Installazione del cavo sottomarino Equiano

Forse ci si stupirà nel sapere che quasi metà della popolazione mondiale non ha mai utilizzato internet. Tanta, infatti, è la nostra abitudine a usare la rete: per soddisfare ogni piccola curiosità, accedere alle app preferite, pagare le bollette, seguire corsi universitari. Tanta da non riuscire, forse, a immaginare un modo diverso di fare le cose.

Eppure tali modalità di relazione con il mondo e con gli altri sono assolutamente estranee a circa 3,7 miliardi di persone. Di queste, 700 milioni vivono nell’Africa subsahariana. Settecento milioni su un totale di 1 miliardo e 300 milioni di abitanti.

Ed è dunque in Africa che si stanno concentrando investimenti e progetti da parte dei due grandi colossi che incarnano la parolina magica, “connessione”. Parliamo di Google e Facebook. Che già prima dell’uscita del Connecting Humanity dell’Itu (Unione internazionale delle telecomunicazioni), che riportava le cifre in questione, avevano cominciato a elaborare i piani per «arrivare in tutta l’Africa».

In quello stesso report, gli esperti dell’Onu affermano che l’accesso a internet per tutti gli africani potrebbe diventare realtà entro il 2030, a patto che si mettano in campo investimenti pari a circa 100 miliardi di dollari. Un impegno non da poco. Però si comincia.

Simba ed Equiano

Si chiama 2Africa – ma è anche noto come Simba – il progetto di Facebook il cui obiettivo è cablare l’intero continente. Stima di completamento 2023/2024. Si tratta, in sostanza, dell’installazione di uno dei più lunghi cavi sottomarini al mondo, 37mila km, che collegherà Europa, Medioriente e 16 paesi africani. Una lunghezza di poco inferiore alla circonferenza della terra (40.075 km).

Lo scopo è supportare la crescita del 4G e del 5G e l’accesso costante alla banda larga per milioni di persone e aziende. Un sistema di cavi in grado di collegare le coste orientali e occidentali dell’Africa che si avvarrà di una tecnologia all’avanguardia, la Sdmi (Spatial Division Multiplexing), la più innovativa disponibile oggi per i cavi sottomarini, capace di andare a oltre il 50% in più di profondità, evitare disturbi e garantire massimi livelli di prestazione.

A realizzare il mega cavo, che di fatto circumnavigherà l’Africa toccando Medioriente ed Europa, sarà Alcatel Submarine Networks. Un progetto di tale entità prevede un board di partner nazionali e internazionali, come Telecom Egypt, per esempio, che fornirà nuove rotte di attraversamento terrestre che permetteranno un percorso di fibra ottica senza interruzioni tra l’Africa orientale e il continente europeo. Costo del progetto: si parte con un miliardo di dollari. Poi si vedrà in corso d’opera.

La stessa cifra annunciata da Google per il suo Equiano (nome dell’ex schiavo e abolizionista di origini nigeriane del XVIII secolo). I piani di Google prevedono 5 anni di attività e hanno, anche in questo caso, obiettivi ambiziosi: aumentare la velocità di internet di 5 volte, ridurre i costi della connessione dati fino al 21%.

Il cavo, dall’evocazione storica, avrà tre punti di contatto: a partire da Lisbona percorrerà la costa occidentale dell’Africa per connettersi con la Nigeria e il Sudafrica, passando prima per l’isola di Sant’Elena e la Namibia. Di investimenti in questo senso Google ne conta già una decina, ma questo sarà il primo cavo che si estende dall’Europa all’Africa.

Entro la fine di quest’anno dovrebbe essere completato il primo tratto. Anche in questo caso è Alcatel Submarine Networks a essere stata ingaggiata per costruire un cavo in grado di «incorporare la commutazione ottica a livello di coppia di fibre, piuttosto che l’approccio tradizionale della commutazione a livello di lunghezza d’onda».

Gli altri colossi digitali

Insomma, il continente africano è diventato la grande sfida del futuro, il terreno ancora vergine su cui le grandi aziende possono giocare la carta dello sviluppo digitale.

Le iniziative nel corso del tempo si sono moltiplicate, già in passato la società madre di Google, Alphabet, ha investito in infrastrutture internet: mongolfiere per arrivare in aree remote (tranne poi abbatterle perché le popolazioni rurali non potevano permettersi dispositivi compatibili con il 4G), hotspot e wi-fi pubblici e iniziative “ultimo miglio” per collegare la banda larga delle città alle reti in fibra che si trovano a lunga distanza.

Ma anche Microsoft, anch’esso con i suoi cavi sottomarini lungo l’Atlantico, o Amazon, con i suoi satelliti per la banda larga ad alta velocità, sono impegnati in un investimento tecnologico in Africa. È chiaro che in un continente dove la distribuzione di internet – percentuale calcolata ogni 100 abitanti – conta solo un 11% e dove meno della metà della popolazione è connessa, investimenti in questo settore appaiono indispensabili. Finanza, educazione, sanità, informazione: tutto passa attraverso la rete. O meglio, l’utilizzo della rete per questi servizi agevola la vita degli individui (almeno questo dovrebbe essere lo scopo).

