Nel momento stesso in cui la Voix de la Révolution congolaise annuncia alla radio, dopo infinite ore di musica sovietica, la morte del compagno presidente Marien Ngouabi, assassinato da un commando suicida nella sua residenza a Brazzaville, Mboua Mabé, un cane tutto pelle e ossa, fugge dal recinto di una casetta in legno nel quartiere Voungou a Pointe-Noire.

La grande storia di un colpo di stato s’intreccia con la piccola storia di una famiglia africana nel racconto, vissuto attraverso lo sguardo dell’adolescente Michel, dei tre giorni – da sabato 19 marzo a lunedì 21 marzo 1977 – in cui la Repubblica del Congo, ex colonia francese, assiste impotente all’assassinio del suo presidente, al potere dal dicembre 1968.

In questo ultimo romanzo – il nono a essere tradotto da 66thand2nd – Alain Mabanckou, 54 anni, docente di letteratura francofona alla Ucla di Los Angeles, ritorna a narrare con disincanto e affetto di Pointe-Noire e del suo paese, dove la sua libertà di scrittura non è ben vista (partito per studiare in Francia nel 1989, è rientrato una sola volta, nel 2012).

I personaggi che abbiamo conosciuto in Domani avrò vent’anni (2011) sono di nuovo partecipi della realtà quotidiana di Michel, che ora va alle medie al Collège Trois-Glorieuses, ma non ha perso lievità e ironia nel descrivere capitalisti neri, treni che deragliano, vicini di casa impiccioni.

Per la sua formazione sono importanti i discorsi, sotto il mango dietro casa, con Papà Roger, receptionist all’hotel Victory Palace, che gli svela «un sacco di segreti sulla guerra del Biafra» e gli parla dello «stregone bianco che decide chi sarà il Presidente di questo o quel paese colonizzato dalla Francia». Insieme ascoltano alla radio la Voix de la Révolution Congolaise, voce ufficiale del regime filocomunista, costantemente fuori tema perché invece di raccontare della morte del presidente Marien Ngouabi, parla del nuovo sindaco di Parigi, Jacques Chirac.

Perennemente con la testa fra le nuvole e assorto nei suoi ragionamenti, il sognatore Michel si trova improvvisamente ad affrontare una realtà durissima che segnerà per lui il passaggio a una nuova consapevolezza e forse l’abbandono delle sue visioni infantili. La domenica, nella casetta di mamma Pauline arrivano lo zio René e altri due zii fuggiti da Brazzaville ad annunciare l’omicidio di un altro zio, il capitano Luc Kimbouala-Nkaya, accusato di complotto.

Lunedì, accompagnata da Michel, Pauline va al Grand Marché ma non per vendere banane: armata di coltello, si avventa su una collega, complice secondo lei, dell’attentato al fratello. I militari l’arrestano e la rinchiudono nel penitenziario di Pointe-Noire. Per salvarla, dopo al padre e allo zio René, tocca a Michel dichiarare al giudice Oko-Bankala la prima vera menzogna della sua vita: «Il capitano Kimbouala-Nyaka non era mio zio».