Il futuro della cooperazione internazionale
Al Forum di Milano il vero trionfatore è stato il ministro per la cooperazione internazionale. Il suo obiettivo era rompere il silenzio sul tema, e dire che privato è bello, anche l’Eni. Omaggiato da una passerella governativa senza precedenti, Riccardi dà appuntamento tra due anni per fare il punto sul percorso fatto. Nel frattempo il dibattito prosegue in Rete dove si può discutere sul documento finale prodotto

Il più omaggiato. Il più applaudito. Il più ricercato. È lui, Andrea Riccardi, il vero trionfatore della due giorni milanese sulla cooperazione internazionale. Per il ministro il Forum “Muovi l’Italia, cambia il mondo” è stato uno enorme spottone, non si sa se voluto o inatteso.

Con l’evento meneghino, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio ha raggiunto quattro importanti obiettivi: 1) far uscire dal silenzio e dalla clandestinità del dibattito pubblico il tema della cooperazione internazionale; 2) sdoganare definitivamente alcuni principi indigesti o tabù in certi mondi a lui contigui, come l’alleanza solidarietà-interessi privati; 3) portare il governo tecnico (si sono presentati a Milano ben 7 ministri più il presidente del consiglio Monti) a considerare la cooperazione non come materia residuale, ma centrale per il futuro dell’Italia; 4) farsi puntare addosso i fari dell’attenzione mediatica per riposizionarsi al centro del dibattito politico, viste le sirene o le attese che gli ronzano attorno.

Il resto (dalla nuova architettura della legge che dovrebbe riformare la 49 del 1987; ai risultati dei 10 gruppi di lavoro che si sono confrontati a Milano; fino a temi dimenticati come il rapporto tra cooperazione e missioni militari…) può attendere. Sarà oggetto, sperano gli organizzatori, di un continuo dibattito in Rete e poi, tra due anni (2014), ci si ritrova in una città del Sud per fare il punto sul percorso intrapreso.

 

Nel documento conclusivo prodotto dal Forum si affrontano alcuni dei temi dibattuti l’1 e il 2 ottobre. Dai criteri con cui individuare le aree di intervento («la presenza va concentrata in un numero ristretto di paesi e i criteri sono: povertà, gravi emergenze umanitarie, vicinanza dell’Italia, situazioni di conflitto e/o di fragilità nel percorso di democratizzazione, presenza di minoranze), alle aree prioritarie individuate (Mediterraneo e Africa); dal valorizzare il ruolo di ponte delle comunità migranti, all’importanza di un referente politico unico per la cooperazione. Meglio se ministro.

 

Ma Riccardi, sapendo che gli scenari del mondo e della politica italiana sono più complicati dei principi, ha deciso che l’urgenza più urgente delle altre era far uscire il dibattito sulla cooperazione dalle catacombe in cui era finito. Farlo tornare familiare agli italiani. Un silenzio sull’argomento di cui portano responsabilità i partiti politici – che «hanno mostrato troppo disinteresse sul tema» – e gli stessi cooperanti – che «si sono illusi di poter lavorare da soli» -. Il Forum, secondo il ministro, «ha rotto questo silenzio». Il cosiddetto “popolo della cooperazione” che ha invaso il Piccolo Teatro Strehler ha dimostrato che questo è «un tema centrale per il futuro dell’Italia. La cooperazione non è solo l’azione di un pugno di eroi».

Riccardi nei suoi due interventi pubblici (di apertura e chiusura dell’evento) ma anche nelle numerose interviste rilasciate ha continuamente toccato il tasto della necessità che i frutti della cooperazione siano comunicati meglio. «Bisogna narrare di più e in modo meno gergale agli italiani ciò che facciamo. Dobbiamo far capire ai nostri concittadini che possono vedere nella cooperazione un modo di partecipare alla globalizzazione come realtà del nostro tempo. Bisogna togliere loro la paura del mondo. Mondo che non ci fa male e che non ci invade».