Investimenti in 5 settori

 Lo stesso Forum economico mondiale ha recentemente indicato quei 5 modi in cui l’accesso universale a internet potrebbe trasformare l’Africa: aumentando la produttività delle colture (in un continente dove l’agricoltura impiega circa il 65% della forza lavoro e contribuisce per un terzo del Pil); incoraggiando l’e-government (per esempio, automatizzando la riscossione delle entrate fiscali); garantendo l’accesso a strutture sanitarie e consulenze online (pensiamo anche all’elearning per affrontare la carenza di operatori sanitari), a sistemi educativi, università, centri culturali; diminuendo di fatto il gap socioculturale; fornendo servizi finanziari anche ad aree remote.

A questi vantaggi si potrebbe aggiungere la diminuzione dei livelli di corruzione (richiedere documentazioni o altri servizi online scavalcherebbe quell’ “obbligo” della mazzetta tanto diffuso negli uffici pubblici).

Infine, una maggiore connettività favorirebbe la decolonizzazione della cultura. Più connessione e interazione a siti che “parlano africano”, a giornali che raccontano ciò che accade nel continente dal di dentro e con la propria voce, aumentano gli spazi per agevolare una nuova narrazione sull’Africa di cui c’è assolutamente bisogno.

I rischi e le domande

Eppure le domande, i rischi e gli ostacoli legati a tali investimenti non sono pochi. Per superarli, in massima parte, occorre l’intervento dei governi africani. Per esempio, uno dei motivi che hanno finora impedito o rallentato l’utilizzo della rete nei paesi africani, è l’inaffidabilità della corrente elettrica (sono frequenti i blackout e i cali di tensione). È stato inoltre calcolato che oltre 600 milioni di persone dell’area subsahariana non hanno ancora accesso all’elettricità.

Altro ostacolo è la questione economica. Pur se oggi i marchi cinesi hanno introdotto sul mercato cellulari e smartphone a basso costo (alcuni modelli si trovano anche a meno di 100 dollari), non va dimenticato che oltre il 40% della popolazione subsahariana vive ancora al di sotto della soglia di povertà, vale a dire con meno di 2 dollari al giorno.

Quindi, benché tali progetti abbiano l’obiettivo di ridurre le distanze, arrivando nei luoghi più remoti e abbassando i costi per la navigazione, la disuguaglianza tra aree urbane e aree rurali deve essere affrontata a livello economico e socioculturale.

Non solo. Sono anche altre le domande: a chi gioveranno questi progetti? Le aziende che collegheranno gli oltre 700 milioni di africani non connessi garantiranno la neutralità della rete? Ci sarà maggiore libertà di espressione? Oppure i leader/dittatori africani – e i loro “amici” occidentali – continueranno a operare censure e a usare una “disinformazione coordinata” per orientare a proprio vantaggio i cittadini e sopprimere le opposizioni?

E ancora, aspetto non secondario, chi catturerà il valore dei dati (oggi risorsa più preziosa del petrolio) ottenuti dagli utenti africani? I governi africani dovranno cominciare ad agire anche su questo fronte per garantire la privacy dei propri cittadini, così come sarebbe importante che questi siano apertamente informati su come, da chi e perché i loro dati potrebbero essere utilizzati.

Le grandi società di cui stiamo parlando hanno già investito in questo campo. Microsoft è stata la prima delle tre grandi società di cloud pubblico ad aprire data center in Africa (Cape Town e Johannesburg) e Aws (Amazon Web Service) di Amazon dovrebbe aprirne a sua volta uno, anche questo in Sudafrica. Ci si può aspettare che anche Google faccia lo stesso.

Nota aggiuntiva: come si fa con l’enorme consumo di energia che occorre per gestire questi impianti, laddove questa scarseggia per i cittadini? C’è poi un dato politico da tenere in considerazione: Facebook si avvia a cablare il continente mentre qualcuno – ha cominciato l’Etiopia – pensa a sviluppare social alternativi a quelli di “importazione”. Perché è anche così che si combatte il colonialismo della rete.

E poi c’è quell’annuncio di Zuckerberg su Metaverso, una dimensione virtuale che dovrebbe cambiare il modo in cui ci muoviamo sul web. Virtuale, laddove in Africa c’è bisogno di concretezza. Soprattutto ne hanno bisogno i giovani: non dimentichiamo che oltre il 40% della popolazione della regione subsahariana ha un’età inferiore ai 15 anni e circa il 60% ha meno di 25 anni.

(Articolo pubblicato sul numero di dicembre 2021)

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati