Giampiero Forcesi, membro dell’Osservatorio sul Sinodo, esprime una sua prima valutazione del 2° Sinodo africano. Chiare prese di posizione, precise denunce sui mali che attanagliano il continente, forti appelli a tradurre nelle pratica i suggerimenti emersi dall’assise.

L’Africa si è ascoltata e ci ha parlato

 

Giampaolo Forcesi

 

 

Scriviamo nell’immediata vigilia della conclusione del Sinodo africano e l’impressione è che sia stato un evento molto importante. Certo, fu così anche nel 1994 al 1° Sinodo; anzi, allora, forse, con più eco. Ma dell’ampiezza dell’eco, in realtà, è ancora presto giudicare. L’Africa ha molto bisogno di parlare al mondo, di farsi ascoltare, di riequilibrare una relazione troppo diseguale.

 

L’Africa evangelizzata dalla chiesa cattolica, se pure è solo una minoranza del continente, ne è un’espressione viva, attiva, impegnata, certo con luci e ombre. Una minoranza che, per di più, dialoga con le altre presenze religiose, con le chiese protestanti, con l’islam, con l’ancora vitale religione tradizionale africana, e, dunque, porta in sé le preoccupazioni, le angosce e le attese dell’intera popolazione del continente. Oltre 50 nazioni. Quasi un miliardo di persone.

 

Forse, da questo punto di vista, il rapporto dell’Africa con il mondo, il fatto che non sia stato un “concilio africano” – come non pochi tra gli stessi vescovi avrebbero voluto – ma che, invece, si sia tenuta, di nuovo, un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi (di tutto il mondo) per l’Africa, e che si sia tenuta a Roma, ha questo di rilevante: che l’insieme della chiesa cattolica si è lasciata interrogare, prendendovi parte, dalle questioni che attanagliano il continente africano. Si è condiviso qualcosa d’importante tra africani e non africani.

 

Leggendo le sintesi degli oltre 200 interventi dei padri sinodali e della trentina di interventi di laici e religiosi invitati come uditori (ma uditori che hanno potuto prendere la parola), si scopre quanto poco noi europei (certo noi italiani) conosciamo questo continente e come questo fatto condizioni negativamente sia il nostro sviluppo, rendendolo miope, sia lo sviluppo dell’Africa, caricandolo di pesi che potrebbero essere almeno attutiti da una relazione più consapevole.

 

 

Un Sinodo di impegno e di coraggio

 

Se il primo era stato «un sinodo di resurrezione e di speranza» (così Giovanni Paolo II nell’esortazione post-sinodale Ecclesia in Africa), avvenuto dopo la fine della guerra fredda che aveva condizionato pesantemente anche la libertà di sviluppo del continente africano, davvero questo secondo può essere definito «un sinodo di impegno e di coraggio» (come è stato detto in uno dei circoli minori di lingua francese). Perché il cammino di resurrezione si è, di fatto, avviato da tempo, negli anni delle prime esperienze di democratizzazione e con la fine dell’apartheid, ma le speranze («è l’ora dell’Africa», si disse allora) sono rimaste in gran parte frustrate.

 

Ci vuole, ora, una nuova e intensa fase d’impegno e di coraggio. Il coraggio della profezia, che chiami con il loro nome i mali del continente e denunci i torti fatti alle popolazioni; l’impegno di un rigenerarsi della chiesa, per servire la giustizia, la riconciliazione e la pace.

 

Questa percezione, anzi questa determinazione, il Sinodo l’ha espressa in modo netto. Citando le parole del cardinal Peter Appiah Turkson, alla fine della relazione introduttiva ai lavori sinodali, «Gesù ora chiama e invia i suoi discepoli in Africa a spendere sé stessi, come sale e luce, per costruire la chiesa nel continente come autentica famiglia di Dio, attraverso i ministeri della riconciliazione, della giustizia e della pace, esercitati nell’amore, come il loro maestro».

 

In questo sinodo c’è stato lo sforzo di avere più coraggio e più lucidità nell’analizzare le cause profonde dell’arretratezza del continente e dei conflitti che lo dilaniano, e nel denunciare tutto ciò con più franchezza. Anche in questo senso, va letto l’invito del card. Turkson a «dire la verità sull’Africa». In effetti, “verità” è stata una parola usata più volte da parte di coloro che, insistendo sul tema della riconciliazione (forse il più dibattuto al Sinodo), hanno avvertito il rischio che fosse relegata nell’ombra l’esigenza della verità. Così l’arcivescovo di Kinshasa, mons. Monsengwo Pasinya: «Non ci si può riconciliare che nella verità: la verità materiale dei fatti, la verità formale delle disposizioni dei cuori».

 

Le voci di denuncia, anche circostanziate, dei mali dell’Africa, compresa la sorte tragica di tanti suoi figli che emigrano, sono state numerose e autorevoli. Anche se non tutti gli episcopati hanno mostrato la stessa tensione, e qualcuno, ad esempio l’arcivescovo di Johannesburg, mons. Ioseph Tlhagale, ha osservato che «la sfida più complessa che la chiesa africana deve affrontare non è la mancanza di analisi, ma la mancanza della volontà collettiva di applicare le risoluzioni prese». Mons. Tlhagale, inoltre, ha usato parole forti per chiedere che i vescovi credano di più al ruolo di denuncia politica delle conferenze episcopali regionali e continentali.

 

 

Una chiesa chiamata a rigenerarsi

 

Al sinodo si è soprattutto riflettuto sul come ri-orientare il servizio della chiesa alle genti dell’Africa come servizio di riconciliazione, di giustizia e di pace. Anzi: come costruire la chiesa attraverso questo servizio alle popolazioni. Mons. Turkson ha fatto ricorso al termine (forte) di ministero. Parola che non si è sentita di frequente negli interventi in aula, ma che esprime bene lo sforzo fatto da molti vescovi di ripensare la chiesa come luogo di apprendimento e di sperimentazione della fraternità e della rettitudine, per poi iscrivere questi valori nel cammino di vita da condividere con tutti.

