Eritrea / Ue
Il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di rivedere le sue politiche di aiuto per l'Eritrea. Un paese cruciale per quanto riguarda i flussi migratori verso il vecchio continente, ma dove persistono ancora gravi violazioni dei diritti umani.

Con una risoluzione adottata il 10 marzo il Parlamento di Strasburgo ha mandato un forte segnale sui rapporti dell’Unione Europea con l’Eritrea. Negli ultimi tempi, infatti, soprattutto a causa della crisi migratoria, sia la Commissione che il Consiglio, oltre a diversi stati membri, hanno cambiato atteggiamento e politiche nei confronti del governo di Asmara. Un interlocutore fondamentale all’interno del Programma di Khartoum per il controllo dei flussi migratori sulla rotta del Mediterraneo centrale, quella che porta i migranti dai paesi del Corno d’Africa in Europa, passando per le nostre coste.

L’ammonimento di Strasburgo
Il Parlamento di Strasburgo ha richiamato al rigore verso un paese problematico e più volte al centro di dure risoluzioni e prese di posizione di vari attori della comunità internazionale. In primis il Consiglio dell’Onu per i diritti umani, il quale ha rinnovato anche per quest’anno l’incarico di stendere un rapporto ad un gruppo di esperti, che però non hanno ancora avuto il permesso di visitare il paese. Il rapporto dell’anno scorso ha messo in luce estese e gravissime violazioni dei diritti umani e civili, a conferma di altre ricerche precedenti pubblicate da numerose e autorevoli organizzazioni per la difesa dei diritti umani, come Amnesty International e Human Rights Watch.
Nella risoluzione si dice che i migranti eritrei devono continuare a essere considerati rifugiati, perché fuggono da gravi violazioni dei diritti umani e dal servizio militare a tempo indeterminato, che va valutato alla stregua di schiavitù. Vengono così sconfessati i provvedimenti di Gran Bretagna e Danimarca, molto strumentalmente usati dal governo di Asmara, che considerano ormai gli eritrei come migranti economici e non concedono più loro la protezione umanitaria.

Imposta sulla diaspora
Successivamente viene presa in considerazione la “tassa” del 2% sul reddito richiesta a tutti gli eritrei che vivono all’estero.  Questa sorta di “tassa della diaspora” è già stata condannata dall’Onu, con la risoluzione 2023 del 2011, in cui si diffida l’Eritrea dall’ usare “estorsione, minacce di violenza, frode e altri mezzi illeciti per raccogliere tasse da suoi cittadini” residenti fuori dal paese e anche perché i fondi così incassati vengono parzialmente usati per destabilizzare la regione, cioè per finanziare gruppi di opposizione in Somalia, ed in Etiopia.
Il pagamento del 2% del reddito è il prerequisito per accedere ad ogni servizio consolare, dal rinnovo del passaporto, al rilascio del visto di entrata e di uscita dal paese e ad altri servizi simili. Chi non paga è generalmente soggetto a intimidazioni, estese fino alla famiglia rimasta in Eritrea. Sono frequenti, ad esempio, i casi di minaccia di non rinnovare le licenze commerciali. D’altra parte la tassa del 2% ha già suscitato prese di posizione in alcuni paesi, come il Canada e la Svizzera. Ma anche nella stessa Inghilterra l’ambasciata eritrea è stata diffidata dall’usare metodi estortivi per raccogliere la tassa, per altro senza successo.  La risoluzione richiama l’attenzione su questo ulteriore modo di tormentare i propri cittadini, anche al di fuori del territorio nazionale.

Questione degli aiuti
Infine la risoluzione richiede a Commissione e Consiglio di portare alla sua approvazione ulteriori stanziamenti in favore del governo di Asmara, di fatto dichiarando il proprio disaccordo per i 200 milioni di euro recentemente donati, nel quadro di riferimento del Programma di Khartoum, per progetti volti al controllo e alla riduzione dell’esodo dei giovani dal paese.
La risoluzione è stata discussa ed approvata dopo l’incontro di numerosi membri del parlamento con una delegazione eritrea di cui facevano parte padre Mussie Zerai, nominato per il premio Nobel per la sua opera a favore dei rifugiati, e Kubrom Dafla, che ha partecipato alla lotta di liberazione come membro dell’Fple (Fronte popolate per la liberazione dell’Eritrea), ora al potere con il nome di Pfdj (Fronte popolare per lo sviluppo e la giustizia) oltre ad essere stato viceministro delle finanze prima di dissociarsi e riparare all’estero. La delegazione ha sottolineato che gli aiuti europei sono indispensabili per l’Eritrea, ma devono arrivare alla popolazione e non essere concessi al governo, contribuendo così a rafforzare la sua presa sul paese.

Sopra, la conferenza dopo l’incontro di numerosi membri del parlamento con una delegazione eritrea di cui facevano parte Kubrom Dafla e padre Mussie Zerai il 10 marzo scorso.