Gli ebrei in Africa
Già dal V secolo a.C. si nota una loro presenza nelle sponde sud del Mediterraneo. Prima della nascita di Israele erano centinaia di migliaia. Oggi sono poco più di 10mila. In Marocco la comunità rappresenta uno dei pilastri del paese. Vivono di commercio; spesso, sono mal tollerati. Nel mirino dei terroristi.

Si chiamava Yoav Hattab e aveva 21 anni. È una delle quattro vittime della furia omicida di Amedy Coulibaly, il fanatico di origini maliane che il 9 gennaio si è asserragliato con alcuni ostaggi in un supermercato kosher di Parigi, subito dopo la strage compiuta dai fratelli Kouachi nella redazione di Charlie Hebdo. Come gli altri tre morti, Yoav era ebreo, ma, a differenza degli altri, era un ebreo nordafricano. Era figlio del Gran rabbino di Tunisi, una delle personalità più importanti di una piccola, ma ancora viva, comunità ebraica africana. Una presenza, quella degli ebrei in Africa, che non è così nota al grande pubblico sebbene abbia una storia millenaria.

Storia di una presenza. Tralasciando l’epopea biblica degli ebrei in Egitto e il lungo viaggio verso la Terra promessa sotto la guida di Mosè, la presenza di comunità ebraiche nel Nordafrica è testimoniata a partire dal V secolo a.C., anche se inizia a essere consistente solo a partire dal 70 d.C. In quell’anno l’imperatore Tito distrugge il tempio di Gerusalemme e per gli ebrei inizia la lunga diaspora che terminerà (in parte) solo con la nascita di Israele (1948). Nel loro allontanarsi dalla Terra promessa, i primi paesi che incontrano a Occidente sono proprio quelli africani: Egitto, poi Libia, Tunisia, Algeria. Le comunità si insediano quasi contemporaneamente al diffondersi del cristianesimo e prima dell’arrivo degli arabi, alla cui espansione spesso si contrappongono, unendosi alle locali popolazioni berbere. «Si narra – racconta Eric Salerno, giornalista e profondo conoscitore del Nordafrica – di una principessa berbera che combatté gli arabi. In realtà, sarebbe stata una ebrea. Forse è una leggenda. Di vero c’è, però, che le comunità ebraiche si insediarono sulle montagne libiche vicino alle comunità berbere e con esse avevano un ottimo rapporto. Non è un caso che i berberi libici, anche in tempi recenti, hanno sempre tutelato le sinagoghe e i cimiteri ebraici sul loro territorio».

Nel 1492, con la loro cacciata dalla penisola iberica, il Nordafrica conosce una nuova «invasione» ebraica. Ne sono investiti soprattutto Marocco, Algeria e Tunisia. «Questi ebrei – spiega Daniel Fishman, autore del libro Il chilometro d’oro. Il mondo perduto degli italiani d’Egitto (Guerini, 2006, pp. 227) –, pur essendo stati cacciati dalle loro terre, continuarono ad avere un ottimo rapporto con Spagna e Portogallo, spesso facendo anche da mediatori fra sovrani europei e marocchini».

Gli ebrei, pur non subendo le violenze di cui sono vittime in Europa, anche in Nordafrica vivono in uno stato di soggezione rispetto ai musulmani. Come i cristiani, sono protetti dall’autorità islamica in quanto popolo del Libro, ma anche considerati dhimmi, cittadini di seconda classe. Ciò ha fatto sì che gli ebrei in Nordafrica non si siano mai sentiti al riparo dalle discriminazioni. La loro condizione migliora solo con l’avvento del colonialismo. Francesi, inglesi e italiani impiegano molti di loro nelle rispettive amministrazioni coloniali.

«Con la fine del colonialismo e la nascita di Israele – continua Fishman – le popolazioni arabe guardarono con sempre maggiore diffidenza gli ebrei. In molti paesi luoghi di culto, edifici e abitazioni furono oggetto di attacchi e devastazioni. Così, migliaia di ebrei lasciarono i territori del nord del continente per Israele o per gli ex paesi coloniali. E le comunità si svuotarono».

Le comunità più importanti. Attualmente le due comunità più grandi sono quella tunisina e quella marocchina. In Tunisia vivono duemila ebrei (prima del 1948 erano centomila); il loro numero sale fino a diecimila in estate, quando da tutto il mondo molti ebrei di origini tunisine tornano per trascorrervi le vacanze. «Fino alla Rivoluzione dei gelsomini – osserva Rafram Chaddad, videomaker israeliano di origini tunisine – gli ebrei godevano di una considerazione particolare da parte del regime. Anche se in realtà le relazioni non erano così buone come si diceva. Ora non c’è un rapporto speciale con la componente araba, quanto piuttosto amicizia personale, partnership di tipo economico, ecc.».

In Tunisia esistono solo due grandi comunità: Tunisi, più laica e impegnata politicamente (molti ebrei tunisini sono scesi in strada durante la Rivoluzione dei gelsomini), e Djerba, più conservatrice e defilata politicamente. «Va detto però – continua Chaddad – che la comunità ebraica non è una “tribù” che vota compatta. Gli ebrei scelgono in modo autonomo e, in genere, offrono il voto a chi garantisce loro stabilità economica. In ogni caso sono estranei alla dicotomia, tutta occidentale, secolare-religioso. E, infatti, molti hanno votato Ennahda, il partito di ispirazione islamica». Oggi la stragrande maggioranza degli ebrei tunisini lavora nel settore della gioielleria, ma anche nell’agricoltura, nell’allevamento e nel settore grafico. Paura del terrorismo? «Il terrorismo islamico – spiega Chaddad – non ha cambiato molto la vita degli ebrei. L’attentato alla sinagoga di Djerba, organizzato da esponenti di al-Qaida nel 2002 che ha causato 16 vittime, ha colpito un luogo simbolico, ma turistico. E poi gli attentatori erano tutti stranieri e non gente del posto».