E non ha trovato affatto contraddittorio che nel parterre de roi del Teatro Strehler tra ministri e presenze straniere qualificate si sia stagliata anche la figura di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni. Le polemiche che hanno anticipato il Forum non hanno minimamente preoccupato il ministro. Anzi. Per lui e per chi ha redatto il documento finale «la scommessa è proprio quella di attrarre il mondo produttivo nei paesi prioritari della cooperazione, non solo per richiamare all’esercizio della responsabilità sociale d’impresa ma per chiedere alle imprese di contribuire in modo sinergico con il settore pubblico e non profit alla ricerca di soluzioni per lo sviluppo umano e sostenibile».

Tutte le finte verità di Scaroni sull’impegno di Eni in Africa («Non abbiamo atteggiamento predatorio», «alla radice del nostro successo c’è la cooperazione allo sviluppo») hanno creato disagio in alcuni cooperanti (Sergio Marelli Focsiv: «La carrellata di progetti di Eni in Africa era davvero evitabile»; Emanuele Patti, portavoce del Forum del Terzo Settore: «Imbarazzante l’enfasi con cui si è parlato di Eni»), ma non in Riccardi. «Polemiche strumentali. Dobbiamo davvero uscire, noi che lavoriamo nella cooperazione, dalla psicologia sindacale e della rivendicazione. Lo spirito del Forum è stato appunto quello di creare sinergia tra le diversità. Bisogna camminare assieme per fare la differenza nei paesi in cui lavoriamo. È giunto il momento che solidarietà e interessi privati camminino insieme. E non bisogna aver paura di questa passaggio».

Lo slogan che il pubblico debba andare a braccetto col privato è stato il mantra dei due giorni di dibattito. Sottolineato dai ministri presenti. Sbertucciato da molti interventi dei cooperanti nei panel di discussione. Ma queste posizioni non hanno avuto cittadinanza alla fine. Monti, il ministro dell’economia Grilli, il ministro degli esteri Terzi…, tutti a ribadire che in questo periodo di vacche magre per la cooperazione e per gli investimenti pubblici si deve puntare su quelli privati. Per Grilli – che ha comunque ammesso un’inversione di tendenza nell’erogazione di contributi per il triennio 2013-2015 (un più 10% annuo) – si tratta non solo di «un’alleanza inevitabile, ma i contributi pubblici devono finire per essere il catalizzatore di risorse private». Perché c’è un vantaggio per tutti. Soprattutto per le imprese. La ricerca più citata dai relatori è quella realizzata dall’Ispi che, prendendo in considerazione 86 paesi destinatari degli aiuti italiani tra il 1994 e il 2011, ha scoperto che per ogni dollaro in aiuto bilaterale dall’Italia, 0,93 centesimi sono rientrati nel sistema come aumento d’esportazioni italiane.

Anche Riccardi se ne è compiaciuto. Dimenticando, forse, che una delle battaglie più sentite dal mondo della cooperazione è stata proprio quella contro l’ “aiuto legato”. È finita pure questa certezza nelle catacombe della cooperazione internazionale d’archeologia che il ministro non vuol più nè vedere né comunicare?
Se il modello di cooperazione diventa l’Eni, bisogna davvero riscrivere daccapo le regole del gioco.

Come resta inespresso anche il rapporto assai delicato tra il militare e la cooperazione. Nel comunicato finale del Forum non c’è scritta una sola parola al riguardo. Riccardi, nella conferenza stampa conclusiva, alla domanda che cosa ne pensava dell’idea di vendere un cacciabombardiere per finanziare la cooperazione ha risposto che prima di vendere un caccia forse bisognerebbe evitare gli sprechi e la corruzione. Precisando: «La presenza militare italiana in alcune parti del mondo fa la differenza. Bisogna evitare contrapposizioni ideologiche».
Anche qui una rivoluzione copernicana. Chissà se proprio tutti gli attori delle ong la condividono.