 

Vanno in questo senso molte annotazioni emerse nel sinodo. Un certo numero di vescovi ha indicato come possibile “via di rigenerazione” il dare nuovo impulso alle piccole comunità di base, dove lo sperimentare la fraternità avviene più naturalmente; dove è possibile che si realizzi la partecipazione attiva di tutto popolo di Dio, di tutti i suoi laici, di tutte le sue donne, di tutti i suoi giovani; e dove il compito dell’ascolto della gente e dei suoi bisogni da parte dei preti diviene esperienza quotidiana.

 

Forti – anche se non sufficientemente “gridati” – gli inviti dei vescovi a valorizzare l’apporto delle donne nella vita della chiesa, oltre che della società. L’arcivescovo Joseph Ake Yapo, presidente della conferenza episcopale della Costa d’Avorio, ha rivolto all’assemblea questa provocatoria domanda: «Come può la chiesa in Africa essere “sale e luce”, se non si mette in causa nella sua gestione dei fedeli e dei sacerdoti, nel suo esercizio del potere e dell’autorità?».

 

Chiaro il richiamo a un atteggiamento positivo della chiesa verso la religione tradizionale africana (molto ricca di cammini di riconciliazione nelle situazioni di conflitto) e alla necessità di una teologia e di una vita ecclesiale più inculturate nel contesto dei valori africani: solo così si eviterà che molti cattolici, sentendosi svalutati e persino alienati nella propria chiesa, la abbandonino per aderire ai gruppi evangelici, ai movimenti neopentecostali e alle sette. Mons. Joao Silota, vescovo mozambicano, pensa che proprio l’alienazione antropologica vissuta da molte persone in Africa («sentono come negata la loro africanità») abbia provocato, per reazione, una sorta di “transfert” (cioè di negazione violenta dell’altro) a cui si assiste in tanti terribili conflitti interafricani. Come spiegare, altrimenti, chiede mons. Silota, rivolgendosi idealmente all’Africa, «l’evidente contraddizione che esiste fra l’amore incondizionato per la vita, che è tipico dell’africano, e il tradimento che alcuni dei tuoi figli commettono contro i propri fratelli, causando loro sofferenze disumanizzanti o perfino togliendo loro la vita?».

 

C’è stato anche un chiaro richiamo a una “formazione catechetica ecumenica”, al “dialogo di vita” e al servizio comune ai fratelli svolto con le comunità islamiche. Mons. François Eid, vescovo del Cairo (Egitto), ha detto che la questione del dialogo «è collegata più alla comprensione di noi stessi che alla nostra presa di posizione nei confronti dell’altro». Cioè a dire: prima ancora di promuovere relazioni di amicizia con gli altri, il dialogo richiede un rinnovo della propria identità. Dunque, bisogna affrettarsi a «passare dal “dialogo fra le culture” alla “cultura del dialogo”».

 

Certo, da alcuni paesi africani, dove i movimenti islamici premono per cambiare il volto laico delle istituzioni (in Tanzania, ad esempio, come ha affermato mons. Augustin Shao, vescovo di Zanzibar), vengono voci preoccupate. Ma resta vero – per dirla con il vescovo di Abuja (Nigeria), mons. John Onayekan), che «il continente africano è diventato la patria di entrambe le fedi monoteiste… e questo è un fatto che dobbiamo riconoscere». Il suo appello: «Questo Sinodo sfidi tutta la chiesa africana a raggiungere l’intera comunità islamica dell’Africa», a livello territoriale e continentale, dando vita a nuovi «concili interreligiosi».

 

 

Una seconda colonizzazione?

 

Un’ampia serie di proposte, infine, riguarda la formazione permanente di sacerdoti e laici sui punti nodali della dottrina sociale della chiesa. È talmente forte il bisogno d’identificare una grammatica che riformuli e guidi i comportamenti degli africani, e dei cristiani tra essi, all’interno delle amministrazioni pubbliche, nella gestione delle risorse, nell’esercizio della politica, che si arriva a chiedere che il Compendio della dottrina sociale della chiesa cattolica sia considerato uno strumento obbligatorio nella catechesi, anche di coppia, e per ogni operatore che svolga attività pastorali.

 

Numerosissime le proposte che puntano a formare i laici come agenti di riconciliazione, a creare équipe che si qualifichino su questo e siano inviate nelle situazioni più difficili per aiutare le comunità locali ad affrontarle. Moltissimi hanno chiesto il consolidamento in ogni diocesi delle Commissioni “Giustizia e Pace”, e persino la creazione di strutture diocesane e nazionali in grado di studiare le leggi e di premere stabilmente sulle istituzioni politiche a difesa dei diritti delle popolazioni.

 

Va sottolineata, infine, una forte convergenza (anche se con accenti diversi) sulla denuncia di un «attacco al matrimonio e alla famiglia» da parte di varie espressioni del mondo occidentale: «Il matrimonio e la famiglia sono sottoposti a pressioni diverse e terribili, perché venga ridefinita la loro natura e funzione nella società moderna» (Card. Turkson). E mons. Ioseph Tlhagale: «L’Africa è alle prese con una seconda ondata di colonizzazione, subdola e spietata allo stesso tempo».

 

Forse, su questo tema così importante è mancata nel Sinodo una riflessione teologica e pastorale più attenta. In ogni caso, per quanti tra noi si riconoscono colpevoli della prima colonizzazione, c’è motivo di interrogarsi seriamente sul problema.