – 2012. Allora almeno 250mila persone morirono perché al-Shabaab contrastò a lungo la distribuzione degli aiuti alimentari nel paese.

La risposta istituzionale

Ora però i leader religiosi hanno deciso di scendere in campo per contrastarne l’influenza e stanno lavorando in collaborazione con i ministeri degli affari religiosi, della salute e dell’informazione per mettere a punto le modalità di intervento: un “esercito anti-corona” formato dagli imam e dagli insegnanti delle scuole coraniche, le più diffuse nel paese, chiuse insieme a tutte le altre come misura preventiva.

Il più importante sceicco somalo, Ali Dheere, è sicuro che il coinvolgimento dei leader religiosi convincerà la popolazione a seguire le direttive necessarie a evitare la diffusione del contagio e contrasterà l’influenza deleteria della disinformazione diffusa dai miliziani di al-Shabaab.

Gli attivisti “saranno dotati di megafoni e saranno presenti ad ogni incrocio e in ogni luogo d’incontro per diffondere le norme su come prevenire il diffondersi del Covid-19” dice Koshin Abdi Hashi, vice coordinatore della commissione per la prevenzione dell’estremismo violento che dipende dal primo ministro. L’alto funzionario aggiunge: “Avranno a disposizione automezzi con altoparlanti e trasmetteranno messaggi dai minareti delle moschee”.

I messaggi saranno basati sugli insegnamenti del Corano, che impone misure igieniche da rispettare sempre in preparazione della preghiera e nella vita quotidiana come, appunto lavarsi le mani frequentemente, perché “la pulizia è metà della fede”. Puntualizzeranno che anche al tempo del profeta erano diffuse malattie infettive che andavano contrastate con misure igieniche stringenti.

I politici ammettono, in definitiva, che i leader religiosi e gli insegnanti delle scuole coraniche sono i più rispettati e creduti nella società somala. E attraverso il loro coinvolgimento sperano di contrastare nel paese non solo la pandemia che ha già messo in ginocchio gran parte del mondo ma anche di minare la credibilità stessa di al-Shabaab.

Misure di contenimento e solidarietà

Intanto, però, le autorità competenti, in stretta collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità, hanno messo in atto anche altre misure per il contenimento del contagio. Da giorni nel paese gli aeroporti sono chiusi ai voli commerciali. Possono atterrare solo i voli umanitari. Un altro intervento è stato fatto nelle carceri, terribilmente affollate e considerate pericolose per un innesco dell’epidemia. Il presidente somalo, Mohamed Abdullahi ‘Farmajo’ ha concesso la grazia a 148 carcerati. Una misura simile è stata presa anche in Somaliland, dove la grazia è stata concessa a 500 prigionieri.

C’è consapevolezza che il sistema sanitario è del tutto inadeguato ad affrontare un’eventuale epidemia. Il materiale sanitario indispensabile, quali i kit per fare i test, è arrivato pochi giorni fa come dono di Jack Ma, filantropo cinese (e proprietario della piattaforma di e-commerce Alibaba). Per la loro lettura, non ci sono però laboratori adeguati e devono essere mandati in Kenya o in Sudafrica.

Anche il personale sanitario è scarso e largamente impreparato. Ciononostante la Somalia ha voluto esprimere la propria solidarietà al nostro paese – cui è vincolato da molteplici legami – inviando 20 medici dell’università di Mogadiscio, per dare una mano ai nostri nei giorni più difficili del contagio. Ci si augura che possano tornare presto a casa, avendo acquisito un’esperienza preziosa da spendere, eventualmente, nel loro paese.