L’editoriale del numero di ottobre

La cronaca fa riemergere l’Africa pattumiera dell’Occidente. L’Africa discarica dell’Europa. Anche dell’Italia.
Il ritrovamento al largo delle coste calabre di una delle navi dei veleni, affondate dalla ‘ndrangheta, ha corroborato la testimonianza di uno dei pochi pentiti delle ‘ndrine, Francesco Fonti. Il quale, già nel 2005, aveva consegnato alla Direzione nazionale antimafia un lungo e dettagliato memoriale, in cui raccontava l’affondamento doloso di navi radioattive nel Tirreno e nei mari africani. Soprattutto, al largo delle coste somale. Un traffico gestito da numerose ‘ndrine. Una storia che s’intreccia con le inchieste giornalistiche condotte dall’inviata del Tg3, Ilaria Alpi, uccisa nel 1994, a Mogadiscio, con il suo cameraman, Miran Hrovatin.
È di poche settimane fa la notizia del patteggiamento della Trafigura, la multinazionale anglo-olandese ritenuta responsabile di un immane disastro ambientale in Costa d’Avorio. Era la notte tra il 19 e il 20 agosto 2006, quando la nave cargo “Probo Koala”, noleggiata dalla compagnia, scaricava nel porto di Abidjan il suo carico di 528 tonnellate di soda caustica, scarto altamente tossico della lavorazione del greggio. I rifiuti sarebbero stati riversati in 16 quartieri della capitale, causando gravi danni alla popolazione. Secondo alcune stime, 100mila le persone che si sono ammalate e 17 le morti ad oggi accertate. La multinazionale ha raggiunto un accordo, che prevede il pagamento di 46 milioni di dollari per le 31mila vittime ivoriane.
All’inizio di quest’anno, Greenpeace ha smascherato un traffico illegale di rifiuti elettronici dalla Gran Bretagna alla Nigeria. L’organizzazione ambientalista ha nascosto un dispositivo con collegamento Gps dentro un vecchio televisore non più riparabile, e ne ha seguito poi tutto il percorso. Il traffico illegale riguardava rifiuti elettronici destinati al riciclo che, sotto la falsa veste di “beni di seconda mano”, lasciavano la Gran Bretagna per finire in Nigeria. Un affare milionario.
E questi sono solo alcuni degli episodi che testimoniano come l’Africa, i suoi spazi, le sue coste e i suoi fondali siano l’eldorado dei trafficanti di rifiuti.
Una verità nota all’opinione pubblica italiana da almeno un ventennio. In un’interpellanza parlamentare del 24 giugno 1993, l’allora senatore Emilio Molinari citò una denuncia del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), nella quale si affermava come in Somalia fossero state scaricate un milione di tonnellate di rifiuti tossico-nocivi. Funzionari della stessa Unep, dopo che lo tsunami del 2004 aveva fatto riemergere in Somalia rifi uti sepolti da anni, rivelarono al Corriere della Sera di essere perfettamente consapevoli che «il traffico dei rifiuti tossici è in mano al crimine organizzato. Lo smaltimento, a regola d’arte, nei paesi occidentali costa 250 dollari a tonnellata; in Somalia solo 2,5 dollari. Si può immaginare l’ingente guadagno che c’è dietro questo business. Sappiamo di navi che arrivano davanti alle pescosissime coste del Corno d’Africa e scaricano di tutto. I contenitori che s’incagliano sulla costa sono una minima parte di quelli che giacciono in fondo al mare. Il pericolo è soprattutto lì».
La stessa commissione parlamentare d’inchiesta italiana sul ciclo dei rifiuti ipotizzò, sul finire degli anni ’90, l’affondamento di rifiuti radioattivi nel Mar Mediterraneo e lungo tratti antistanti paesi africani, come la Somalia, la Sierra Leone e la Guinea.
Tutto già scritto. Tutto già previsto, quindi. Ma che non si può accettare passivamente.
I danni per l’Africa sono immensi. Secondo uno studio dell’Organizzazione mondiale per l’immigrazione (Oim), negli ultimi 20 anni circa 10 milioni di persone, nel continente, sono state costrette a spostarsi per il degrado ambientale. Il quale, assieme agli effetti nefasti che avrà in Africa l’impatto del cambiamento climatico, mina drammaticamente il futuro del continente. Si pensi, ad esempio, ai rischi legati alla crescita economica e allo sviluppo; ai costi della bonifica; al rilancio del sistema agricolo e ittico; ai conflitti per l’appropriazione di terre coltivabili; ai costi sanitari; ai movimenti migratori…
Anche la chiesa, assieme al mondo della politica e dell’economia, non può chiudere gli occhi su quanto sta accadendo in Africa. Del resto, la “salvaguardia del creato” è entrata con forza nei compiti assegnati alle varie Commissioni per la “Giustizia e la pace”, sia nazionali che diocesane. Il sinodo africano, che si sta svolgendo in queste settimane a Roma, dovrebbe assumere tra le sue priorità proprio questo tema. Tema che non può essere affrontato solo dalle chiese locali africane. Ma anche – e soprattutto – dalle comunità cristiane di quei paesi che vedono l’Africa soltanto come uno spazio da spolpare e poi da riempire con le loro scorie.

 



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