Media borghesia. Anche in Marocco la comunità ebraica si è fortemente ridotta. Se nel 1948 erano ancora presenti 350mila ebrei, oggi ne sono rimasti circa ottomila per lo più a Casablanca, ma anche a Fès, Rabat e Meknes. In generale, gli ebrei marocchini fanno parte della media borghesia impegnata nelle libere professioni e nel commercio. Il livello di integrazione è molto alto ma, nonostante questo, negli ultimi anni è aumentata la paura per il terrorismo, soprattutto dopo gli attentati del 2003 ad alcuni siti ebraici a Casablanca. «La casa regnante – spiega Fishman – ha sempre guardato con rispetto e attenzione alla comunità ebraica perché è uno dei pilastri fondanti del Marocco moderno. Non è un caso che tutti i sovrani abbiano avuto ebrei tra i propri consiglieri. Mohammed VI non fa eccezione. L’ebreo André Azoulay, già consigliere di Hassan II, è oggi una delle personalità più ascoltate dal re». Molti ebrei rivestono ruoli importanti anche nell’amministrazione pubblica: sindaci, consiglieri comunali, alti funzionari, ecc.

Il Marocco è forse il paese arabo che intrattiene i migliori rapporti con Israele. A partire da Hassan II, i due paesi hanno intessuto relazioni semiufficiali che continuano tutt’oggi. Secondo Fishman «non potrebbe essere diversamente: non solo la comunità ebraica ha un ruolo importante nel paese, ma in Israele circa il 10% della popolazione ha origini marocchine. Direi che i rapporti sono naturali».

In Libia, invece, non vivono più ebrei. «Fu re Idris a cacciarli nel 1967 dopo la guerra dei Sei giorni», ricorda Eric Salerno. «E, nonostante tra la diaspora e Muammar Gheddafi ci fosse stato un riavvicinamento, gli ebrei non sono più tornati. Oggi, poi, l’instabilità politica sconsiglierebbe a chiunque di rientrare». Anche in Algeria non ci sono più comunità. Gli ebrei se ne sono andati a partire dal 1967, dopo le tensioni scoppiate a margine del conflitto arabo-israeliano, poi nel 1990 allo scoppio della guerra civile algerina.

In Egitto, invece, c’è ancora una sparuta presenza. Dei 60mila che vivevano al Cairo e ad Alessandria negli anni Quaranta, ne sono rimasti meno di cento. «La maggior parte sono anziani», conclude Fishman. «Sotto il governo del presidente islamista Morsi sono tornate forti le discriminazioni. Tanto è vero che nel 2013, per la prima volta dopo secoli, gli ebrei non hanno potuto celebrare il Capodanno perché le autorità non garantivano loro la sicurezza. Oggi sono tollerati, ma la loro tradizione gloriosa rischia di finire».

Articolo tratto dall’ultimo numero di Nigrizia – Marzo 2015.

Nella foto in alto una ragazza di origine falasha. (Foto tratta dal numero di Nigrizia di marzo 2015)

I falasha etiopi

Una delle più antiche comunità ebraiche africane è quella degli ebrei dell’Etiopia, le cui origini sono misteriose. Li chiamano “falasha“, anche se loro preferiscono essere chiamati “beta israel” («la casa d’Israele»). Clicca qui per approfondire con l’articolo “Il mistero dei beta israel”.


I black jews

Nell’Africa subsahariana esistono popolazioni autoctone che rivendicano, alcune da secoli, altre più recentemente, la loro appartenenza all’ebraismo. Tra i black jews («ebrei neri») più conosciuti e studiati ci sono i lemba, presenti in Malawi, Zimbabwe e Sudafrica. Essi professano una religione con marcate affinità con quella ebraica e, secondo un’antica tradizione, sarebbero giunti in Africa australe dalla Giudea 2.500 anni fa. Anche gli ibo nigeriani rivendicano da secoli un’origine ebraica. Una leggenda narra che i loro antenati sarebbero scesi nell’Africa subsahariana lungo le rotte commerciali. In Ghana, invece, un’antica comunità, che sosteneva di avere antenati ebrei dell’Egitto, si è fusa con una nuova, nata dalla visione di un anziano sefwi che affermava che il Ghana fosse stato terra ebraica.

Più recentemente, poi, sono nate altre comunità in Uganda, Camerun, Madagascar, Kenya.

Tutti questi gruppi, sia quelli più antichi sia quelli più moderni, sebbene rivendichino la loro appartenenza alla fede ebraica, non vengono però riconosciuti dall’ebraismo ortodosso.

 

La comunità sudafricana

Comunità ebraiche sono presenti anche nell’Africa subsahariana. La più nutrita è quella sudafricana. Formata principalmente da olandesi e portoghesi arrivati a partire dal XV secolo, si ingrandì con gli ebrei fuggiti ai pogrom dell’Europa dell’Est e alla shoah. Oggi conta sessantamila membri, ma erano 120mila subito dopo la seconda guerra mondiale. Durante l’apartheid molti esponenti lottarono a fianco dell’Anc di Nelson Mandela per sconfiggere il regime segregazionista distinguendosi (e spesso attirando le ire) dal resto della comunità bianca. La più nota esponente della comunità ebraica sudafricana è la scrittrice e attivista per i diritti umani Nadine Gordimer (1923-2014), vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1991 (Foto nella gallery sopra). Altre presenze si registrano in Botswana, Kenya, Lesotho, Namibia, Swaziland, Zambia e Zimbabwe. Si tratta di piccole comunità, eredi della presenza ebraica europea ai tempi delle colonie.