Centro per la detenzione di migranti in Libia (Credit: Oim Twitter)

Il recente rapporto Profili critici delle attività delle ong italiane nei centri di detenzione in Libia con fondi dell’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, realizzato dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), analizza l’intervento italiano collocando le attività nei centri di detenzione libici, finanziate con fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, nel contesto di un ampio progetto di “esternalizzazione” delle frontiere e del diritto di asilo.

Nel rapporto si fa riferimento a una polemica che ha accompagnato questi progetti sin dall’emanazione della prima delibera, ad ottobre 2017. Il nocciolo della questione è che il fine che li dovrebbe caratterizzare, quello cioè di migliorare le condizioni degli stranieri detenuti nei centri in attesa di rimpatrio, nella stragrande maggioranza dei casi non è perseguito, considerando che molti dei centri sono gestiti da milizie. Il quadro, ci dice Salvatore Fachile, uno dei redattori dello studio, è sconfortante.

Quale margine di miglioramento ci può essere, soprattutto se si tiene conto del fatto che non vi è alcun impegno da parte del governo libico nel migliorare le condizioni dei migranti detenuti? Un intervento del genere non finisce, in realtà, per legittimare queste attività detentive?

Ovviamente non si tratta di una novità, perché i dubbi sulla portata dei progetti in Libia nei centri di detenzione erano già stati sollevati sin da quando Mario Giro (viceministro degli esteri nei governi Renzi e Gentiloni, ndr) aveva convocato le associazioni del settore per organizzare questo bando, tanto è vero che ci sono state fortissime pressioni interne.

Con questo rapporto non facciamo altro che riprendere la discussione sorta tra le ong al momento della convocazione di Giro, e valutare con dati tecnici se i timori sollevati da alcune organizzazioni alla presentazione del progetto fossero fondati. Quindi quello che facciamo è la valutazione della pratica: come sono stati pensati questi bandi e come sono stati realizzati, in base alle conoscenze che siamo riusciti ad acquisire.

Cosa ne è emerso?

Ne è emerso un quadro sconfortante. Dallo studio emerge infatti che il governo italiano, con questo bando, non ha voluto influenzare in nessun modo l’operato delle milizie libiche e non ha evitato che questo flusso di denaro e di attività, invece di contrastare gli effetti della detenzione e dell’esternalizzazione delle frontiere, possa costituire una forma di legittimazione politica e una sorta di supporto indiretto, di tipo economico, alla realizzazione delle stesse attività criminali.

Dalla descrizione degli interventi si percepisce che diversi di questi sono tesi a migliorare le condizioni effettive delle strutture detentive, più che le condizioni delle persone stesse. E’ così?

Il rischio in alcuni casi è proprio quello di migliorare le condizioni delle strutture e, inevitabilmente, favorire in qualche modo l’attività detentiva della guardia costiera. Anche dove la struttura è più direttamente legata all’erogazione di beni pensati per le persone in stato di detenzione, manca un sistema di controllo per garantire che i beni vengano fruiti dalle persone che sono detenute e non oggetto di una forma di ri-commercializzazione che può incentivare e finanziare l’attività criminale delle milizie responsabili di veri e propri crimini contro l’umanità.

Quindi è chiaro che il fluire del denaro verso luoghi gestiti da una milizia criminale, significa inevitabilmente mettere in conto che quel flusso di denaro, anche soltanto in forma di beni materiali, possa essere poi intercettato dalle milizie che ne approfittano.

Nei centri gestiti dalle milizie voi denunciate il mancato controllo da parte delle ong sulla destinazione dei beni forniti dall’Italia e pagati con denaro pubblico. Tra l’altro, nel rapporto si fa anche riferimento a rendicontazioni approssimative da parte di alcune ong che partecipano a questi bandi dell’agenzia per la cooperazione. Può spiegare?

Se si immagina l’intervento in un luogo governato esclusivamente da soggetti che sono stati dichiarati criminali è chiaro che pensare che questi soggetti possano controllare i flussi migratori e gestire i beni all’interno di quei luoghi a favore dei migranti non è solo ingenuità, è totale irragionevolezza.

Se mando beni e soldi in un luogo controllato da milizie armate, devo mettere in conto che sto abbandonando ogni pretesa di controllo sul loro utilizzo. Per cui le milizie che vorranno consegneranno quei beni ai detenuti e chi deciderà di non farlo li venderà per comprarsi delle armi. Questo ragionamento è applicabile in ogni territorio di guerra dove c’è un controllo totale da parte di soggetti criminali.

Permane poi il dubbio sulla concomitanza temporale di questi bandi con l’accordo Italia-Libia del febbraio 2017, accordo con cui il governo di allora inaugura un sostegno economico e operativo alle autorità libiche. Non le sembra un tempismo sospetto?

Ovviamente. Non solo per la coincidenza temporale, ma in generale per l’uso retorico che il governo ha sempre fatto degli interventi umanitari delle ong – ma anche dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) -, come strumenti giustificativi dell’intervento di più ampio respiro che è quello dell’esternalizzazione delle frontiere tramite questo accordo.

Mi sembra che sia inevitabile parlare, purtroppo, di una fortissima strumentalizzazione che il governo italiano ha ideato, pensato e realizzato, di quelle che sono le attività delle ong ma anche di altre attività di Unhcr in altri contesti. Si cerca di far passare l’idea che questa operazione di esternalizzazione – che comporta la detenzione e la morte su commissione di decine di migliaia di cittadini stranieri – abbia come contrappeso un intervento con la distribuzione di farmaci e barrette nutritive per i migranti.

Per chi ha un minimo di capacità di lettura del fenomeno, anche in termini quantitativi, è chiaro però che si tratta di una copertura retorica e ridicola che ha effetti drammatici. Un’operazione che in futuro verrà letta dalla storia come una delle operazioni più violente dell’Unione Europea negli ultimi 50 anni.